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Tutti i problemi della lotta al terrorismo, dall'identificazione del nemico alle legislazioni troppo garantiste

ll presidente Bush non si stanca di ripeterlo: la guerra al terrorismo lanciata l’indomani degli attentati dell’11 settembre sarà cruenta, durerà molti anni e raramente sarà vista in televisione. Sarà una guerra che verrà combattuta in gran parte dai servizi segreti, ma potrà anche dare luogo a bombardamenti, raid di truppe speciali e conflitti tra nazioni. Soprattutto, sarà una guerra che ci coinvolgerà tutti, perché le indagini lanciate dopo la tragedia di New York stanno rivelando che il nemico più insidioso è tra noi, travestito da studente modello, da buon marito o da volonteroso lavoratore, e potrà essere sconfitto soltanto con la nostra attiva collaborazione. Queste sono, nel bene e nel male, le previsioni degli esperti per gli anni a venire, accompagnate dalla raccomandazione di non abbassare mai la guardia perché, anche dopo la disfatta dei Talebani e la rotta di Bin Laden, un attacco potrebbe venire in qualsiasi momento e da qualsiasi direzione. Quando a botta calda molti commentatori scrissero che gli eventi dell’11 settembre 2001 avrebbero cambiato il mondo non si erano sbagliati di molto. La data non passerà forse alla storia come quella della scoperta dell’America o della presa della Bastiglia, ma rappresenta comunque una svolta importante: ha messo in luce l’estrema vulnerabilità della nostra società, ha approfondito il fossato tra il mondo giudaico-cristiano e quello islamico, ha posto le basi per la definitiva accettazione della Russia nella comunità occidentale. Essa ha anche segnato il nostro risveglio di fronte a un fenomeno, il fondamentalismo islamico, che avevamo a lungo sottovalutato, lasciando che allungasse i suoi tentacoli sull’Europa senza prestargli la necessaria attenzione. Per reazione a quella fase di incoscienza, i governi stanno cercando ora di dotarsi di nuovi ed eccezionali strumenti per combattere il nemico e impedirgli di utilizzare il nostro attaccamento alla libertà per i suoi fini. Una evoluzione già stigmatizzata dai difensori dei diritti civili, i quali temono che la lotta al terrorismo possa finire col mettere in pericolo i principi fondamentali dello stato di diritto. Se il terrorismo esiste da tempo immemorabile e non è certo ignoto alle polizie di tutto il mondo, le due novità con cui dobbiamo misurarci sono: 1) i fondamentalisti dispongono di un numero imprecisato di agenti non solo disposti a sacrificare la propria vita per raggiungere i loro scopi, ma anche dotati di preparazione tecnica, militare e culturale sufficiente a compiere imprese molto sofisticate; 2) essi sono animati da una tale carica di odio nei nostri confronti, che non fanno alcuna differenza tra obbiettivi militari e civili e hanno come fine ultimo la nostra distruzione. Questo offre loro una serie di possibilità inedite, per le quali non siamo – almeno per adesso – adeguatamente preparati. Non solo essi possono tentare di ripetere, magari in una diversa parte del mondo, l’impresa di impadronirsi di un aereo civile carico di carburante e lanciarlo su un obbiettivo di loro scelta, ma – sempre nell’ottica di infliggere il massimo danno con il minimo dispendio di forze - sono in grado di tentare una operazione di commando contro una centrale nucleare per farne saltare i circuiti o di fare esplodere una bomba con un involucro di materiale radioattivo in uno stadio. Nel primo caso, innescherebbero un “effetto Cernobil”, nel secondo contaminerebbero in un colpo solo migliaia di persone. Se poi disponessero davvero di ordigni nucleari, anche senza i vettori normalmente usati per lanciarli a destinazione, dovrebbero solo sbrigliare la loro fantasia per farli scoppiare in un punto particolarmente vulnerabile. Una possibilità che desta grande allarme nelle polizie mondiali è che una bomba venga spedita via mare, chiusa in un normale container e fatta scoppiare a distanza una volta che la nave sia entrata in porto a New York, Londra, Sidney o Genova; oppure, che venga caricata su una delle tante carrette del mare in circolazione, che lancerebbe poi un SOS davanti alla città prescelta per la distruzione e si farebbe addirittura rimorchiare in porto dalle sue vittime predestinate. Per il momento, nonostante gli annunci minacciosi dello sceicco del terrore, non risulta che Al Qaeda, o una delle organizzazioni a lei affiliate, disponga di bombe atomiche vere e proprie, ma vengono esplorate almeno tre possibilità che esse hanno di procurarsele: con il concorso degli scienziati fondamentalisti del Pakistan, attraverso l’Iraq o grazie ai servigi di qualche ex scienziato sovietico disoccupato, rimasto affascinato dai dollari di Bin Laden. Un altro incubo è costituito dalle “valigette nucleari” a suo tempo in dotazione al KGB, di cui – corre voce – alcuni esemplari sarebbero stati trafugati dai depositi russi (o vendute da custodi infedeli) negli anni del caos. La “liberazione” dell’Afghanistan, e la conseguente neutralizzazione dei laboratori e dei depositi di materiale che Al Qaeda aveva potuto costruirvi grazie alla protezione dei Talebani, hanno comunque ridotto considerevolmente la minaccia nucleare. Più concreta è la possibilità di attentati con armi chimiche e batteriologiche che sono state trovate in varie basi di Bin Laden intorno a Kabul e a Kandahar e che sono comunque reperibili nei magazzini dei cosiddetti Stati-canaglia e fabbricabili da buoni tecnici in buoni laboratori. Qualcuno si stupisce addirittura che i terroristi, pur disponendo di un certo numero di fiale di gas nervino, non abbiano mai tentato di usarle, come ha già fatto alcuni anni fa una setta giapponese nella metropolitana di Tokio. La spiegazione sta probabilmente nella concezione strategica di Al Qaeda che sembra puntare solo su operazioni altamente spettacolari, lasciando a eventuali fiancheggiatori le operazioni di piccolo e medio cabotaggio e, nonostante l’allarmismo dei media, ottenere risultati davvero devastanti con il sarin richiede condizioni molto particolari. Per “volare alto” con questo tipo di armi i terroristi dovrebbero tentare di avvelenare un grande acquedotto, o introdurre gas letali nel sistema di ventilazione di un grattacielo, o spargerli con un aereo su una folla. Le difficoltà tecniche sono peraltro – a detta degli esperti – maggiori di quanto possa sembrare a prima vista. Per quanto riguarda le armi batteriologiche, abbiamo visto che è bastata una raffica di lettere contenenti spore di carbonchio (spedite probabilmente non da agenti di Bin Laden, ma da un cittadino americano) per seminare il panico negli Stati Uniti, anche se alla fine dei conti i morti si sono contati sulle dita di una mano. Anche qui, le possibilità che si offrono ai terroristi sono in apparenza infinite, ma in realtà la minaccia non è letale come è stata descritta. Il carbonchio non si trasmette per contatto diretto tra le persone, contro il vaiolo e la peste bubbonica esiste la vaccinazione, solo il terribile morbo di Ebola è davvero da temere. Diffondere queste malattie su vasta scala, tuttavia, esige una perizia non comune e una organizzazione strutturata di esperti nel maneggio di virus e batteri di cui Al Qaeda, oggi come oggi, non sembra disporre. Naturalmente, i fondamentalisti possono sempre ripiegare sulle tecniche convenzionali, magari con uso di kamikaze, ampiamente sperimentate contro Israele. Proprio l’esperienza dello stato ebraico, che, pur disponendo dei servizi segreti più efficienti e collaudati del mondo, è rimasto vittima, nel corso dei decenni, di innumerevoli attentati, dimostra quanto sia difficile organizzare una difesa: Non c’è precauzione, non c’è sorveglianza che tengano quando si ha a che fare con gente per cui va bene qualsiasi bersaglio e che – come gli estremisti palestinesi - ha facile accesso a soldi, armi, munizioni ed esplosivi. La Spagna ha avuto gli stessi problemi con l’ETA, l’Italia con le Brigate rosse, la Francia con i nazionalisti corsi e la Gran Bretagna con l’IRA. Con un terrorismo islamico di tipo convenzionale, comunque, sarebbe più semplice convivere, sia perché tutti gli Stati dispongono dell’expertise necessaria a contenerlo, sia perché l’opinione pubblica vi si è in qualche modo assuefatta. Una incognita, invece, è costituita dal cosiddetto fronte informatico che ha già rivelato in varie occasioni la sua vulnerabilità: un attacco concentrico ad alcuni sistemi, come quelli che presiedono al traffico aereo, potrebbe per esempio non fare vittime, ma paralizzare, sia pure per breve tempo, il normale funzionamento del Paese colpito. Quello che spaventa di più è la capillarità della rete di Al Qaeda non soltanto negli Stati Uniti, ma in ogni Paese occidentale. Ora che la caccia ai fondamentalisti è diventato un obbiettivo prioritario per tutte le polizie, non passa quasi giorno senza che si effettuino nuovi arresti, si scoprano nuove cellule o si mettano a nudo nuove complicità. Nei soli mesi di ottobre e novembre, l’FBI ha messo sotto chiave 1200 sospetti negli Stati Uniti, e la CIA ha chiesto e ottenuto non meno di 500 arresti di estremisti in cinquanta Paesi diversi. Con angoscia ci si accorge quanto le deliranti tesi di Bin Laden abbiano attecchito nelle comunità islamiche europee, trasformandole in altrettanti bacini per il reclutamento di nuovi terroristi, già inseriti nella nostra società e perciò in grado di passare senza indugio alla fase operativa. Si scoprono con sgomento le infinite ramificazioni economiche e finanziarie di Al Qaeda, che sfruttava con enorme abilità e il concorso di cervelli di prim’ordine la globalizzazione dei mercati per perseguire i propri sinistri obbiettivi. L’impressione è di trovarsi alle prese con una organizzazione criminale con un altissimo tasso di omertà, strutturata in modo da impedire ogni infiltrazione e perciò in grado di resistere anche a una offensiva senza quartiere. Gli Stati Uniti e l’Unione Europea si sono resi rapidamente conto di non disporre degli strumenti adeguati per fronteggiare un nemico del genere e hanno cercato di correre ai ripari, da un lato potenziando i servizi destinati a combatterlo e dall’altro dotandoli di una maggiore libertà di azione. Gli americani si sono spinti più in là di tutti, conferendo alla polizia ampi poteri di indagine e di detenzione e istituendo – come in tempo di guerra – tribunali speciali per giudicare i terroristi. Gli inglesi non sono stati loro da meno e hanno introdotto la possibilità di internare senza processo i musulmani sospetti di connivenza con Al Qaeda, come si fa in tempo di guerra con i cittadini dei Paesi nemici. Francia e Germania hanno resuscitato in tutto o in parte le leggi antiterrorismo in vigore negli anni di piombo e perfino l’Italia ha modificato a tamburo battente la propria legislazione e proposto di concedere ai suoi 007 impegnati nella lotta contro i fondamentalisti la licenza, se non di uccidere, di commettere impunemente un certo numero di reati nel corso delle loro attività. Un po’ dappertutto, sono state rese più elastiche le norme che regolano le intercettazioni telefoniche e il controllo della posta elettronica e sono state strette le maglie dell’immigrazione. Di pari passo, è aumentata la collaborazione tra le polizie e i servizi dei Paesi che si sentono nel mirino di Al Qaeda, superando diffidenze radicate da decenni. In parte, questa collaborazione si è tradotta in nuovi accordi internazionali, come l’istituzione di un mandato di cattura europeo, in parte ha preso la forma di un intenso e continuo scambio di informazioni che, secondo un alto funzionario della Casa Bianca, “finirà con l’essere più utile alla causa della collaborazione tra le varie Forze Armate”. Nell’attesa che questa gigantesca operazione consegua l’obbiettivo di smantellare la rete operativa dei fondamentalisti, e quindi impedisca loro di compiere nuovi attentati, è stato compiuto ovunque uno sforzo senza precedenti per proteggere materialmente, con il ricorso all’esercito, gli obbiettivi più vulnerabili: aeroporti, centrali nucleari, industrie chimiche, raffinerie, petroliere, monumenti celebri e via dicendo. Questi sono, purtroppo, talmente numerosi che mancano le risorse per difenderli tutti. Comunque, il fatto che già due “periodi rossi”, in cui c’era ragione di prevedere nuovi attentati, siano passati senza che nulla accadesse dimostra che Al Qaeda è stata, se non ferita a morte, perlomeno fortemente destabilizzata. E, di fronte a questi risultati, anche i nuovi disagi e ritardi nei viaggi aerei e la necessità di sottostare a un maggior numero di controllo sono stati accettati di buon grado. L’impegno di Bush è di combattere il terrorismo a 360 gradi, e di non fermarsi fino a quando non sarà stato sradicato. Questo significa che le operazioni sul fronte interno non basteranno e che l’attacco all’Afghanistan dovrà essere seguito da altri ancora più impegnativi, non solo sul piano militare ma anche su quello diplomatico. Finché si trattava di dare la caccia allo sceicco del terrore, responsabile del più cruento e spettacolare attentato della storia, e di cacciare dal potere coloro che gli avevano permesso di trasformare l’Afghanistan in un campo di addestramento per i suoi seguaci, gli Stati Uniti potevano contare su un vasto consenso. Adesso che bisogna completare l’opera di bonifica affrontando i Paesi che continuano a fornire ospitalità, risorse e armi ai vari movimenti terroristici che infestano questa terra, i distinguo degli alleati sono destinati a moltiplicarsi. Un conto è smantellare Al Qaeda, un’organizzazione clandestina che rappresenta una minaccia per tutti, un altro è ridurre alla ragione i cosiddetti Stati-canaglia, che con i loro stock di armi chimiche, batteriologiche e (forse) nucleari costituiscono senz’altro un pericolo per la stabilità, ma siedono all’ONU, sono protetti dal diritto internazionale e contano su una solida rete di rapporti economici. L’obbiettivo più ovvio per la prossima offensiva appare l’Iraq, di cui sono provati i legami con Al Qaeda, ma in vista delle resistenze da parte degli alleati arabi ed europei, gli Stati Uniti potrebbero decidere di prendere le cose più alla lontana, mettendo prima nel mirino Paesi più deboli come Somalia e Yemen. Alle volte verranno usate le bombe, in altre occasioni si farà ricorso a una sorta di ricatto diplomatico. Il problema principale sarà (come lo è stato fin dall’inizio) la precisa identificazione del nemico e la raccolta di prove sufficienti per potere procedere contro di lui senza suscitare troppe reazioni avverse.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Livio Caputo