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Adriano Pessina

Per lungo tempo si è dibattuto su quale dovesse essere l’etica della bioetica.
Ci si è chiesti, cioè, se si potesse individuare una particolare impostazione etica per qualificare la bioetica come disciplina autonoma.
Chi si interroga su quale debba essere l’etica della bioetica presuppone che ci possano essere diverse impostazioni etiche e che, quindi, occorra, per così dire, scegliere
.
Se restiamo sul piano descrittivo, non vi è dubbio che nella storia del pensiero occidentale si sono affacciate diverse ed articolate teorizzazioni filosofiche del fenomeno morale. Da Kant in poi, si è anche consolidata la convinzione che si debba e si possa distinguere l’etica dalla morale. Nell’ambito della cosiddetta filosofia analitica si è introdotta anche la nozione di meta-etica e si è spostata l’attenzione dal piano dell’azione umana a quello del linguaggio valutativo. Sono fatti noti, che hanno una ricaduta sulla questione dello statuto epistemologico della bioetica.
Da una parte, però, risulta chiaro che non si può semplicemente scegliere quale etica debba fare da sfondo dalla bioetica, se non altro perché occorre indicare in base a quale criterio, e perché, viene scelta un’impostazione piuttosto che un’altra. Dall’altra, poi, risulta contestabile l’idea che la presenza di diverse impostazioni filosofiche legittimi l’affermazione dell’impossibilità di stabilire una concezione unica ed unitaria (ma non per questo univoca) della vita morale. Di fatto questo compito è difficile, ma in linea di principio è pur sempre necessario.
Quando si discute di ciò che è bene o male per l’uomo si è tutti quanti coinvolti sia nel problema sia nella soluzione, semplicemente perché si è uomini.
Se si prendono in esame i valori proposti dalle differenti filosofie morali ci si rende presto conto che, pur con accentuazioni differenti, sono numerosi i punti di raccordo.
Il valore della libertà, dell’autonomia, dell’amore, della solidarietà, del 8 o della tolleranza sono valori spesso difesi da prospettive tra loro differenti. Tutto ciò non stupisce. Il bene e il male sono nozioni che esprimono una relazione tra ciò che l’uomo è e ciò che è conforme alla sua condizione umana, ed è quindi comprensibile che si registrino delle convergenze in tutte quelle teorie che sono attente alla condizione umana, ma si comprendono anche le differenze. La questione morale è, nella sua essenza, una questione che riguarda la gerarchia dei diversi valori ed è sui criteri in base ai quali stabilire e giustificare questa gerarchia che si aprono i conflitti teorici ed anche quelli pratici. In filosofia, come sappiamo, questi conflitti non mancano.
Del resto, quella che per certe discipline può apparire una debolezza, e cioè la continua discussione, è invece il metodo per altre. La filosofia, infatti, costruisce il proprio sapere proprio attraverso la dialettica, cioè il confronto con le tesi di un reale o presunto avversario teorico. Ora, se lo scopo della bioetica è prima di tutto conoscitivo, cioè se si preoccupa di stabilire che cosa fare, e non di indurre praticamente gli uomini ad agire in un determinato modo, la dimensione dialettica non costituisce un problema. Toccherà infatti ad altri settori, quali la deontologia, il diritto, la formazione, il compito di tradurre in termini operativi ciò che si è acquisito in campo conoscitivo.
Ma, se si pensa alla bioetica come una disciplina che sia operativa, che tenda perciò a modificare i comportamenti, l’aspetto dialettico diventa un fattore negativo, che depotenzia l’efficacia. Ma, se si accetta quest’ultima idea della bioetica, resta pur sempre aperto lo spazio di ricerca puramente teorica (stabilire che cosa è bene e male) che dovrebbe precedere la fase applicativa: chi coprirà questo settore? Molti, compreso lo scrivente, ritengono che la concezione più adeguata della bioetica sia quella che le affida uno scopo conoscitivo, e non immediatamente operativo. Già Juvalta, parlando della filosofia morale, le attribuiva il compito di giustificare le norme morali e non di farle eseguire. La bioetica, come impresa pubblica, come impresa della ragione argomentativa, può e deve limitarsi a presentare quelle che sono le prospettive che debbono guidare l’azione e la progettualità dello sviluppo tecnoscientifico: toccherà ad altri trarre da queste conclusioni eventuali conseguenze operative e legislative; ma, e bisogna ricordarlo, se la bioetica è una disciplina specifica, può essere praticata da chiunque ne assuma la metodologia. Non si tratta di affidare le decisioni che riguardano lo sviluppo delle tecnoscienze ad una specie di comitato di saggi, bensì di diffondere la prassi della discussione bioetica anche e prima di tutto nei luoghi stessi dove si pratica la ricerca scientifica e biomedica.
Creare una consapevolezza diffusa delle problematiche legate all’aumentato potere dell’uomo significa contribuire al processo democratico. Per far questo occorre però mettere in campo un’impostazione bioetica che non sia equivoca e che sappia che cosa significa esercitare la riflessione filosofica, al di là del cosiddetto “senso” comune (che spesso è solo il frutto della pressione sociale di una particolare epoca e zona della terra). La questione dello statuto epistemologico della bioetica è poi complicato dal riferimento, consueto, alla sua interdisciplinarietà. Con ciò si possono però intendere due cose molto differenti. In un caso, si afferma che la bioetica si trova a risolvere questioni che sorgono alla confluenza di diversi settori conoscitivi, da quello biomedico a quello cibernetico. In un altro, invece, si ritiene che la stessa bioetica sia un insieme di problemi: di natura medica, biologica, ecologica e via dicendo. Ora, se si accetta la seconda impostazione si finisce, di fatto, con lo svuotare la bioetica di qualsiasi dignità disciplinare e si confondono i piani. I problemi biomedici o scientifici interessano la bioetica proprio perché non sono soltanto problemi biomedici o scientifici. La bioetica, infatti, non è un contenitore di diverse discipline.
Un insieme di discipline non costituisce una meta-disciplina. Senza i dati che le vengono forniti dalle singole discipline, la bioetica non ha senso: senza l’apporto della bioetica come filosofia morale, l’accumulo dei dati delle varie discipline non permette né di individuare né di tentare di risolvere le questioni morali che sorgono dalle prassi tecnoscientifiche. Queste annotazioni sono note a molti studiosi di bioetica, ma spesso sono dimenticate da molti di coloro che pretendono di praticare la bioetica e invece si limitano ad operare delle scelte in nome del loro preteso buon senso. Per usare una metafora proposta da Popper, se la conoscenza è un mare e le diverse discipline sono le reti con le quali si va a pescare, occorre stabilire con precisione quali reti usare. A seconda delle reti, infatti, si possono pigliare dei pesci piccoli o dei pesci grandi, oppure si può tornare a riva a mani vuote.

Adriano Pessina
Cattedra di Bioetica Università Cattolica di Milano