AnnoXVI -N.10/2000

 

 

 

 

 

Oliviero Beha

Come si fa a non parlare di doping di questi tempi, sia in senso stretto, proprio, sia come metafora di una società drogata, inquinata sempre di più?

Doping nello sport, doping nell’ambiente, doping nell’alimentazione, doping nell’informazione, doping nell’editoria scolastica, doping in televisione....

E allora parliamone, e parliamone in senso stretto, letterale, ma a condizione di avere nelle orecchie e nella testa la voce doping un po’ per tutto, insomma io non sono (più...) un giornalista sportivo, voi non siete (ancora?) dei lettori sportivi. D’accordo? Lo farò comunque partendo da lontano, e sperando che chi mi legge non sia del tutto digiuno di quelle notizie sullo scandalo del doping in grande evidenza sui mass-media nello scorso novembre - proprio mentre il Papa aveva appena finito di festeggiare il Giubileo degli sportivi - a partire dalla richiesta di rinvio a giudizio per associazione a delinquere emessa dal sostituto procuratore della Repubblica di Forlì nei confronti dei responsabili del famoso o famigerato centro ricerche di Ferrara, guidato dal professor Conconi, sodale di biciclettate di Romano Prodi. Stando a quanto si legge, dalla lunga inchiesta della magistratura dovremmo almeno sospettare che da tre o quattro lustri parecchi dei nostri atleti di vertice sarebbero stati dopati irregolarmente, illecitamente, con varie modalità: emodoping, cioè giochetti con il sangue (proprio) ripulito e riossigenato; eritropoietina, leggi “epo”, di gran moda specie tra i ciclisti; l’ormone della crescita alterato, ecc...

Bene: nel settembre del 1982, nella sala d’aspetto dell’aeroporto internazionale di Atene, un gruppo di giornalisti stava raccogliendo le dichiarazioni del campione di mezzofondo Alberto Cova, a sorpresa fenomenale vincitore in volata dei 10.000 nei campionarti europei appena disputati nel nuovissimo stadio olimpico della capitale greca (dove si svolgeranno i Giochi del 2004...).

Cova aveva stracciato fuoriclasse della specialità, finlandesi e tedeschi est, questi ultimi soprattutto indiziati di varie pratiche dopanti secondo la leggenda, poi rivelatasi “strafondata”, della cosiddetta “valigetta di Lipsia”, dal nome dell’università che si diceva stesse trasformando gli umani atleti in Frankenstein più o meno “junior”.

Le dichiarazioni erano di circostanza, e ovviamente di enorme e motivata soddisfazione. Ma un giornalista inviato da Repubblica, profittando del fatto che normativamente il giochetto dell’emodoping non fosse ancora vietato (era una pratica in voga soprattutto tra i fondisti di sci, della quale si parlava ma senza saperne troppo), chiese a Cova: “Alberto, quanto ti ha giovato il cambio del sangue, sì, l’esserti fatto ‘ringiovanire’ i globuli, in questa impresa?” Cova rispose che forse era stato significativo, ma insomma non era il caso di parlarne troppo. L’anno dopo Alberto vinse i Mondiali a Helsinki, due anni dopo le Olimpiadi a Los Angeles...

Ricordo benissimo l’episodio perché quel giornalista ero io: se solo si fosse voluto ragionare, investigare, pesare mezzi e fini, rischi e vantaggi (l’emodoping divenne subito dopo fuori legge), adesso non avremmo tutti diciotto anni di ritardo..., non ci meraviglieremmo di quel che sta venendo fuori, certo non sbalordiremmo di fronte alla tesi della Procura che sospetta Conconi e il Coni non solo assonanti, il secondo addirittura allitterato e contenuto nel cognome del primo, ma d’accordo nello spingere la macchina uomo a far risultati ad ogni costo.

Voglio dire che fatti e fattacci non nascono da sotto i cavoli, esattamente come i figli, che si dovrebbe ricostruire un minimo di storia, per capire, cambiare, disegnare scenari.

Che il doping nello sport viene da quell’altro doping, e che nel primo come nel secondo, cioè una società drogata nel senso più lato possibile, ci si deve rimboccare le maniche e non ficcare la testa nella sabbia, struzzi arricchiti e destinati a finire male....