GENNAIO 1999 
 

  
 
Nulla da fare: l 'Italia del tennis manca l'appuntamento con la storia, 22 anni dopo Santiago del Cile.

L'insalatiera d'argento conquistata nel 1976 in Sud America rimane l'unica Coppa Davis nelle bacheche federali.

La Svezia invece, svegliatasi nel 1975 con un Borg alle prime armi si porta, grazie all'ultimo trionfo per 4 a 1 sulla nazionale azzurra, a quota sette.

Inutile tessere ancora una volta le lodi della scuola scandinava, capace di sfornare talenti a ritmi vertiginosi.

 
Meglio soffermarsi sulle pecche di casa nostra, che al Forum di Assago hanno riportato a galla gravi problemi insoluti. Va fatta una premessa tecnica; quanto a valori individuali e di movimento tennistico ci stava senza alcun dubbio la sconfitta contro una delle prime tre potenze mondiali della racchetta. Ci eravamo pero' un po' tutti illusi che il fattore casalingo unito alla superficie e ad un avversario privato degli uomini di punta (Enqvist, Larsson e Johansson) potesse partorire un piccolo miracolo. Per quasi cinque ore, nella giornata inaugurale,c'è stato un barlume di speranza. Tanto è durata la battaglia tra il nostro numero uno Andrea Gaudenzi e lo svedesino Norman, acerbo ma solido regolarista da fondocampo. Allo scoccare dei 540 minuti di gioco Italia/Svezia era ancora una finale dal pronostico incerto, con forse il fantino azzurro pronto, dopo una veemente rimonta, a piazzare il rush finale. Un Gaudenzi mai domo, anche se in precarie condizioni di forma, aveva infatti rimontato Norman dallo 0-4 nella decisiva partita e si apprestava a mettere la freccia del sorpasso sul 5 pari. L'attimo decisivo, il momento in cui si è probabilmente decisa la finalissima, è stato proprio questo. Un flash agrodolce che Gaudenzi ricorderà per tutta la vita; servizio vincente del faentino che gli procura il 65. Esplode il Forum in un'ovazione liberatoria. Non così pero' il nostro numero uno, che si raccoglie in un gesto marmoreo. Ventre in dentro, mano sinistra sulla spalla destra, smorfia di dolore evidentissima. Capitan Bertolucci gli si fa incontro con preoccupazione mista a stupore. Il braccio dolente è quello operato di recente per rimuovere una calcificazione ossea e riportato alla funzionalità con precipitazione proprio in vista della sfida con gli scandinavi. Pochi dei 13mila assatanati del Forum capiscono il dramma ; per Gaudenzi il match finisce lì. “Lesione del tendine del muscolo sottospinoso” sarà la spietata diagnosi a gara terminata. Andrea ci prova ugualmente a ributtare qualche palla dall'altra parte del campo ma lo fa per inerzia, in stato semi-incosciente. Al cambio campo pochi istanti prima non riuscirà nemmeno a sollevare una bottiglietta d'acqua per dissetarsi. Ancora qualche attimo di agonia, nel gelido silenzio di un palazzetto dello sport pietrificato e poi la rinuncia. Italia 0 - Svezia 1. Il primo singolare sfuma per un colpo basso della Dea bendata. Ancora sotto choc per l'epilogo, gli addetti ai lavori corrono alle tastiere per digitare la cronaca. In pochi, i piu'esperti, analizzano con spietata lucidità l'evolversi della situazione. “E' finita. Questa finale è già persa dopo il primo singolare”. Una premonizione che prende forma nemmeno troppo lentamente, quando il numero uno svedese Gustaffson macina con sicurezza il tennis fioretto di Sanguinetti, nostro eroe nella semifinale sugli Stati Uniti. Il forzato KO di Gaudenzi sembra lasciare un alone di impotenza su Davide, incapace di arginare la regolarità dello scandinavo. Sulla superficie certo non preferita, con il fardello psicologico di uno svantaggio da raddrizzare a tutti i costi e con l'ipotetico ruolo di leader della squadra ereditato a botta calda, l'italiano naufraga miseramente raccogliendo solamente cinque games. 0 a 2 al termine della prima giornata. Bottino e situazione da peggior venerdì 17. Come giorno della settimana ci siamo, numericamente quasi. 15 sono infatti i games che separano il sogno di riportare la Davis in Italia dalla disfatta finale, quella sancita già il sabato con il successo di Bjorkman-Kulti sull'improvvisato duo Nargiso-Sanguinetti. 15 ovvero il numero di giochi complessivamente raccolti dagli altri azzurri nei loro rispettivi match successivi al forfait di Gaudenzi. Un raccolto misero che evidenzia come, privata dell'atleta più rappresentativo, la nostra nazionale non fosse assolutamente in grado di reggere l'urto, nemmeno contro una Svezia anch'essa alle prese con infortuni. Nell'ambito di questa povertà tecnica si inserisce la seconda chance sciupata dall'ambiente del tennis azzurro in occasione dell'epilogo del Forum. Prima della rabbia agonistica di Gaudenzi, del bollettino sanitario sulle sue condizioni e del naufragio del resto del gruppo, ha infatti tenuto banco alla vigilia dell'evento la querelle sui premi. Da una parte i giocatori, dall'altra la Federazione, si sono affrontati verbalmente senza esclusione di colpi per rivendicare le rispettive posizioni a riguardo degli incentivi economici in caso di vittoria azzurra. Un'autentica “battaglia del grano”, protrattasi per giorni, che sul piano dell'immagine non ha certo giovato a nessunoNé alla Federazione in quanto accusata di spilorceria e pressapochismo, nè ai giocatori, etichettati come venali e mercenari. In entrambe le circostanze il fango gettato non ha fatto altro che distorcere una situazione molto semplice. Da un lato c'era un gruppo dirigenziale che non accettava rivendicazioni sindacali ed eventuali ricatti da parte di atleti teoricamente già stipendiati e orgogliosi di rappresentare il proprio paese. Dall'altra dei giocatori sorprendentemente approdati ad un traguardo prestigioso che reclamavano, da una federazione che spesso singolarmente li aveva ignorati, un bilanciamento dei lustri da loro apportati alla vetrina nazionale . Ma il punto focale della questione non è comunque questo. La prima finale di Coppa Davis disputatasi nel nostro paese avrebbe dovuto avere tutt'altra funzione che strumento tramite cui manifestare le reciproce incomprensioni. Il movimento tennistico italiano è da decenni sull'orlo di una crisi evidentissima, come testimonia l'assenza di un nostro giocatore ai massimi livelli, da almeno vent'anni. In termini di audience e popolarità, nonostante il declino dei praticanti, la massima rassegna internazionale ha sempre comunque mantenuto altissimi livelli di attrazione, risvegliando costantemente l'innato spirito patriottico. L'occasione di poter rivincere l'insalatiera d'argento, il vanto di potersi fregiare almeno teoricamente del titolo di nazione più forte del mondo, avrebbe a nostro avviso meritato maggiore cura dei particolari. C'era in ballo la possibilità di strappare ad altre discipline temporalmente fagocitanti (calcio su tutti) una buona dose di ragazzini, catturati dal più classico spirito di emulazione. Tutto sfumato, svanito, gestito all'insegna del soldo e della presunzione di chi comanda. Hanno fallito entrambi i protagonisti. Federazione e tennisti, incapaci di focalizzare i loro sforzi produttivi e l'attenzione del pubblico sull'evento agonistico, rendendosi così protagonisti , soprattutto alla luce del risultato finale, di un comico quanto inopportuno atto di “baruffe chiozzotte”. Alla luce di questi presupposti stride ancor più il contrasto tra le due nazioni finaliste della tregiorni milanese. Una Svezia compatta, con gia' 6 insalatiere in bacheca, stretta attorno ai suoi ragazzi a cominciare da pochissimi dirigenti al seguito, pronti a sostenere comunque le coraggiose scelte del capitano Hageskog. E un'Italia invece con un Bertolucci più parafulmine che tecnico, tra l'altro non ancora riconfermato, che si dannava l'anima come intermediario nel cercare un punto di contatto soprattutto verbale tra dirigenti e giocatori. Forse per questo l'occasionale reporter straniero non ha potuto esimersi dal rilevare il paradosso: sembravamo noi quelli che, dopo aver vinto 6 Davis, potevano permettersi il lusso di lasciare passare un tram così invitante, gestendolo con tale dispendio di energie. 
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