APRILE 1999 
 
  
 
 

 

Franco Manzoni

Uno dei drammaturghi più importanti di tutto l'Ottocento fu il norvegese Henrik Ibsen, che con le sue opere influenzò senz'altro il teatro mondiale anche nel corso del Novecento. Egli nacque a Skien nel 1828 e morì a Cristiania (l'odierna Oslo) nel 1906. Figlio di agiata famiglia dell'austera e religiosa borghesia norvegese, Ibsen, per un improvviso dissesto finanziario dovuto alle mutate condizioni economiche paterne, poco più che quindicenne dovette impiegarsi come garzone presso un farmacista, continuando, in parte, gli studi di medicina, che, però, in seguito lasciò definitivamente per dedicarsi
 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Henrik Ibsen, in un ritratto di E. Werenkiold. Oslo, Galleria Nazionale

alla letteratura e alla scrittura teatrale. Il primo dramma di Ibsen, appena ventenne, fu "Catilina" (1848), in cui si possono riscontrare alcuni elementi di impronta schilleriana e spunti di carattere metafisico che preludono temi di opere successive. Nel 1851 egli divenne ufficialmente autore drammatico e assistente al Teatro Nazionale di Bergen e di questo periodo sono alcuni lavori di carattere storico nazionale, propri del retaggio norvegese: "La signora Ingrid di Ostraat" (1854) e "Guerrieri a Helgeland "(1857), che riuscirono a destare un certo interesse nel pubblico e nella critica. Nel periodo che va dal 1857 al 1862 Ibsen fu impegnato assiduamente come direttore presso il Teatro di Cristiania, dove presentò anche un suo testo satirico, "La commedia dell'amore" (1862), che rese evidente un altro aspetto delle sue capacità e dei suoi interessi: voler ridicolizzare le consuetudini della vita a lui contemporanea. Vinta una borsa di studio, Ibsen lasciò la Norvegia nel 1863; dopo visse stabilmente all'estero in Danimarca, Austria, Italia e poi a Dresda, tornando in patria solamente per brevi periodi. Lavori assai rilevanti della prima fase produttiva dell'autore norvegese sono sicuramente "Brand" e "Peer Gynt". Entrambe le opere furono scritte durante il soggiorno italiano. "Brand" è un testo drammatico in cinque atti (redatto nel 1866 e rappresentato sulle scene nel 1885), che narra di un pastore di anime, persona che intende riformare l'umanità attraverso un rigore religioso totale e una volontà inflessibile. Brand tratta se stesso al pari degli altri. E' un uomo di fede estrema, di una religiosità tutta sua, in cui la compassione e il perdono cedono il passo o addirittura non vengono presi in considerazione per raggiungere una meta prefissata, redimere il mondo al motto per così dire manicheo “o tutto o nulla”. Per coerenza con il suo mandato, Brand non lascerà il proprio posto di pastore di anime, pur trovandosi a vivere in una landa desolata e climaticamente inadatta all'unico suo figlio, un bimbo molto delicato di salute, che altrove avrebbe potuto sopravvivere. Brand sa a cosa va incontro, ne è consapevole: irremovibile, con la sua decisione di restare a tutti i costi, egli porta alla morte il proprio bambino. Parimenti, poi, vieta alla moglie di ricordare il piccolo, di piangere la sua morte, comandandole di donare tutte le poche cose del bimbo a gente più povera, ignorando, con grande insensibilità, la sofferenza atroce della moglie, un dolore tale che, in seguito, prematuramente le spezzerà la vita. Brand, nel suo autoproclamarsi giudice infallibile, non concederà nemmeno alla propria madre, sul letto di morte, i conforti religiosi, in quanto ella in vita non aveva voluto privarsi di tutti gli orpelli e dei beni propri di un'esistenza materiale.
 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Eleonora Duse, mirabile interprete italiana del teatro di Ibsen, in un ritratto di A. Wolnoff. Milano, Museo della Scala 

A poco a poco Brand crede che le proprie decisioni siano alla stregua del volere divino. Alla fine, ormai senza affetti familiari e preso dalla volontà di raggiungere l'ascesi mistica, egli pensa di attuarla salendo su una montagna, dove però una valanga inesorabilmente lo travolgerà. Il testo si conclude con una voce, che risponde ad un interrogativo di quest'uomo morente, e che afferma che Dio è soprattutto amore e carità. Brand impersona l'uomo alla ricerca dell'assoluto, della perfezione senza compromessi, alla quale sacrifica tutto, gli affetti, la famiglia e anche se stesso. Nell'anno successivo (il 1867) Ibsen terminò un altro lavoro essenziale per comprendere l'evoluzione drammatica dei suoi testi teatrali, il "Peer Gynt". Il protagonista è un contadino e l'autore trae ispirazione dalla tradizione norvegese e, in particolare, da una fiaba popolare. Peer Gynt ha un carattere leggero, sempre in cerca di avventure amorose, non vuole assumersi alcuna responsabilità, si culla in una sorta di dorata immaturità. Così egli passa un'esistenza in cui realtà e fantasia si intersecano e si confondono. Solo Aase, la madre, riesce a condividere questo suo mondo. Si assiste alla descrizione simbolica delle varie fasi della vita di Peer Gynt. I momenti più importanti sono tre: Peer adulto, che gioca con la madre come un bambino; Peer che rapisce Ingrid, una giovane alla vigilia delle nozze, per poi abbandonarla; Peer che fugge dal villaggio e incontra la figlia del re dei troll, gli spiriti delle foreste. Ella lo vorrebbe sposare e lo conduce nel suo mondo dove il pastore, allettato da onori e ricchezze, è sul punto di accettare di divenire anch'egli troll e suo marito. Ma ci ripensa e fugge. Il suo è un continuo scappare dalla realtà della vita. Dopo aver assistito la madre Aase, che muore fra le sue braccia, e dopo aver rifiutato l'aiuto amoroso di Solvejg, fanciulla che si è perdutamente innamorata di lui, Peer si allontana dal villaggio, dandosi al vagabondaggio. Fa incontri con entità ed esseri misteriosi e simbolici, come ad esempio il Fonditore di bottoni, conosce la ricchezza e il piacere, ma torna, infine, stanco e deluso in patria, dove rivede la fedele e ormai vecchia Solvejg, che lo ama ancora. Peer Gynt ritrova nell'amore di questa donna anziana l'immagine di sé, come avrebbe dovuto e, forse, voluto essere. Tra le braccia di Solvejg scopre il conforto e la serenità di un'esistenza sempre condotta senza chiari punti di riferimento. Il protagonista, seguendo il tema della vocazione umana alla ricerca dell'io e del significato della vita, ha scelto di provare tutte le esperienze nel tentativo di realizzarsi,di identificare l'autenticità del suo esistere, ma non riesce a conoscersi. Assai commovente il finale dell'opera, quando Solvejg, cullando Peer Gynt e cantandogli una dolcissima nenia, lo guida a una morte serena, un semplice passaggio verso un'atmosfera di eterna tranquillità. (continua)

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