

Emilio
Belotti è tra i giovani pittori italiani emergenti. Ci consegna da tempo un
esercizio della esattezza della forma, o meglio delle forme in costruzione,
perfette apologie della lucidità.
I suoi dipinti con riprese in "esterno" e in "interno", ritrovano l'incerto
e il vago, l'indeterminato, quasi fossero posseduti da un demone dell'astrazione.
Queste pareti, come a me piace notare, questi dipinti, rimandano a una stagione
caliginosa, polverosa, afosa, in cui forme e spazio diventano un congegno
di luci e tarsie luminose e metalliche, un luogo smaltato e matematico che
sconvolge l’uomo, il corpo, il caos. Recentemente alcune sue pale o dipinti
sono stati ammirati nella mostra che si è tenuta a Milano nell’Antica Chiesa
di Maria Immacolata, dal titolo “Sette Stanze Un Giardino”.
Giovane artista bergamasco, ma già imposto a livello nazionale con l’accredito
di firme prestigiose, di critici avvertiti che ne hanno colto lo spirito e
la poetica di innesto in quella che è la grande pittura internazionale e americana.
Per questo tipo di lavoro era stato segnalato sul Comanducci 2000; non solo,
era stato segnalato in prestigiosi premi che gli sono stati consegnati sia
a Milano che a Venezia. Il suo impegno artistico è versato su più fronti,
da quello laico a quello sacro, con opere anche musive in prestigiose parrocchiali
italiane.
A dire il vero Emilio Belotti è figlio d’arte, in quanto già il padre è stato
artista di rilievo lasciando un po’ in tutto il nord Italia opere di forte
impianto sacro, specie nell’esecuzione musiva. Nella stessa provincia di Bergamo
si possono ammirare impianti artistici in collezioni pubbliche e private.
Stupisce come questo giovane artista sia riuscito ad assorbire non soltanto
la cultura italiana più significativa degli anni del dopoguerra, quando a
Milano si videro per la prima volta Wols e altri artisti stranieri che omaggiavano
la loro poetica di segno e di gesto, per non tralasciare la macchia, come
rigenerazione della pittura che tornerà poi negli anni a vivere con la cosiddetta
“pittura dipinta”, come avvertimmo acutamente fin dai primi anni ottanta.
In quella scia il giovane artista Belotti ha saputo fiutare, evolvere e confrontare
la sua cultura artistica, elaborando pareti di colore, muri di forme aperte
alla luce che invade con i bianchi e con taluni colori che paiono tappezzare
come tessere l’impianto architettonico della costruzione.
Anni fa ottenne a Venezia, in occasione della Biennale, il Premio della Comunità
Europea per l’Arte, qualificandosi fra mille, e da lì in un certo senso partì
la sua fortuna che fu poi documentata con scritti di illustri critici e giornalisti
e con l’apporto di prestigiose monografie esemplari sul suo lavoro. Certamente
la configurazione astratta del suo lavoro potrà a molti non essere vicina
per via di certe scelte semplicistiche che paiono essere più facilmente contagiate
da un mercato a portata di mano; certamente questa lezione di pittura, che
rompe gli schemi del costruttivismo, forse più razionale, vive di una poeticità
delle forme e del colore spesse volte squillante di rossi e di verdi, di bianchi
e di azzurri.
Ecco il lavoro che da qualche anno Emilio Belotti porta avanti con la serietà
che gli compete, ogni sua opera è un tassello del mondo; ogni sua opera pare
una grande vetrata che illuminata ci offre ancora una volta un mondo nuovo
di giorno in giorno.




