

Procedeva
alacre l’attività pittorica nel Palazzo dei governatori dell’oasi di Dakhla.
Medu Nefer, appena messo a capo della comunità dal potente Faraone Pepi II,
aveva dato disposizioni precise: sotto la sua amministrazione le stanze del
Palazzo dovevano risplendere di affreschi dai colori vivaci e in particolare
la stanza nuziale, dove lui giaceva con la tenera sposa, una splendida fanciulla
dalla pelle ambrata di neanche 20 anni, doveva brillare per la sua policromia.
Ed ecco allora che operai salariati, guidati da un esperto di sostanze chimiche,
si industriavano a dipingere le mura di mattoni d’argilla cruda: i colori,
dal blu intenso al verde bottiglia, dal giallo canarino al rosso cobalto,
sembravano scintillare e venivano distesi sulle pareti a formare motivi geometrici
dai significati arcani e nella stanza degli sposi ecco rappresentato un fresco
palmeto, con alberi carichi di datteri e con uno specchio d’acqua calda naturale,
come quello in cui il governatore era solito bagnarsi con la sua giovane sposa
al chiaro di luna, godendosi la brezza della sera. Oggi gli archeologi dell’Institut
Français d’Archéologie Orientale con sede al Cairo operano uno scavo scientifico
proprio a Balat, dove risiedevano i maggiorenti dell’oasi di Dakhla (200 Km
a ovest di Luxor); qui gli Indiana Jones transalpini sono entrati nel Palazzo
di Medu Nefer e dei suoi colleghi ed hanno riportato alla luce le stanze più
varie, tutte a pareti colorate; in tutti i casi gli affreschi sui muri erano
quasi interamente crollati, lasciando però tracce evidenti dei colori e della
loro disposizione geometrica sul pavimento, come in uno stampo.
Sono state rinvenute bande di varie tinte disposte secondo schemi a noi ignoti
e che quindi vanno studiati e confrontati con altri esempi di decorazioni
cromatiche presenti in piramidi o tombe contemporanee o successive (l’epoca
dei palazzi di Balat è il 2200 a. C., VI Dinastia).
Dal punto di vista chimico l’analisi si è rivelata interessante: i colori
sono a pigmentazione naturale e si sono conservati per millenni anche se privi
di fissativi; “Probabilmente perché la sostanza di cui sono composti ha legato
molto bene con l’argilla dei mattoni delle pareti e anche perché il clima
secco dell’oasi e dell’Egitto in generale ha impedito il loro degrado”, spiega
Michel Wuttman, ingegnere chimico ed esperto di conservazione e restauro all’Istituto
francese.
Simili accorgimenti chimici sono alla base anche delle splendide e mondialmente
famose pitture che decorano le tombe dei grandi della Valle dei re ed è per
questo che il lavoro di analisi dell’équipe francese a Balat – équipe diretta
dal celebre archeologo Georges Soukiassian e della quale chi scrive ha fatto
parte per sei stagioni, lavorando proprio nelle stanze affrescate, si rivela
utilissimo.
Ora cambiamo scena e momento storico.
Ci trasferiamo con un salto spaziotemporale ad Al-Fayum (rigogliosa oasi a
80 Km a sud-ovest del Cairo) all’epoca di Cleopatra (II metà del I sec. a.C.).
Qui assistiamo a un uso abbondante, quasi a un abuso, di sostanze naturali
chimicamente trattate: oli profumati, gli stessi profumi, fard per il trucco,
creme per la pelle e per i capelli, smalto per le unghie, e tanto altro regolarmente
commerciato e acquistato da fanciulle di tutti i tipi e di tutte le età, al
fine di migliorare la propria avvenenza. Papiri scritti in greco antico, lingua
d’uso all’epoca, descrivono fanciulle in fiore dalle lunghe gambe e dagli
occhi e capelli corvini che si preparavano alle sfilate di moda ed ai concorsi
di bellezza truccandosi, a volte anche in maniera pesante, con i prodotti
a base chimica più in voga del momento. Già gli antichi egizi, già i greci
di epoca classica ed ellenistica ne facevano largo uso, ma è al tempo di Cleopatra
e del primo Impero romano che ci fu un vero e proprio boom e che gli artigiani
che fabbricavano queste sostanze si arricchirono vorticosamente.
I papiri di quest’epoca trovati a Karanis (oasi di Al-Fayum), che mi sono
stati affidati per la pubblicazione dal Servizio delle Antichità del Cairo,
abbondano di particolari anche su un altro stuzzicante argomento: le diete
e gli esercizi di ginnastica per mantenere in forma quel corpo che già il
trucco ingentiliva.
E qui i particolari si sprecano: verdure fresche, frutta di stagione, formaggi
magri, bevande non fermentate, olio crudo erano alla base della – chiamiamola
così – “dieta di Cleopatra” e, a una corretta analisi, si rivelano fondamento
anche dell’attuale regime alimentare mediterraneo.
Anzi lo studio di queste ed altre antiche ricette ci permette di capire che
l’Egitto greco-romano è foriero di quelle caratteristiche alimentari che oggi
vanno per la maggiore nei Paesi dell’area mediterranea e che invece non hanno
nulla a che vedere con le abitudini culinarie dell’Egitto moderno, maggiormente
di tradizione araba.
Per ciò che concerne la ginnastica dobbiamo immaginarci un personal trainer
“ante litteram” che consigliava esercizi di allungamento muscolare per le
donne ed esercizi di tonificazione e di irrobustimento per gli uomini; questi
ultimi potevano sollevare pesi o marciare a passi forzati sulla sabbia per
avere cosce e polpacci di marmo. Insomma siamo di fronte a un mondo che ha
sempre avuto alta considerazione della bellezza, sia fisica che artistica,
per raggiungere la quale ha via via escogitato sofisticate sostanze chimiche:
è proprio vero che il progresso è legato a primari bisogni dell’anima.







