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Come
si fa a non parlare di doping di questi tempi, sia in senso stretto,
proprio, sia come metafora di una società drogata, inquinata sempre
di più?
Doping
nello sport, doping nell’ambiente, doping nell’alimentazione, doping
nell’informazione, doping nell’editoria scolastica, doping in televisione....
E
allora parliamone, e parliamone in senso stretto, letterale, ma a condizione
di avere nelle orecchie e nella testa la voce doping un po’ per tutto,
insomma io non sono (più...) un giornalista sportivo, voi non siete
(ancora?) dei lettori sportivi. D’accordo? Lo farò comunque partendo
da lontano, e sperando che chi mi legge non sia del tutto digiuno di
quelle notizie sullo scandalo del doping in grande evidenza sui mass-media
nello scorso novembre - proprio mentre il Papa aveva appena finito di
festeggiare il Giubileo degli sportivi - a partire dalla richiesta di
rinvio a giudizio per associazione a delinquere emessa dal sostituto
procuratore della Repubblica di Forlì nei confronti dei responsabili
del famoso o famigerato centro ricerche di Ferrara, guidato dal professor
Conconi, sodale di biciclettate di Romano Prodi. Stando a quanto si
legge, dalla lunga inchiesta della magistratura dovremmo almeno sospettare
che da tre o quattro lustri parecchi dei nostri atleti di vertice sarebbero
stati dopati irregolarmente, illecitamente, con varie modalità: emodoping,
cioè giochetti con il sangue (proprio) ripulito e riossigenato; eritropoietina,
leggi “epo”, di gran moda specie tra i ciclisti; l’ormone della crescita
alterato, ecc...
Bene:
nel settembre del 1982, nella sala d’aspetto dell’aeroporto internazionale
di Atene, un gruppo di giornalisti stava raccogliendo le dichiarazioni
del campione di mezzofondo Alberto Cova, a sorpresa fenomenale vincitore
in volata dei 10.000 nei campionarti europei appena disputati nel nuovissimo
stadio olimpico della capitale greca (dove si svolgeranno i Giochi del
2004...).
Cova
aveva stracciato fuoriclasse della specialità, finlandesi e tedeschi
est, questi ultimi soprattutto indiziati di varie pratiche dopanti secondo
la leggenda, poi rivelatasi “strafondata”, della cosiddetta “valigetta
di Lipsia”, dal nome dell’università che si diceva stesse trasformando
gli umani atleti in Frankenstein più o meno “junior”.
Le
dichiarazioni erano di circostanza, e ovviamente di enorme e motivata
soddisfazione. Ma un giornalista inviato da Repubblica, profittando
del fatto che normativamente il giochetto dell’emodoping non fosse ancora
vietato (era una pratica in voga soprattutto tra i fondisti di sci,
della quale si parlava ma senza saperne troppo), chiese a Cova: “Alberto,
quanto ti ha giovato il cambio del sangue, sì, l’esserti fatto ‘ringiovanire’
i globuli, in questa impresa?” Cova rispose che forse era stato significativo,
ma insomma non era il caso di parlarne troppo. L’anno dopo Alberto vinse
i Mondiali a Helsinki, due anni dopo le Olimpiadi a Los Angeles...
Ricordo
benissimo l’episodio perché quel giornalista ero io: se solo si fosse
voluto ragionare, investigare, pesare mezzi e fini, rischi e vantaggi
(l’emodoping divenne subito dopo fuori legge), adesso non avremmo tutti
diciotto anni di ritardo..., non ci meraviglieremmo di quel che sta
venendo fuori, certo non sbalordiremmo di fronte alla tesi della Procura
che sospetta Conconi e il Coni non solo assonanti, il secondo addirittura
allitterato e contenuto nel cognome del primo, ma d’accordo nello spingere
la macchina uomo a far risultati ad ogni costo.
Voglio
dire che fatti e fattacci non nascono da sotto i cavoli, esattamente
come i figli, che si dovrebbe ricostruire un minimo di storia, per capire,
cambiare, disegnare scenari.
Che
il doping nello sport viene da quell’altro doping, e che nel primo come
nel secondo, cioè una società drogata nel senso più lato possibile,
ci si deve rimboccare le maniche e non ficcare la testa nella sabbia,
struzzi arricchiti e destinati a finire male....
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