L a nostra memoria è stata sot toposta a uno strano test durato due sere. Alla maniera di Proust, siamo andati alla ricerca del calcio perduto, siamo tornati al giugno del 1970. Una televisione privata ha trasmesso due partite del campionato del mondo che quell’anno si disputò in Messico: la semifinale Italia-Germania Ovest che l’Italia vinse 4-3 e la finale Italia-Brasile che l’Italia perse 1-4. Le due partite sono state riproposte integralmente. Com’è andata dato che, per uno spettatore della mia età, tutto era inevitabilmente scontato? Si sono ripetute le emozioni? Ci sono stati ancora gli attimi mozzafiato? E’ stato possibile, in definitiva, rendere ripetibile l’irripetibile soltanto con la mediazione d’un mezzo audiovisivo? La sociologia e la psicologia applicate al calcio e ad altri sport hanno già offerto molte risposte a chi tenta d’interrogare i misteri delle gradinate d’uno stadio. Sappiamo che fru strazione e violenza sono i termini dell’equazione con la quale si tende a spiegare il fenomeno del tifo. Ma per due sere sul video è passato un album animato di ricordi, partite che appartengono al romanticismo della distanza. E, soprattutto, partite già cento altre volte evocate, attimi conclusi da quasi trent’anni, archiviati come pratiche più o meno gloriose, come ritagli d’un giornale cui è impossibile, per legge di natura, restituire il brivido dell’attualità. Ma non basta. Si sa che la memoria, quando opera i suoi tortuosi scandagli, non rispetta le regole della cronaca, salta i particolari, arriva con estrema rapidità all’essenza dei ricordi. Forse questo è un errore perché, come dice il personaggio di Emilia nella “Piccola città” (“Our town”) di Thornton Wilder, il senso della vita è più nelle minime cose che nelle grandi, è più nella bottiglia di latte del mattino, nelle voci d’un cortile, nei dispersi richiami, che nelle folgorazioni intorno alle quali sembra addensarsi il destino. Eppure, quando diciamo che vorremmo rivivere la nostra giovinezza, non pensiamo alla noia delle cose quo
tidiane, ai tanti gesti insignificanti d’una giornata, alle parole di cui non resta alcuna traccia ma delle quali è pur fatto il tessuto dell’esistenza. Pensiamo a un amore, all’inizio o alla fine di un amore; pensiamo a un successo o a una sconfitta, a qualcosa, insomma, che abbia caratterizzato il nostro essere, che lo abbia determinato o sconvolto.
Diventa lecita una domanda: la memoria del tifoso è qualcosa di diverso dalla memoria del tifoso stesso quando, però, non è preda della passione per il calcio? Credo proprio di sì. Una ricerca d'archivio mi ha permesso di ritrovare gli indici d'ascolto delle due partite che ho citato: 23 milioni di telespettatori per Italia-Germania e 32 milioni per Italia-Brasile (nel luglio del 1969, per lo sbarco sulla Luna degli astronauti americani, si ebbero 27 milioni). In quel giugno del 1970 le notizie di spicco erano poche: in Italia minacciato il solito blocco degli esami da parte di maestri e professori; vittoria del conservatore Heath alle elezioni inglesi; aperto negli Stati Uniti il processo contro il “diavolo” Charles Manson. Per la notte in cui fu trasmessa Italia-Germania, i giornali parlarono di orari anticipati per i cinema, i teatri e le corse dei cavalli. Particolare significativo: i treni notturni viaggiarono praticamente vuoti. Tutto questo non si è ripetuto. Nessuna città si è fermata in queste due serate di rievocazione. Ma se l'indice di ascolto è ovviamente molto calato, le due trasmissioni hanno ugualmente rinfocolato umori, provocato trambusti familiari, fatto discutere. Eppure, sul video, non passavano soltanto i momenti magici dei gol, delle parate strepitose, dei tiri che sfiorano le porte. Passavano anche le pause, il rifiatare della partita, i momenti di noia, gli incidenti senza conseguenze, le inutili discussioni tra giocatori. Non solo. Bisogna anche dire che, per gli appassionati, i momenti magici erano tutti previsti, il gol sarebbe arrivato da quell'azione in apparenza insignificante, le parole del telecronista erano continuamente smentite e lo si sapeva fin dall'attimo in cui le pronunciava. Si conosceva tutto, proprio tutto, minuto dopo minuto, secondo dopo secondo. Tutto già vissuto, tutto inesorabilmente fermo. Eppure...
Come commentare questa prova di “memorizzazione collettiva”? Il termine, secondo il filosofo Lukàcs, indicherebbe nientemeno che la coscienza di classe. Noi ne abbiamo molto vistosamente abbassato il livello: lo constatiamo, se non altro, per rispetto della realtà. Se la televisione (facciamo il primo esempio che ci viene in mente) avesse riproposto il giorno della morte di John Kennedy, non avremmo sopportato i particolari della partenza da Washington, dell'arrivo a Dallas, degli omaggi delle autorità all'aeroporto, dell'inizio della sfilata. Avremmo voluto, subito e senza troppe dispersioni, rivedere la sequenza dell'auto che fa una curva, di Kennedy che reclina la testa colpita, della moglie Jacqueline che si piega su di lui, dell'auto che inutilmente accelera verso l'ospedale nell'inutile speranza di salvare il giovane presidente... Questo avremmo voluto, mentre per il calcio abbiamo accettato ogni dettaglio e una sintesi di quelle vecchie partite ci avrebbe lasciati insoddisfatti. Forse in Italia lo sport, ma soprattutto il calcio, ha poteri più grandi della storia. O forse - ipotesi più benigna - i tifosi del calcio sono affetti da una delle malattie nazionali più diffuse: quella del “reducismo”. I campionati del mondo in Messico (per non parlare di quelli che l'Italia vinse in Spagna nel 1982) furono, a loro modo, una trincea, un fronte, una battaglia. I milioni di tifosi che soffrirono nelle retrovie televisive, a tanti chilometri di distanza, non trovano niente di anormale nel gustare come una primizia anche i minimi dettagli già visti. La “ricerca del calcio perduto” non è per questi tifosi un esercizio della memoria. Come veri reduci, essi continuano a vivere nel cerchio di quelle ore e di quei minuti, nell'urlante orizzonte di quello stadio, pronti a scattare, a soffrire, a gridare, a tremare, come se quel gol, quella parata, quella finta, quel dribbling, potessero ripetersi all'infinito. Per due sere la televisione non ha offerto una rievocazione, ma una fantomatica ripresa diretta.