GENNAIO 1999 

 

  

Omaggio a

                                                                Victor De Sabata

                                                                (prima parte)

Le commemorazioni hanno lo scopo di riportare all'attenzione del lettore il nome e la produzione di un determinato personaggio. Nel caso di Victor de Sabata il problema non si pone per la ragione sopracitata, poiché il ruolo del direttore d'orchestra non ha bisogno di essere rinverdito, data la grande statura musicale che, da sempre, gli è stata riconosciuta. Porre l'accento sulla sua attività è un doveroso omaggio ad un musicista che ha saputo vivere la musica in modo totale collegandola alle altre discipline. Approfondendo la conoscenza culturale del direttore si notano elementi che si collegano con altri musicisti saliti sul podio. Chi non ricorda Mahler, Toscanini, tutti personaggi che non disdegnano il mondo della composizione? Rimane pur sempre il fatto che De Sabata scrisse poco e troncò di netto quest'attività. Un mistero, che del resto, acquista una dimensione di favola quando si studia in modo articolato il suo mondo e la sua filosofia. Il maestro visse in modo introverso o, per meglio dire, geloso della sua vita privata e quindi concesse poche deroghe nelle sue scelte. Esiste un comun denominatore che lega le composizioni dei direttori d'orchestra che si esemplifica nella minuziosa dovizia dei particolari nelle loro partiture. Principalmente questo elemento è presente nei lavori di De Sabata e nei suoi “Poemi Sinfonici” - Le indicazioni dei tempi, di fraseggio, di espressione esaltano il suo approccio allo studio della partitura e la scelta dei poemi sinfonici, con la loro profonda base psicologica, vanno a completare la visione della personalità del maestro. Il messaggio musicale scaturito da queste pagine non è essenzialmente “progressista” e non si colloca sulla scia di Strauss, Ravel, ma rimane, volutamente, indietro, poiché egli non cerca il successo o l'esecuzione, ma va alla costante e sofferta analisi della propria capacità compositiva, al di là o al di qua delle mode e delle correnti di pensiero. Paolo Isotta nel suo puntuale scritto sul maestro ribadisce che: “Musica da direttori d'orchestra: vi è tutta una categoria di opere bollate, talora a giusto titolo, di questa etichetta: musica epigonica”. (1) E' proprio questo il pericolo che il Nostro voleva evitare. Egli era consapevole di essere collocato nella schiera dei direttori - compositori e ciò non era di suo gradimento. Di conseguenza, non fece nulla per far rappresentare i propri lavori. La scelta di eseguire le composizioni del maestro fu una decisione libera di altri direttori, fra i quali figura anche Lorin Maazel, il quale mise in programma il quadro sinfonico “La notte di Platon”. A tal riguardo Maazel ricorda una frase del maestro inerente al suo brano: “Non mi chieda come interpretarlo...Se lo capisce bene, troverà da solo il modo. Ascolti sempre il Suo istinto musicale” . Da questa indicazione si coglie la discrezione dell'uomo, il quale non voleva influenzare il pensiero musicale dell'interprete; timoroso di essere troppo protagonista e perciò facilmente preda delle critiche altrui. Siamo di fronte ad un uomo eccessivamente schivo, consapevole di essere un protagonista, ma, contemporaneamente, al servizio della musica. Citando brevemente le sue tre composizioni più famose, possiamo iniziare con “Juventus” un poema sinfonico scritto ad appena ventitré anni. Mi sembra importante e chiarificatore riprodurre la spiegazione scritta dallo stesso autore all'introduzione della partituta: "Nel poema sinfonico “Juventus” il compositore vuole descrivere lo slancio e i desideri impetuosi della giovinezza: i suoi incessanti sogni di conquista, la sua marcia baldanzosa verso la luce della gioia e del dominio, e tutte le splendenti chimere che abitano il cuore di ogni uomo... Ma alla febbrile esaltazione succede la depressione, noiosa, e indifferente. Al primo impatto con le deprimenti realtà della vita di tutti i giorni, il sogno trionfante vacilla, esita e svanisce. Una tristezza mortale scende sull'anima che piange, priva di ogni speranza. I canti dell'Ideale sono ormai trasformati in beffarda risata e in funebri rintocchi. Il silenzio avvolge tutto, in un annullamento che sembra dover durare per sempre. Ma ecco, improvvisamente, il risorgere della giovinezza riportata in vita dall'ardore del suo stesso sangue, ancora pieno della sua intatta forza. Crede, spera ancora, risorto e reso più forte da tutte le avversità e le amarezze. Inebriato, vola ancora una volta alla conquista della vita”.(2) Nella composizione è presente il virtuosismo orchestrale e non è trascurato il linguaggio tedesco e francese, del resto passaggio obbligato per ciascun studente di conservatorio. Si possono notare, sempre in “Juventus”, collegamenti con i lavori di Strauss, riprendendo la magniloquenza del discorso orchestrale, le raffinatezze timbriche e la precisione nell'evoluzione tonale. Aleggia un sottile spirito drammatico che non rimane tale, come tensione psicologica, per tutto il brano. Nella partitura esiste un gioco geometrico che non stupisce affatto, infatti tutto ciò non è altro che una profonda elaborazione del materiale musicale che fa parte integrante della personalità del maestro. Quindi, le riprese di frammenti tematici, abbinati a motivi nuovi arricchiscono ulteriormente l'orchestrazione, costruendo un monumento sonoro di notevole fattura. Del presente brano esiste una registrazione Eiar diretta dall'autore, che testimonia, se ce ne fosse ancora bisogno, l'eleganza del discorso compositivo unito al gesto direttoriale che avremo modo di trattare più avanti. E che dire de: “La notte di Platon”? Si tratta di una maturazione assai evidente e per comprendere l'essenza della composizione riproduciamo una parte di spiegazione del poema: “Questo poema sinfonico vuole simboleggiare musicalmente l'eterno antagonismo di due forze che si contrastano l'Uomo: quella della vita carnale, perdutamente avida di gioia, e quella dello spirito, fatta di rinuncia e di chiaroveggente astrazione. Il compositore ha cercato di rendere le passioni espressioni di questo contrasto, incorniciandole nella bella visione, d'una evidenza quasi plastica, evocata da Edoardo Schuré nel suo libro: “Les Grands Initiés” al capitolo dedicato alla conversione di Platone e dando espressione musicale agli elementi estetici e coreografici che compongono questo quadro, come i canti e le danze della prima parte del festino, ravvivata dall'introduzione di modi esotici di selvaggio carattere orientale e conducenti gradatamente allo svanire dell'orgia; le parole di Platone e il contrasto della sua dolce e serena contemplazione al momento in cui le grida e invettive sarcastiche dei compagni che l'abbandonano si perdono in distanza nell'alba nascente." (3) La novità che attiva la nostra attenzione si basa sulla scelta della variazione, la quale offre al compositore la possibilità di sbizzarrirsi con il tema principale. In questo modo, De Sabata si confronta con le numerose possibilità di orchestrazione, dimostrando di avere acquisito una completa padronanza degli strumenti. All'ascolto, la partitura si affianca al gusto della “Generazione dell'Ottanta” rimanendo, in ogni caso, vincolata al clima della tonalità, concedendo dei “flash” alla dissonanza. Non viene trascurato l'esotismo e il collegamento con il metodo compositivo del passato. Questo ritorno all'antico si rifà alle nuove simbologie e le nuove sonorità che dominavano i primi anni del nostro secolo. Attraverso le variazioni De Sabata passa, nella composizione, tutti i sentimenti, concludendo con un parossismo orchestrale che riflette i pensieri presenti nel direttore. Note: 1) Paolo Isotta: Victor de Sabata (Nel Centenario della nascita) Teatro alla Scala - pag. 14 -. 2) P. Isotta: op. cit. pag. 16 3) P. Isotta: op. cit. pag. 30 (Continua)

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