GENNAIO 1999 
 
  
 
 
Oliviero Beha

A cavallo tra la fine del '98 e l'inizio del '99, una polemica apparentemente interessante si è inserita tra gli oroscopi e la mondanità sfusa e le aspettative (in prova) del terzo millennio: mi riferisco al balbettante principio di riflessione sulla confusione tra il giornalista e l'intrattenitore in tv. Ma come, si è interrogato con la abituale rozzezza il presidente dell'ordine dei primi (non essendoci, o non essendoci ancora, l'albo professionale dei secondi...), dopo Castagna anche Cucuzza lascia i panni autorevoli dell'informatore per seguire Pollicione Galeazzi  sulla via del successo da “presentatore”? Dove andremo a finire? Come farà il pubblico a raccapezzarsi? Dove ci porterà la contaminazione dei generi? ecc.ecc. Qualcun altro è intervenuto razzolando però più o meno nella stessa aia: dunque l'informazione tv è lasciata al Gabibbo di “Striscia la notizia”, dunque siamo sommersi dalla tele-stampa rosa, dunque sono sintomi di una strategia disimpegnata, ecc. ecc. Perché ho definito questo immaturo dibattito “apparentemente interessante”? Forse che la questione non è densa di implicazioni e non ci riguarda tutti? Certo. E allora? Vediamo. Quell'”apparentemente” rimanda appunto all'apparenza, categoria televisiva sovrana e ormai categoria esistenziale (pare) imprescindibile. Non viene posta seriamente la faccenda, non viene discussa davvero, si ferma lì. Di qui la mia non difficile previsione su un interesse “apparente”. Non solo: tutti coloro i quali sono intervenuti in questo abbozzo di discussione l'hanno fatto “recitando” una parte, dunque apparendo nei loro ruoli: il presidente dell'ordine, la star televisiva di spettacolo, la star televisiva di partenza giornalistica e d'arrivo appunto “personaggio del piccolo schermo” prestato all'intrattenimento, il giornalista autorevole che depreca questa mutazione ( ma perché non è capitata a lui e al suo cachet...), il giornalista autorevole ma “anziano”, che può quindi sentenziare dal suo santuario anagrafico-professionale magari-tieh-perfino in buona fede. Una recita, nel teatrino mediatico che manda in scena una “pièce” sulle manipolazioni “genetiche” che subisce l'informazione. E che di recita si tratti, a vari livelli di recitazione naturalmente, lo dimostra appunto il risultato inessenziale ottenuto. Inessenziale, certo: perché qualcuno può pensare davvero che il punto sia se Galeazzi, Castagna, Cucuzza o chi volete sono ancora credibili dopo essersi travestiti da intrattenitori? E che questo sia il cuore della faccenda nel reparto informazione tv (ma non solo tv) dell'Italia trionfalmente “eurizzata”? Ma via, non scherziamo. Sono postumi, i giornalisti imbaracconati, di una “malattia” più generale, che sarebbe quella della spettacolarizzazione delle notizie: se per “vendere” l'informazione debbo a forza spettacolarizzarla, è consequenziale che qualcuno provi a “vendere” direttamente se stesso, alla faccia dei cavalli di Frisia che separerebbero le news dall'entertainment, il già tanto sperimentato negli Usa “infotainment”. Ma è qui la radice della mala pianta. Da sempre l'informazione vive delle sue due anime, quella di servizio e quella di prodotto. Se è diventata soltanto la seconda, per essere meglio “venduta”, non è più quell'informazione che intendeva ancora la mia generazione del secondo dopoguerra. Fatico a far distinguere le due cose a mio figlio quattordicenne, come è ovvio. Si vende l'informazione come se fosse “soltanto” una merce, e invece è sì anche una merce, ma una merce particolare, e vedrete che le nuove tecnologie, a partire da Internet, si incaricheranno di mostrarlo e dimostrarlo per forza. Si obietta che nella civiltà dell'immagine, dominata dalla tv, spettacolarizzare è un “must” di chi fa informazione televisiva e ciò condiziona a una inevitabile emulazione radio e carta stampata, che pur con l'immagine alla lettera hanno un po' meno a che vedere. Di qui, quel “sarebbe” summenzionato nella spettacolarizzazione. E invece no, non è proprio, non ci cascate: ci prendono in giro. La mia esperienza professionale radiofonica e televisiva mi fa sostenere che non c'è bisogno di indorare per forza la pillola, che non è obbligatorio tingere di rosa telegiornali, giornali radio e giornali scritti, e così pure programmi radio-tv, per farli trangugiare al pubblico, alibi usato per “non” fare vera informazione. Ci si occupi della realtà, dei problemi, dei bisogni con una “lingua” sia televisiva che radiofonica che stampata giusta, “libera”, e vedrete che è una merce che si vende benissimo anche sub specie di servizio. Certo così pesti i piedi ai padroni del vapore. Che preferiscono la “non” informazione di oggi (se non seguendo dettami di loro convenienza aprioristica economica-politica), e gongolano di fronte alle “recite” degli operatori mass-mediologici sul commovente tema “la tv del disimpegno”. Categoria che cambia, sottoposta come i cibi e le piante (e in futuro le creature viventi) a trasformazioni genetiche, da laboratorio. Volete un titolo? Giornalismo alla soia, transgenica, naturalmente... 

 
 
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