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"Riabilitare Mata Hari. Non era una spia al soldo dei tedeschi”.
Con questo titolo i giornali hanno annunciato l’iniziativa innocentista di una fondazione olandese. Si chiede la revisione del processo che, nel 1917, si concluse con la condanna a morte della donna.
Secondo i promotori dell’iniziativa, Mata Hari fu una vittima della ragion di Stato
.

Già nel 1996 le tesi innocentiste erano state sostenute nel libro di un giornalista, Russel Warren Howe, che aveva potuto consultare la documentazione, non più segreta, degli archivi militari francesi. Noi cercheremo di tracciare un ritratto, il più possibile completo, di Mata Hari, cominciando da una sua poco nota presenza in Italia. Nel 1912 fu rappresentata al Teatro alla Scala la ”Armida” di Gluck (1714-1787), tratta liberamente dalla “Gerusalemme liberata”, il poema di Torquato Tasso. Ebbene, nel ruolo della Principessa, danzò Mata Hari. Non fu l’unica esibizione di colei che era destinata a diventare, nell’immaginario collettivo, la spia per eccellenza, il simbolo stesso della donna che trama nell’ombra dei servizi segreti. Sempre nel 1912 e sempre alla Scala, Mata Hari partecipò a cinque rappresentazioni di “Bacco e Gambrinus”, un ballo impostato sulla rivalità fra il dio del vino, Bacco, e il dio della birra, Gambrinus, entrambi pretendenti all’abbraccio di Venere. L’agognata dea era Mata Hari, la quale fece circolare una fantasiosa biografia che le attribuiva origini principesche nell’isola di Giava, dove era rimasta orfana a dodici anni e da dove si era staccata per ricevere una raffinata educazione in Europa. La critica non si lasciò incantare da questa genealogia in bilico tra esotismo e sangue blu.
Del resto, Mata Hari non era una ballerina nel senso classico del termine. La sua fama era legata alle danze orientali e alla carica erotica che in esse sapeva esprimere. In un’intervista cercò di smentire questo limite citando una sentenza indiana: “Quando è ben eseguita, la danza smorza in chi vi assiste i desideri che sembra voler stimolare”. Al che l’intervistatore replicò: “In India, forse”.
Dai libri e dalle migliaia di articoli che le sono stati dedicati attraverso gli anni, si apprende che Mata Hari è stata molte cose: una mitomane, una bugiarda, una mediocre artista, una cortigiana che è andata a letto con infiniti amanti, una parassita che divorava patrimoni, una specialista nel non pagare i conti, una pessima moglie, una pessima madre, tutto questo e altro, ma forse non la spia che il processo a porte chiuse condannò sulla base di quattrocento documenti d’accusa. Mata Hari flirtò con i servizi segreti anche francesi, ma era troppo superficiale per garantire l’astuzia e la riservatezza che lo spionaggio richiede, e allora perché, con un dibattimento durato appena due giorni (il 24 e il 25 luglio 1917), i giudici che la condannarono alla fucilazione sostennero che Mata Hari era la spia tedesca registrata con la matricola H21? La Francia degli ambienti politici e militari vedeva in questa donna “la tipica esponente dell’esecrata Belle Epoque che aveva contribuito a rammollire i costumi del paese”. Il vero nome di Mata Hari era Margaretha Geertruida Zelle, nata a Leenwarden, un villaggio olandese, il 7 agosto 1876, figlia di un cappellaio. A 19 anni divenne la moglie di Rudolf MacLeod, capitano dell’esercito delle Indie. Lo sposo aveva vent’anni più di lei. Insieme partirono per Giava, poi si spostarono a Sumatra. Nacquero due figli, Norman e Juana Luisa. Norman morì per aver mangiato del riso avvelenato. La femmina restò sempre con il padre dopo che, nel 1903, i genitori si separarono e Margaretha lasciò le Indie Olandesi per Parigi. Margaretha aveva imparato le movenze delle danzatrici, i gesti lenti che si mostrano nella trasparenza dei veli. Era troppo alta per essere creduta una vera orientale, ma aveva capelli neri e carnagione olivastra.
A questo punto, anche se sembrerà poco cavalleresco, bisogna parlare dei seni. Margaretha accettava di esibirsi nuda, lasciando cadere velo dopo velo, ma sui seni era irremovibile: dovevano restare nascosti dietro due cupolette metalliche, tempestate di pietre preziose. Nessuno dei suoi amanti poté dire di averli visti. Margaretha ammantò quel suo segreto con una storia sconvolgente. Coprendosi la faccia con le mani per la vergogna, confessava che il marito, in un impeto di furia erotica accentuata dall’alcol, le aveva reciso a morsi i capezzoli. Arrivata a Parigi, Margaretha Geertruda Zelle divenne Mata Hari, parole che in malese significano “l’occhio del giorno”, poetico sinonimo di “alba”. Lo spettacolo che la lanciò si tenne al museo Guimet nel marzo del 1903, quando si tolse i veli davanti a una statua a quattro braccia del dio Shiva. Anni dopo, la scrittrice Colette commentò così quello spettacolo: “Non sapeva danzare, ma sapeva spogliarsi”. Tentare un elenco degli amanti di Mata Hari è impresa impossibile. Si parlò di un breve idillio con l’ormai anziano compositore Jules Massenet, autore di famose opere liriche come “Manon” e “Werther”. Le fu attribuita anche una storia con il tenente di vascello Wilhelm Canaris, che dal 1935 al 1944 divenne da ammiraglio il capo dei servizi segreti tedeschi, aderì al fallito complotto contro Hitler nel 1944 in seguito al quale fu impiccato; ma il vero, unico amore fu il capitano Wladimir de Maslov, detto Vadim, un russo che aveva quasi vent’anni meno di Mata Hari e con il quale la donna sognò un impossibile futuro. Mata Hari fu fucilata il 15 ottobre 1917, alle 6.12 del mattino, a Vincennes. Sollevando le mani verso la bocca, la donna soffiò con le labbra un bacio di saluto, un silenzioso addio. E noi non possiamo non rivedere, nella nostra memoria, il volto di Greta Garbo nelle scene finali del film del regista George Fitzmaurice, uscito nel 1931, che aveva come altri interpreti Ramon Navarro, Lionel Barrymore e Lewis Stone. “Il volto della Garbo è un’idea”, scrisse il grande saggista francese Roland Barthes. E noi, appunto, rivediamo con immutata emozione il primo piano della Garbo/Mata Hari che incede lentamente tra i giudici e i soldati, mirabile “donna fatale” anche nella tragica imminenza della morte. Nessuno reclamò il corpo della danzatrice fucilata. Le spoglie trafitte dal plotone d’esecuzione finirono alla facoltà di medicina dell’Università di Parigi, e proprio allora, nella desolata e fredda solitudine di un’aula di anatomia, cominciò l’inquietante leggenda di Mata Hari, che ancora ci appassiona e ci fa scrivere come se volesse sopravvivere nel tempo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Giulio Nascimbeni