APRILE 1999
    

 

Federico il Grande

Stenio Solinas

Potsdam - Chissà come sarebbero stati Federico II e Voltaire nella duplice interpretazione di Jean Cocteau e per la regia di Leni Rifenstahl...
un soggetto degli anni Cinquanta, mai realizzato come tutti i progetti cinematografici che l'autrice di "Olympia" accarezzò nel dopoguerra, prima di capire che era un nome dannato e condannato... Par di vederlo Cocteau mentre nella “camera gialla” del castello di Sans Souci, tutta frutta e fiori e animali intagliati, pappagalli, scimmie, tucani che sbucano dalle pareti e dal soffitto, il bianco lampadario intarsiato a forma di pianta, prepara i suoi motti di spirito, esercita la sua intelligenza per far colpo sull'imperatore. “Un filosofo diventa re, oh, il nostro secolo senza dubbio lo desiderava, ma quasi non osava sperarlo”. Ed eccolo nella divisa color blu di Prussia con cui J. G. Zisenis ritrasse il suo legittimo possessore nel 1763, la stella dell'Aquila nera come unica decorazione, esercitarsi a rifare il grande Federico dietro quella sua scrivania così semplice e lineare, i serramenti e le giunture
in oro a scandirne la regalità. “Caro Voltaire,
non ho intenzione di discutere con voi di politica. Sarebbe come somministrare una medicina a un'amante”. E par di vederla la telecamera della Riefenstahl intenta a scorrere sulla “camera bianca e rosa” dedicata all'Italia, appuntarsi sul Foro capitolino dipinto dal Panini e poi farlo coincidere con il Monte delle rovine che dalle colonne della corte d'onore s'intravvede in lontananza, il finto scenario romano che Georg Wenzeslaus von Knobelsdorff costruì per il diletto del re e per nascondere il bacino che sarebbe dovuto servire ad alimentare i giochi d'acqua del castello. O ancora, percorrere in fuga vertiginosa le statue del Pantheon greco che insieme con le allegorie dei quattro elementi, fuoco, acqua, aria, terra, fanno da corona al rond-point della terrazza. A mezz'ora da Berlino, a dieci minuti da Potsdam, Sans Souci fu il buen retiro di Federico il Grande, la dimora “senza pensieri” di chi si credeva destinato alle lettere e alla musica, a disagio con il militarismo paterno di un Re-sergente al quale quel figlio infranciosato risultava incomprensibile: “Non so che cosa passa in quella piccola testa; so che non pensa come me e che ci sono persone che insinuano in lui sentimenti differenti e lo inducono a disprezzare tutto. Furfanti”. In realtà, erano le due facce di un'identica medaglia, con la più giovane costretta a negare e a resistere alla più vecchia per evitare di restarne schiacciato; con la più anziana portata alla sopraffazione come scuola di vita e di pensiero, e che quel figlio, non sopportato come uomo, ma accettato come successore, impose, secondo la definizione del von Ranke, “la disciplina del terrore” quale solo modo per piegarne il
carattere. Il risultato fu questo unicum della storia di un principe
filosofo, musicista, scrittore, grande guerriero, mentitore eppure uomo d'onore, privo di scrupoli ma dotato di magnanimità, incapace di amare eppure adorato, il più razionale nelle sue mosse e nel suo comportamento, e però sempre pronto a sfidare la sorte, il meno tedesco per inclinazioni, letture, gusti, e tuttavia il fondatore di quella vocazione egemonica che fece della Prussia l'affossatrice dell'impero asburgico. “Il mondo giudica la nostra condotta non dai motivi, ma dal successo. Cosa ci resta da fare: avere successo”. A Sans Souci tutto fu costruito secondo i gusti e i desideri del sovrano. Lui stesso disegnava gli schizzi, stava poi ai suoi architetti, von Knobelsdorff in testa, renderli operativi. Il “rococo federiciano”, come verrà chiamato, celebra qui i suoi fasti e i suoi trionfi. La sala di marmo con la cupola al centro dell'edificio, la sala della musica ornata di putti che tirano le reti dell'abbondanza, grappoli d'uva, teste di levrieri, bellezze al bagno alle pareti, la biblioteca con il sole dorato che brilla dal soffitto, la galleria d'arte che allinea uno dietro l'altro le Veneri di Van Dyck, lo straordinario Tommaso che incredulo tocca il costato di Cristo di Caravaggio, la morte di Cleopatra di Guido Reni, le amazzoni di Rubens, gli orientalismi di Jean Lievens... Lungo le terrazze orientate a sud, affinché le viti potessero maturare al meglio, assieme ai fichi e agli altri alberi da frutta, passione imperiale coltivata a dispetto del clima, la grotta di Nettuno chiude a est la collina del castello mentre a ovest, nel parco, fa da solitario architettonico di quella idea della “cineseria” come mondo fatato di draghi, maghi, sapienti e commercianti che tanta parte ebbe nell'immaginario del XVIII secolo, sfolgorante nel suo verde misto a oro, nelle sue lacche blu, nel suo essere luogo di feste e di divertimenti. Rinunziando alla grandiosità della vita principesca di rappresentanza, alla corte come pura pompa, accentrando su di sé ogni decisione, Federico svuotò l'aristocrazia del suo potere. “Il re ha un cancelliere che non parla mai, un gran maestro delle cacce che non oserebbe uccidere una quaglia, un maggiordomo che non ordina nulla, un gran coppiere che non sa se in cantina ci sia del vino, un grande scudiero che non è autorizzato a far sellare un cavallo, un gran ciambellano che non gli ha mai porto la camicia, un gran maestro del guardaroba che non conosce il sarto di corte”, dirà ironicamente un diplomatico francese suo contemporaneo. E però, il giudizio di Mirabeau, “la Prussia non è uno Stato che possiede un esercito, ma un esercito che possiede uno Stato”, va rivisto e corretto: nessuno meglio di Federico usò l'esercito al servizio dello Stato, e conservare e ingrandire quest'ultimo fu il suo unico obiettivo. “Qu' importe de vivre si on ne fait que vegéter! ”.In questa frase di Federico si racchiude il senso di un'esistenza e di una politica. Privo di speranze sull'uomo in quanto tale, al puntodi scrivere una "Epître sur la mèchanceté des hommes", portato a interrogarsi sui grandi temi dell'esistenza, ma consapevole che la metafisica altro non è che uno “sterminato mare di naufraghi”, nulla temendo e nulla sperando diede l'impronta al suo tempo nel segno di una volontà di potenza e nel sogno di uno Stato che la potesse incarnare. Rivolto agli ufficiali dei reggimenti in partenza da Berlino per la guerra dei Sette anni, terminò il suo discorso con l'appello: “Incamminatevi verso il rendez-vous con la fama”. La gloria fu la forza motrice del suo carattere. Nello studio imperiale di Sans Souci un quadro lo immortala a cavallo, contornato dal suo stato maggiore, l'uniforme blu con la quale fu imbalsamato e sepolto. La sua tomba è a pochi passi da lì, tra le ossa dei suoi cani, sulla terrazza che domina il parco sottostante. Una lastra di marmo, con su incisa la scritta Friedrich Der Grosse. Una Venere e il suo Cupido la vegliano. E nessun epitaffio s'addice meglio delle parole che Goethe usò per fissarne il carattere: “Alla grandezza e alla eccellenza si addice l'intransigenza”.

 

   Leadership Medica®  
  Mensile di scienza  medica e attualita`  
 Copyright 1997© All Rights Reserved