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Un pastrocchio dai contorni imbarazzanti. Prima di svelarne protagonisti e circostanze, è divertente creare un parallelismo, immaginare un’analogia.

Festa di compleanno per una star di primo piano; quindi location imponente, tantissimi invitati, buffet di prim’ordine. E megatorta di chiusura per sancire l’importanza dell’evento. A poche ore però dalla cerimonia il pasticciere comunica al diretto interessato che il dolce non ci sarà. Colpa di uno sciopero improvviso nei trasporti con relativa mancanza degli ingredienti base. Scusa balzana, approssimativa, ma che potrebbe reggere. Insomma il party si fa; ma come la mettiamo con l’assenza dell’oggetto-simbolo che, oltre ad allietare i palati dei presenti, è da sempre considerato la perfetta chiusura dell’evento? Ebbene questa storiella un po’ bizzarra potrebbe rendere bene il senso di quello che ha rappresentato il Maradona-day, ovvero il tributo riservato al grande campione col fine di ritirarne la maglia numero 10 della nazionale argentina. Lui (il noto personaggio), 41 anni appesantiti da problemi di droga e da una celebrità mal gestita, che indossa per l’ultima volta la “camiseta” biancoceleste. I compagni e gli avversari di allora oggi pronti a festeggiarlo per l’ultima volta con il tangibile riconscimento di immortale del pallone, di fenomeno assoluto senza confini spazio-temporali. Il tutto davanti ad un pubblico vicino alle 60mile presenze (gli invitati) pronto a gremire la “Bombonera” (location imponente), ovvero lo stadio di Buenos Aires dove Diego con la maglia del Boca Juniors debuttò nel grande calcio. Tutto a posto quindi? Ma no, abbiamo detto che manca l’oggetto-cult per una festa che si rispetti, ovvero la torta. In questo caso, la ciliegina sulla torta. Quella che non consentirà a Diego Maradona di godersi fino in fondo la grande kermesse in suo onore. Sotto forma di comunicato scarno, anche un po’ subdolo vista la vicinanza con l’evento, la FIFA rende noto infatti che non sarà possibile ritirare la casacca numero 10 della nazionale, vestita in passato dal Pibe de Oro. Questa infatti è già stata inserita nelle liste ufficiali per i mondiali del 2002 con la numerazione che va dall’1 al 23. E non avendo provveduto la Federazione argentina a formulare una specifica richiesta, non si potrà procedere in tal senso facendo eccezioni che “sconvolgerebbero” l’ordine già stabilito. Una commedia ridicola dunque che nasconde in realtà diverse posizioni anche “politiche”. Il ribelle Maradona alla Fifa non è mai piaciuto. Dichiarazioni scomode, poi travalicate in reciproco odio e sfociate spesso in litigi verbali che Diego ha potuto sostenere soprattutto all’apice della carriera. Non appena cominciata però la parabola discendente del fuoriclasse sudamericano, non si è fatta attendere la controffensiva del massimo organismo del calcio. Sino all’ipotesi a dire il vero un po’ troppo vittimista del calciatore che anche la sua molteplice caduta nella rete del doping fosse il risultato scientifico di un complotto ordito ai suoi danni. L’ultima “castrazione” imposta dalla FIFA alla sua festa d’addio, considerata soprattutto la tempistica, non è dunque altro che un piccolo sgarro senz’altro evitabile nel caso in cui il festeggiato fosse stato un altro. Complice volontaria di questa pagliacciata naturalmente una federazione argentina che pur accettando formalmente di rendere onore al suo campione più’ rappresentativo, si è “dimenticata” (!!?) di inoltrare la richiesta del ritiro della mitica numero 10 all’organismo dalla quale dipende; un compromesso ridicolo ma inevitabile per un’associazione stretta tra l’incudine e il martello, ovvero la gratitudine e il rispetto per la popolarità in Argentina di Diego e la sottomissione a precostituiti ordini gerarchici. Volendo sintetizzare il tutto e facendo un paragone filosofico sulle sue scelte di vita, si potrebbe dire che Maradona anche qui si è dovuto esibire in un’opera inconclusa. Lui, grandissimo talento nonostante un fisico tracagnotto. Lui, piede sinistro di Dio, vittima di una spirale peccaminosa tra droga, alcool e donne. Lui, napoletano acquisito che prima delle finale dei mondiali del 90, in mondovisione, scandisce più volte un inequivocabile “Hijos de P…” agli italiani che fischiano l’inno nazionale del suo paese. Lui, due volte sul tetto d’Italia ma soprattutto una volta sul tetto del mondo, ovvero in Paradiso, vicinissimo un anno fa a scivolare all’Inferno per problemi di salute. Ma è soprattutto adesso, con i riflettori che si spengono definitivamente, che comincia la vera partita del calciatore del secolo. Finora la scappatoia per affrontare problemi importanti, per non guardare in faccia a se stesso, il fuoriclasse argentino l’ha sempre trovata. Amici veri ma soprattutto presunti, soldi, fama e l’affetto della gente ai quali regalava magie coi piedi. Il dimenticatoio per un uomo che deve sapersi ritagliare una vita normale adesso può invece arrivare a grandi falcate; non esiste più il fenomeno grazie al quale è possibile brillare di luce riflessa. Il Maradona attuale, complici le sue scelte estreme, è purtroppo un soggetto a rischio sia a livello medico che psicologico. Il suo essere anticonformista a tutti i costi, a breve, non farà più notizia, con le sue sparate emarginate come quelle di un “ex-campione” malato di protagonismo a tutti i costi. E il grande amore dei 60mila della “Bombonera” potrebbe trasformarsi nella peggiore delle malattie possibili per un uomo votato per scelta alle luci della ribalta l’indifferenza. Auguri Diego. Ora più che mai è il tuo momento della verità.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Paolo Ghisoni