GENNAIO 1999 

 

TUTTE LE INCOGNITE DEL TERZO MILLENNIO

                                                                                     Livio Caputo 
POCHI CREDONO ALLA FINE DEL MONDO, MA E' ANCHE DIFFICILE IMMAGINARE CHE IL MEZZO SECOLO DI STRAORDINARIO PROGRESSO CHE ABBIAMO VISSUTO SI PROLUNGHI IN ETERNO.

Mancano ancora undici mesi all'anno Duemila, ma già i cosiddetti millenaristi sono all'opera: esattamente come accadde nell'anno Mille, durante il Medioevo più buio, decine di migliaia di persone sparse in tutto il globo sono persuase che la fine del mondo sia dietro l'angolo e che l'umanità stia per arrivare a fine corsa. Sembra che molti di costoro abbiano deciso di aspettare l'ora X a Gerusalemme, luogo santo di tre religioni, nella convinzione che questo faciliterà loro l'accesso al Paradiso. Ma anche senza arrivare a questi estremi di pessimismo, c'è chi sta meditando seriamente su che cosa ci porterà non tanto il 31 dicembre 1999, che probabilmente ha in serbo soltanto un gran consumo di champagne, una infinità di botti e una seria crisi dei sistemi informatici, quanto il XXI secolo o, più in generale, il Terzo millennio. All'origine di molte preoccupazioni ci sono - un po' paradossalmente - l'impressionante ritmo del cambiamento e la spettacolosa accelerazione del progresso che hanno caratterizzato gli ultimi due secoli, e in modo particolare gli ultimi cinquant'anni, rispetto a quanto era accaduto nei secoli precedenti. Tra la vita che conduceva Alessandro Magno e quella che conduceva Napoleone non c'era, in fondo, grande differenza. Sia nel IV secolo avanti Cristo, sia alla fine del Settecento, si viaggiava a cavallo o in carrozza, le navi andavano a vela, ci si riscaldava con il fuoco aperto, l'illuminazione era affidata a fiaccole e candele, medicina e farmacia erano primitive, i pagamenti erano effettuati mediante lo scambio fisico di monete d'oro o d'argento, i messaggi venivano affidati a corrieri. La novità più importante è stata l'invenzione della polvere da sparo, e di conseguenza di armi da fuoco sempre più sofisticate. Forse era migliorata, almeno per i ricchi, anche la qualità della vita, nel senso che i mobili erano diventati più belli, le stoffe migliori e la cucina più raffinata. Ma, per il resto, se Alessandro fosse resuscitato all'inizio dell'Ottocento, cioè oltre due millenni dopo la sua morte, non si sarebbe sentito troppo spaesato. Proviamo invece ad immaginare che cosa accadrebbe se tornasse tra noi Napoleone. Il poveretto non riuscirebbe assolutamente a raccapezzarsi. In meno di due secoli, diciamo da quando nel 1825 entrò in funzione la prima locomotiva a vapore, tutto è cambiato in maniera così radicale, che possiamo parlare senza tema di sbagliarci di un mondo diverso. Al posto di cavalli e carrozze che procedono su strade polverose, ci sono treni ad alta velocità, automobili che sfrecciano a duecento all'ora, aerei capaci di fare il giro del mondo in un giorno e mezzo. L'energia, proveniente da varie fonti, ha rivoluzionato la nostra vita intra ed extra moenia, permettendoci di ridurre al minimo lo sforzo fisico qualunque attività un essere umano svolga. Per comunicare a distanza, sono stati inventati via via il telegrafo, il telefono, la radio, la televisione, il fax, il modem, Internet e altre diavolerie sono in arrivo. Siamo stati sulla luna, ne siamo tornati, e tra pochi anni vi costruiremo una colonia permanente prima di avventurarci anche su Marte. La medicina e la chirurgia di oggi non hanno praticamente nulla a che vedere neppure con quella dell'Ottocento, con il risultato che la durata media della vita si è allungata di un buon quaranta per cento. Già oggi si sostituiscono reni, cuore, fegato e altre parti essenziali del corpo umano, e quando – superate le attuali perplessità etiche - saranno state messe a punto le tecniche della clonazione umana si aprirà in questo campo un'era nuova e inesplorata. Quanto ai farmaci, ce ne sono ormai per tutte le necessità, perfino per curare condizioni che, fino a qualche anno fa, non erano nemmeno considerate di malattia. Lo stesso dolore fisico, almeno nelle sue forme più acute, è stato debellato. Tutti queste conquiste sono state fatte da una parte relativamente piccola della popolazione mondiale e diffuse poi, progressivamente, nel resto del mondo. Da Stevenson a Volta, da Fleming a Fermi, da Einstein a Bill Gates, tutti coloro che hanno contribuito a cambiare la nostra vita sono di ceppo europeo, o (ancora più spesso) ebrei che, pur originari della Palestina, sono da sempre parte integrante della nostra civiltà. Solo di recente, nella lista dei premi Nobel, cioè dei protagonisti della rivoluzione scientifica e tecnologica, ha fatto timidamente capolino qualche asiatico. Ma l'impatto dei progressi compiuti è stato universale, e ha finito con l'interessare anche popolazioni che forse, se lasciate a se stesse, non avrebbero ancora inventato neppure la ruota. Paradossalmente, i popoli motori della civiltà sembrano avere esaurito, con la raffica di scoperte che ne hanno cambiato (e allungato) l'esistenza, anche la loro spinta propulsiva. Gli europei (e in misura minore, anche gli americani bianchi e perfino giapponesi) hanno dimezzato nell'arco di una generazione il numero delle nascite pro capite, e se continueranno così saranno destinati, se non proprio all'estinzione, a ridursi a piccola minoranza. La percentuale dei bianchi sul totale della popolazione mondiale è enormemente diminuita tra il momento in cui, poco più di un secolo fa, toccò il miliardo e quel 1999 in cui, stando ai rilevamenti demografici dell'ONU, varcheremo il traguardo dei sei. Oggi, su cento bambini che vengono al mondo, soltanto tre appartengono ai popoli “sviluppati” che, fino ad oggi, hanno imposto la propria civiltà a tutti gli altri e senza i quali l'umanità sarebbe tutt'altra cosa. Quando, tra cinquant'anni, gli abitanti della terra saranno undici miliardi, l'Europa quale la conosciamo oggi potrebbe non esistere più, invasa come sarà dai “nuovi barbari” in arrivo da ogni angolo della terra e che, con l'assistenza della medicina europea, avranno modo anche qui di dar sfogo alla loro straordinaria fertilità. Se le previsioni dei demografi risulteranno esatte, buona parte dei nuovi abitanti dell'Europa saranno africani, perché il continente nero dovrebbe raddoppiare nei prossimi 25 anni (AIDS permettendo, come vedremo più avanti) la sua popolazione, proprio mentre la desertificazione, che si sta mangiando ogni anno decine di migliaia di ettari di terra coltivabile, farà si che riuscirà a nutrirne meno di adesso. E' su queste premesse che bisogna basarsi se vogliamo una previsione ragionevole per il prossimo secolo (o, a scelta, per il prossimo millennio). La prima domanda è se sia possibile che il progresso tecnologico, scientifico ed anche economico possa continuare al ritmo frenetico cui ci siamo abituati nella seconda metà del Novecento, e che ha raggiunto quasi il parossismo da vent'anni a questa parte, obbligandoci a sostituire in continuazione oggetti non ancora usurati ma già obsoleti.. In altre parole, che cosa ci resta ancora da inventare, e a quali fini? Quando gli europei cesseranno di essere la forza trainante che sono oggi, le altre etnie riusciranno a dare a loro volta un contributo originale al progresso? E quali sono i limiti per la mente umana e per le stesse risorse del pianeta? C'è una teoria, per fortuna minoritaria, secondo la quale la folle corsa che ha caratterizzato l'ultima generazione è non solo destinata a finire, ma rappresenta addirittura la premessa per un “atterraggio” catastrofico, per una fase storica in cui le grandi invenzioni del Novecento si ritorceranno contro gli uomini sotto forma di calamità naturali ed artificiali. Le possibilità, purtroppo, sono tante, e in parte sono state già anticipate dalla fantascienza. Basti pensare all'ipotesi di una guerra nucleare, forse più verosimile oggi che ai tempi del bipolarismo, o a un disastro provocato dal buco dell'ozono, o magari a un ricorso massiccio da parte di qualche despota del terzo mondo ad armi chimiche e batteriologiche di cui solo pochi conoscono il potenziale. Un altro pericolo, di diversa natura ma non per questo meno concreto, è costituito dall'esaurimento delle riserve di idrocarburi, che oggi sembrano abbondanti perché ai politici riesce impossibile pianificare oltre i cinquant'anni, ma che potrebbero benissimo finire verso la metà del secolo prima che l'uomo abbia trovato fonti di energia alternativa sufficienti a far funzionare un numero sempre crescente di automobili, aeroplani, navi e centrali elettriche, da cui dipende per la sua stessa sopravvivenza. Lo stesso discorso vale per i prodotti agricoli. Fino ad ora, mettendo a disposizione anche nei paesi del Terzo Mondo le conquiste della scienza occidentale, si è riusciti (almeno statisticamente, anche se non praticamente) a produrre abbastanza proteine, vitamine e carboidrati per nutrire tutti i sei miliardi di abitanti della terra. Ma anche all'ingegneria genetica e ai prodigi della chimica c'é, presumibilmente, un limite, e “rigenerare” un suolo troppo sfruttato, in condizioni climatiche alterate dalla distruzione delle foreste, potrebbe riuscire impossibile anche ai Nobel di domani. Gli scienziati non sono ancora riusciti a mettersi d'accordo su quanti abitanti la terra sia in grado di sostentare: c'è chi parla di nove miliardi, chi di dodici, chi di quindici, ma anche i più ottimisti riconoscono che un limite esiste. Alcuni ritengono che un metodo efficace per prolungare la vita dell'umanità sarebbe di modificare lo stile di vita della sua parte più ricca, che consuma oggi il grosso delle risorse: ma un simile caso di altruismo collettivo appare, almeno per ora, assai poco plausibile. In agguato nel prossimo millennio c'è anche una possibile “rivincita” della natura sull'uomo in tema di salute. Già in questo secolo abbiamo visto che, a mano a mano che la scienza riusciva a debellare una malattia, altre se ne diffondevano, talvolta ancora più insidiose. E' il caso del cancro, che ha oggi una diffusione infinitamente superiore a un secolo fa, ed è adesso il caso dell'AIDS, che finora ha potuto essere abbastanza contenuto nei paesi avanzati, ma che colpisce già un quarto della popolazione africana e per cui non si è ancora trovato un rimedio sicuro. In America, in Giappone, insomma nel mondo “ricco” in cui è diffusa anche la medicina preventiva, si sta lavorando con enorme successo per allungare la vita della popolazione: chi avesse pronosticato, un secolo fa, che l'età media degli italiani sarebbe stata di 76 anni sarebbe stato preso per matto. Ma non è ancora finita. A leggere sulle riviste di medicina i traguardi cui si punta nel XXI, c'è da trasecolare e magari da chiedersi - come fanno già molti credenti - se non ci stiamo avventurando in territorio proibito. E anche ammesso che questo non sia il caso, siamo sicuri che poi paesi pieni di centenari, ma con sempre meno bambini, continuino a funzionare? Un'altra conseguenza del progresso tecnologico è, paradossalmente, la distruzione di posti di lavoro. Almeno nei paesi industrializzati, l'invenzione di ogni nuova macchina rende superfluo un certo numero di addetti, i quali devono trovare poi occupazione nel cosiddetto terziario o vengono emarginati dal processo produttivo. Già in questo ultimo scorcio di secolo tale processo ha portato a grandi (e nell'insieme finora positive) trasformazioni economiche e sociali, ma nessuno sa fino a che punto esso possa continuare senza che si spezzino equilibri essenziali alla sopravvivenza di una civiltà. Qualcuno pensa di affidarsi alla formula “lavorare meno, lavorare tutti”, ma è difficile immaginare un mondo in cui le macchine lavorano, gli uomini oziano e tutti sono egualmente ricchi, felici e contenti. Una osservazione mi sembra incontrovertibile: l'umanità nel suo complesso, e non soltanto la parte privilegiata dell'umanità che risiede nei paesi più avanzati e benestanti, ha vissuto i cinquant'anni migliori della sua storia. E' vero che paesi come il Vietnam e la Corea, l'Angola e l'Iraq sono stati devastati dalla guerra, è vero che miliardi di persone hanno sofferto per due generazioni sotto il totalitarismo comunista, è vero che un miliardo e mezzo di persone vivono tuttora sotto la soglia della povertà. Ma tutti hanno beneficiato del traino del mondo sviluppato, e perfino chi è rimasto al palo può sperare, almeno in teoria, in un futuro migliore, se proseguirà il ciclo iniziato con la seconda guerra mondiale. L'incognita vera sta proprio qui: ci troviamo all'apice di una parabola, o il Duemila è solo una tappa lungo un cammino sempre ascendente? Entrambe le tesi sono sostenibili. Ma per una risposta certa non serve neppure ricorrere a Nostradamus che, tanto per tenerci allegri, avrebbe previsto la terza guerra mondiale addirittura per il luglio del 1999.

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