Un
mondo di barboni e di furfanti, di miserabili e di straccioni, di vagabondi
e di accattoni, si è dato convegno in questi giorni a Brescia. Emarginati
del terzo mondo che bussano alle porte del benessere padano?
O il richiamo di benefiche dame sollecite verso i bisogni dei diseredati?
Nulla di tutto questo. La plebaglia vociante e scomposta, cenciosa e sguaiata
che ci viene incontro nelle sale rinnovate di fresco del Museo di Santa
Giulia non è che il tema della prima, esauriente rassegna espositiva
dedicata a un genere pittorico a lungo misconosciuto: la pittura con scene
di genere, appunto, o meglio, in questo specifico ambito, quel filone affascinante
e tuttora inesplorato dedicato agli aspetti più umili e popolari
della realtà. Un
filone che ebbe grande fortuna in Italia tra il XVII e il XVIII secolo e
che vanta, accanto a maestri poco noti opportunamente rivalutati proprio
in questa occasione, capolavori di Caravaggio, Salvator Rosa, Alessandro
Magnasco, Giuseppe Maria Crespi, Gaspare Traversi.
| Giovan Battista Carlone "La
compagnia dei baroni" (prima metà '600) Collezione privata
Giuseppe Gambarini "Allegoria
dell'inverno" (prima metà '700) Bologna, Pinacoteca Nazionale
Giovanni Michele Graneri "Scena
di mercato" (prima metà '700) Collezione privata
Bernardo Strozzi "La cuoca"
(metà '600) Genova, Galleria di Palazzo Rosso
Giacomo Ceruti "Donne che lavorano"
(prima metà '700) Brescia, Civici Musei
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Ideata
da Francesco
Porzio e dal compianto Federico Zeri, la mostra non si limita tuttavia ad
allineare una serie di eccezionali dipinti di tema pauperistico e plebeo,
ma ne fornisce un inquadramento di altissimo interesse non solo sotto il
profilo storico-artistico ma anche in chiave più largamente storica
e sociologica. Benché guardato con una certa diffidenza dagli storici
di professione, il testo figurativo è infatti uno straordinario strumento
di conoscenza e di sapere, e spesso fornisce su un ambiente, su un'epoca,
su una società, dati più illuminanti di qualsiasi ricostruzione
condotta su polverosi documenti d'archivio. Questa umanità umile
e dimessa ci parla dunque in modo eloquente, e in termini tuttora molto
attuali, dei rapporti tra cultura “alta” e “bassa”, dell'atteggiamento dei
ceti abbienti verso il mondo dei diseredati, del modo in cui l'attenzione
per i derelitti si evolve da una generica lettura di stampo carnevalesco
e caricaturale, verso un sentimento ambivalente, intriso di ribrezzo e di
ironia, di paura e di pietà, per sfociare infine in una sostanziale
accettazione dell'umana dignità del povero e in una descrizione più
partecipe delle sue reali condizioni di vita. La rassegna di Brescia registra
tutte le tappe di questa evoluzione partendo dai precedenti cinquecenteschi,
in cui l'attenzione verso le tematiche popolari si fa strada accanto alla
tradizionale iconografia religiosa finendo per relegarla in secondo piano,
e concludendosi con Giacomo Ceruti, il grande pittore settecentesco, milanese di
nascita e bresciano d'adozione, capace di dare compiuta autonomia e verità
al mondo dei “pitocchi”. Con Ceruti, la pittura cosiddetta “di genere”,
che ancora al tempo di Caravaggio veniva considerata inferiore rispetto
a quella storica o religiosa, appare ormai del tutto priva di connotazioni
comiche, grottesche o moraleggianti, e con la sua adesione lucida e schietta
al mondo degli umili apre le porte al realismo moderno. |