

I ruderi
del Casone dei Sette Morti sono al di là del canale dei Petroli, quello che
dal mare giunge sino a Marghera.
A est di questo e del canale Campanella, dove c’è Motte di Volpego, uno scoglione
di terra più che un’isola, sei non molto lontano dall’imbocco del porto di
Malamocco che taglia gli Alberoni da San Pietro in Volta, e l’idea è di essere
in mezzo al mare. Il tempo è bello, l’aria è tersa, lungo il canale
vedi ogni tanto passare una nave cisterna e sai che sotto di te, a pochi metri,
c’è una galea tutta intera, 38 metri di lunghezza per cinque di larghezza,
la regina della navigazione del Trecento. Un paio di mesi fa hanno prosciugato
d’intorno ed è tornata alla luce, è stata studiata e fotografata, unica rappresentazione
completa arrivata sino a te; sembrava come un gigantesco pesce venutosi ad
arenare, uno spettacolo senza eguali.
Il sito è quello di San Marco in Boccalana, che fino al XIV secolo fu uno
stabile insediamento monastico: un primo oratorium c’era già nel Mille e l’intitolazione
al Santo Patrono di Venezia doveva avere un significato geopolitico, una sorta
di cippo di confine e di possesso. Ernesto Canal, facendovi delle ricerche
alla fine degli anni Sessanta, individuò reperti che ne attestavano una frequentazione
ancora fino al XVI secolo, quando oramai l’isola era stata abbandonata e trasformata
in luogo di sepoltura di massa dopo la peste del 1348.
Soprattutto, però, si accorse del relitto sul fondo, quello che quest’anno,
per tre settimane, è tornato in superficie. L’acqua può anche non avere memoria,
però sa come custodirla. Questa è storia, laddove il Casone dei Sette Morti
è leggenda e, più a nord, andando nel Lagone, in Valle Sora e Valle Bon, il
Casone Valle Zappa è archeologia industriale del Novecento, bianco e rosso,
in stile olandese, una barchessa alle spalle, un faro di fianco.
E’ la laguna a sud di Venezia, quella che ha Chioggia come sua ultima realtà.
Dopo c’è il Delta del Po. Fino agli anni Cinquanta il Casone Sette Morti era
qualcosa di più di un rudere. Uno dei più bei libri scritti su Venezia è opera
di un inglese, James Morris, si chiama Venise (Faber&Faber) e uscì
in prima edizione nel 1960. L’ultima edizione è di una decina di anni fa,
ma nel frattempo l’autore ha cambiato sesso e si firma Jan Morris. James o
Jan che sia è uno degli scrittori di viaggio, e non solo, (la sua triologia
Pax Britannica sull’impero inglese è un caposaldo in materia) più interessanti
del Novecento e questa sua doppia vita, padre prolifico e marito esemplare
fino ai cinquant’anni, poi donna realizzata e senza rimpianti, è una delle
più incredibili che sia dato incontrare. La storia dei Sette Morti, che già
incantò il D’Annunzio della “Fede senza cigno” che ne trasse un breve racconto
gotico, la trovate anche in un libro appena uscito, “Navigar in laguna.
Fra isole, fiabe e ricordi” (Mare di carta Editore) di Guido Fuga e Lele Vinello,
che è un bel libro pratico per girare, pieno di informazioni e di curiosità.
Ma il racconto di Morris è sceneggiato meglio e poi le leggende ognuno le
arricchisce come sa. Il casone, dicevo, adesso è questo spuntone che affiora
solo quando c’è bassa marea, proprio in mezzo ai Fondi dei Sette Morti. Da
Pellestrina ti ci vuole un’oretta per raggiungerlo, ma devi trovare chi ti
porta, non ci sono bricole che segnalano i canali, i ricordi dei pescatori
sono vaghi e per molti un rudere vale l’altro. Celeste è una trattoria sul
mare, mangi bene, ci va la gente del posto, se hai pazienza e fai quattro
chiacchiere, alla fine una guida comunque la trovi.
Altri casoni, Cason Bombae, Cason Val in Pozzo, Cason Val Grande, Cason Cornio
Nuovo e Cornio Vecchio punteggiano questa parte della laguna, nomi che si
perdono quanto a significato, rimandano a soprannomi, a personaggi, a luoghi…
Durante la stagione di pesca qui si abitava, erano basi operative: si mangiava,
si dormiva, si pulivano e riparavano le reti e le barche, a turno si ritornava
a terra per vendere il pesce. Quello dei Sette Morti era dello stesso tenore,
anche se come si chiamasse prima, nessuno lo sa, è roba di secoli fa. La leggenda
racconta di sei pescatori, più un ragazzino addetto alla cucina e ai lavori
a terra.
Un giorno che tornavano dalla pesca, nelle nasse si impigliò un cadavere.
Lo sistemarono a poppa, decisero che più tardi lo avrebbero portato al Ponte
della Paglia, a Venezia, dove si identificavano gli annegati. Sbarcati, il
ragazzino vide quel corpo sdraiato: “Perché non invitate anche lui?”, chiese.
“E’ tutto pronto, e ce n’è anche per una persona in più”. I veneziani hanno
un gusto macabro per gli scherzi. “E’ sordo come una campana”, gli risposero,
“e stanco morto. Vai a dargli un urlo”. Il ragazzo andò e tornò. “Niente,
non mi sente”. “Vai in barca, scuotilo e digli che non possiamo perdere tempo,
siamo già a tavola, abbiamo fame, siamo gente che fatica”. Il ragazzo rifece
il percorso dal casone alla barca, poi riapparve in casa e cominciò a servire
la polenta. “Si è svegliato, ha detto che arriva subito”. Al casone, quando
una settimana dopo attraccò un’altra barca, trovarono sette morti intorno
a un tavolo e un ragazzino che dava di matto.
All’inizio del XVI secolo la zona sotto Brondolo, dove il Brenta sfocia in
mare, passò dagli Estensi alla Serenissima e questa si rese subito conto che
se non interveniva sul corso dei fiumi con la logica territoriale che ne contemplava
le dinamiche in laguna, i rischi per quest’ultima e quindi per Venezia sarebbero
stati altissimi. Si cominciò con lo sbarramento del Dolo, si proseguì con
il taglio del Brenta, si cercò di invertire il corso del Piave e intanto gli
si mise nel letto il Sile… Soprattutto con il taglio di Porto Viro nel 1604
si imbrigliò il Po che nei suoi rami delle Fornaci, di Tramontana, di Levante
e di Scirocco insidiava la laguna, interrava i porti, alterava equilibri ambientali,
minacciava beni materiali.
Tre secoli dopo, come ricordava Piero Bevilacqua nel suo “Venezia
e le acque” (Donzelli Editore), nell’osservare “sul territorio quali erano
state le linee evolutive impresse sulla linea di costa dal lavorio di quel
ramo del Po e come esse erano cambiate dopo la sua diversione”, ci si rende
perfettamente conto “quanto esiziale sarebbe stato per tutto l’apparato della
laguna veneta la mancanza di un espediente così provvidenziale come il taglio
di Porto Viro”. “Un nuovo intervento sul Po c’è stato solo sei anni fa”, mi
dice Daniele dell’Ente Parco.
“Ne è stato deviato il corso di un cinque, seicento metri, dandogli un nuovo
alveo. Tutti i terreni che da Ca’ Vendramin arrivano a Pila sono il frutto
del taglio di Porto Viro, in pratica la costruzione di un canale che congiungesse
quindi le acque”. Un mese fa proprio a Ca’ Vendramin, la più antica centrale
di sollevamento dell’acqua del Polesine, fra il Po di Gnocca e il Po di Goro,
oggi sede del Museo della Bonifica, si è tenuto il primo Salone del Turismo
naturalistico e il Parco Regionale Veneto del Delta del Po, nato tre anni
fa, ha presentato i suoi progetti di valorizzazione ambientale ed economica
dell’area. Il Delta è come un triangolo sull’Adriatico, l’Adige lo chiude
a nord, il Po di Goro a sud.
E’ un intrico di valli e di corsi d’acqua, di sacche e di bocche, di fari,
barche, alberi e nebbie, falchi di palude e martin pescatori, canneti sconfinati
e aironi rossi. Scano Boe ne è l’estremo limite sabbioso, lì dove il Po finisce
e ha inizio il mare, e questi due vecchietti, marito e moglie del Consorzio
Cooperativa pescatori, che fanno da guardiani alle anguille, ne sono gli ultimi
custodi e depositari, in questo casone in legno con i letti a castello, la
televisione a batteria, “l’unica corrente è quella del fiume”, dice lui sorridendo,
il telefonino che parla croato, un calendario con belle pin up scosciate che
un pescatore buontempone ha regalato loro e che lei sopporta appeso con degnazione.
“Alla sua età…”, dice serafica. Hanno perso un figlio che è poco e stanno
fissi qui per cinque mesi l’anno. E’ il punto più alto del Delta, due metri
sopra il livello del mare, paletti fini di canna al posto delle bricole, perché
il fondale cambia in continuazione e la laguna del Basson che gli sta davanti
ha 30 centimetri di acqua, puoi attraversarla a piedi, ma in barca rischi
di arenarti.
Anni fa il faro di Pila era dove adesso c’è Pila stessa: porticciolo, imbarcazioni,
400 abitanti e una banca, e questo ti fa capire come la pianura si sia allungata.
In "Veneto Felice" Comisso ha raccontato di quando vi si raccoglievano i canneti
e sembrava d’esser giunti “in un’isola malese”. Anche lui arrivò qui dove
“il Po non aveva più corrente e le onde che si scioglievano sulla spiaggia
rigurgitavano su di esso”. Non c’è bisogno del nome di Porto Tolle per ricordarti
che questa è stata terra di alluvioni e bonifiche, stenti e disastri.
Oggi ammiri il Centro sperimentale ortofloricolo sul Po di Tramontana, 20mila
metri quadrati di colture protette, 25 ettari per la sperimentazione, laboratori
di micropropagazione, impianti di coltivazione fuorisuolo.
Nella sacca di Scardovari
il Consorzio Cooperative pescatori del Polesine fattura 70 miliardi l’anno,
impiega 1700 pescatori, opera su 650 ettari di laguna in concessione, raccoglie
a mano 9mila tonnellate di vongole veraci l’anno. E’ insomma tutto un fiorire
di iniziative industriali e un’attenta opera di valorizzazione e sensibilità
ambientale, di tutela ecologica. E però, rispetto alla laguna veneta, capisci
che nel Delta nei secoli è stata solo la natura a dettare legge. Eccezion
fatta per Adria e Loreo, qui non hai conventi e fortificazioni, la croce e
la spada, i porti e le ville, il commercio e i piaceri… Qui per secoli è stata
sempre e solo sopravvivenza, una maledizione del vivere, la fatalità dell’esistere.
La straordinaria ricchezza della flora e della fauna, l’alternarsi repentino
dei paesaggi, gli inverni gelidi da non potersi muovere, le estati infuocate
da non poter respirare, tutto grava e congiura a farti sentire figura di un
paesaggio ma non presenza. “Stiamo meglio senza di te”, sembra ti dicano i
canneti che attraversi, le lagune in cui ti perdi.
Uno dei romanzi più sgradevoli di Bassani, “L’airone”, ha questi spazi
del Delta come contorni, e poco importa se sia più Delta ferrarese che veneziano.
Ciò che conta è il senso di spossatezza, di abbandono, di resa che da essi
emana. Partito per andare a caccia, l’avvocato Limentani alla fine non sparerà
a altri che a se stesso.










