GENNAIO 1999 
 
 

 
 
Gianfranco Malafarina
Un mondo di barboni e di furfanti, di miserabili e di straccioni, di vagabondi e di accattoni, si è dato convegno in questi giorni a Brescia. Emarginati del terzo mondo che bussano alle porte del benessere padano? O il richiamo di benefiche dame sollecite verso i bisogni dei diseredati? Nulla di tutto questo. La plebaglia vociante e scomposta, cenciosa e sguaiata che ci viene incontro nelle sale rinnovate di fresco del Museo di Santa Giulia non è che il tema della prima, esauriente rassegna espositiva dedicata a un genere pittorico a lungo misconosciuto: la pittura con scene di genere, appunto, o meglio, in questo specifico ambito, quel filone affascinante e tuttora inesplorato dedicato agli aspetti più umili e popolari della realtà. Un filone che ebbe grande fortuna in Italia tra il XVII e il XVIII secolo e che vanta, accanto a maestri poco noti opportunamente rivalutati proprio in questa occasione, capolavori di Caravaggio, Salvator Rosa, Alessandro Magnasco, Giuseppe Maria Crespi, Gaspare Traversi.
Giovan Battista Carlone "La compagnia dei baroni" (prima metà '600) Collezione privata 

Giuseppe Gambarini "Allegoria dell'inverno" (prima metà '700) Bologna, Pinacoteca Nazionale

Giovanni Michele Graneri "Scena di mercato" (prima metà '700) Collezione privata 

Bernardo Strozzi "La cuoca" (metà '600) Genova, Galleria di Palazzo Rosso

Giacomo Ceruti "Donne che lavorano" (prima metà '700) Brescia, Civici Musei

 

  Ideata da Francesco Porzio e dal compianto Federico Zeri, la mostra non si limita tuttavia ad allineare una serie di eccezionali dipinti di tema pauperistico e plebeo, ma ne fornisce un inquadramento di altissimo interesse non solo sotto il profilo storico-artistico ma anche in chiave più largamente storica e sociologica. Benché guardato con una certa diffidenza dagli storici di professione, il testo figurativo è infatti uno straordinario strumento di conoscenza e di sapere, e spesso fornisce su un ambiente, su un'epoca, su una società, dati più illuminanti di qualsiasi ricostruzione condotta su polverosi documenti d'archivio. Questa umanità umile e dimessa ci parla dunque in modo eloquente, e in termini tuttora molto attuali, dei rapporti tra cultura “alta” e “bassa”, dell'atteggiamento dei ceti abbienti verso il mondo dei diseredati, del modo in cui l'attenzione per i derelitti si evolve da una generica lettura di stampo carnevalesco e caricaturale, verso un sentimento ambivalente, intriso di ribrezzo e di ironia, di paura e di pietà, per sfociare infine in una sostanziale accettazione dell'umana dignità del povero e in una descrizione più partecipe delle sue reali condizioni di vita. La rassegna di Brescia registra tutte le tappe di questa evoluzione partendo dai precedenti cinquecenteschi, in cui l'attenzione verso le tematiche popolari si fa strada accanto alla tradizionale iconografia religiosa finendo per relegarla in secondo piano, e concludendosi con Giacomo Ceruti, il grande pittore settecentesco, milanese di nascita e bresciano d'adozione, capace di dare compiuta autonomia e verità al mondo dei “pitocchi”. Con Ceruti, la pittura cosiddetta “di genere”, che ancora al tempo di Caravaggio veniva considerata inferiore rispetto a quella storica o religiosa, appare ormai del tutto priva di connotazioni comiche, grottesche o moraleggianti, e con la sua adesione lucida e schietta al mondo degli umili apre le porte al realismo moderno.