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Oggi vi racconterò una storia africana, o italiana. Giudicate voi. E’ una storia vera. Si potrebbe liofilizzare in una parola: adozione.
Un poeta inglese, Ted Hughes, vedovo della più famosa sodale poetica Silvia Plath, da qualche anno scomparso anche lui, in un suo libretto di poesia che si chiama “Cave birds”, alla lettera “caverna uccelli”, dice una cosa fantasticamente significativa e verificabile, e la dice in un saggetto, posposto in versi, dedicato all’immaginazione. Sostiene, delucidando i concetti con chiarezza mentre qui li sintetizzo a mo’ di telegrafo, che ogni storia è una unità immaginativa riassumibile in una parola.

Per esempio se diciamo “Cristo” tutti credo sappiamo di che si parla e immaginiamo magari diversamente ma di conseguenza.
Se diciamo Hitler, pure. Se invece diciamo per esempio: “La crocifissione di Hitler”, facciamo esplodere interiormente/ immaginativamente due parole ossia due storie giustapposte in modo sorprendente. Tornando a noi, se scrivo “adozione” voi che leggete immaginate di conseguenza, ma la storia che sto per raccontarvi è, vi avviso, un po’ particolare, per cui, seguendo i dettami meravigliosamente parlanti di Hughes, per mettervi sull’avviso dovrei dirvi, invece che solo “adozione”, una giustapposizione tipo “come adottare un fondo di investimento”, o qualcosa del genere

La storia. In un periodo delicato per un importantissimo fondo di investimento italiano, nel momento in cui si stanno rinnovando le cariche dirigenziali (risvolti dunque stramiliardari), un finanziere di questo fondo va a farsi una vacanza in Africa, in un villaggio turistico di quei circuiti stranoti.
Un giorno in un’escursione all’interno, nella foresta, su una barca lungo un fiume, vede sulla riva di un povero villaggetto non turistico bambini che giocano. Tra essi, bellissima e affusolata per razza, una bambina con una gamba pietosa, incancrenita, tremenda a vedersi. Decide istantaneamente per “la buona azione”.
Parla in qualche modo con il padre della bimba, coinvolge il direttore del villaggio di vacanze, l’ambasciatore italiano laggiù, l’Alitalia ecc. Così ottiene il permesso di portarsi dietro la bambina in Italia per farla curare. Lei non parla una parola né ovviamente di italiano né di francese, lingua colonizzatrice, ma solo spuntature di dialetto. Insomma, non comunica. Ha poco meno di otto anni. La gamba è così per una grave infezione. In Italia il finanziere fa portare la bambina nerissima in un ospedale vicino a casa sua e, con la stessa trafila di coinvolgimenti emotivo-burocratici, la fa operare.
Le salvano la gamba. La bimba è lì, sola, muta, in un letto d’ospedale accompagnata soltanto da un emissario della tribù d’origine che parlicchia francese e immediatamente ripartirà per l’Africa, ma la gamba è salva. Non la perderà.
Certo, dovrà rieducarla per anni, prima a lungo con un apparato terrifico di ferri che debbono, infilati nell’osso, rimetterla in condizioni di camminare, apparato tipo “Vergine di Norimberga” per il potenziale di tortura che rappresenta al senso e all’occhio, poi più umanamente con l’esercizio. Il finanziere si sente domandare dall’ospedale chi penserà alla bambina, risposta: ”non certo io che ho tanto da fare e nella mia villa ho un cane feroce”. Incredulità generale.
Dopo il primo periodo, la pazientina viene “adottata” o meglio presa in affidamento terapeutico dal medico che l’ha operata. Dopo oltre tre anni è ancora nella casa di quel medico. E’ quasi guarita, va a scuola, parla benissimo l’italiano, è sempre bellissima e intelligente.
Peccato che il finanziere non abbia mai sentito il bisogno di informarsi sulla sua salute, se ne sia liberato, non abbia mai contribuito economicamente a nulla, e anzi una piccola verifica è stata sufficiente per appurare che sia il viaggio dall’Africa che le cure ospedaliere sono rubricate gratuitamente (l’Alitalia, l’ospedale).
Nel frattempo il finanziere ha scalato il vertice di quel fondo, è tra i principali contribuenti italiani, si è “rivenduta” in tutte le salse la sua “buona azione” quando anche il Vaticano ha detto la sua su quelle nomine citate per il fondo.
E’ una storia-buffet: ognuno ci prenda il piatto che più gli piace (lo riguarda, lo impressiona). D’ora in poi però, memore di Hughes, alla parola “adozione” o più puntualmente “affidamento”, personalmente abbinerò altri tipi di storie.
Africane? Italiane?

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Oliviero Beha