|
Se
c’era ancora un dubbio sul fatto che al mondo non esiste un sistema
elettorale perfetto, le surreali vicende delle elezioni presidenziali
americane hanno sciaguratamente provveduto a fugarlo.
Noi
europei eravamo persuasi che oltre Atlantico la democrazia avesse raggiunto
un alto grado di perfezione tecnica e organizzativa, magari turbato
ogni tanto da qualche broglio (leggi i decisivi voti procurati a John
Kennedy dal sindaco di Chicago nel 1960, su sollecitazione della mafia),
ma mai tale da mettere in discussione il risultato o far perdere la
fiducia nella bontà del processo.
In
realtà, il sistema delle elezioni presidenziali americane, che privilegia
gli Stati rispetto agli individui, funziona bene con i cosiddetti “grandi
numeri”: se i distacchi tra i candidati sono sufficientemente ampi da
non dare luogo a contestazioni, se un risultato locale incerto o dubbio
è irrilevante per l’esito finale della corsa, se i voti postali dei
residenti all’estero non sono in numero sufficiente per influire sull’esito.
Allora
tutto fila liscio e i network televisivi possono anche concedersi il
vezzo di “proclamare” un presidente mentre in California, in Alaska
o nelle Hawai si vota ancora.
Quando
però la corsa è all’ultimo voto, come è accaduto lo scorso 7 novembre,
tutte le magagne del sistema vengono a galla e si può arrivare a paragonare
l’unica superpotenza mondiale a una repubblica delle banane senza neppure
essere contraddetti.
La
lotta a oltranza tra Bush e Gore, che ha per la prima volta richiesto
due settimane di travagli prima di arrivare a conclusione ci ha, in
effetti, fatto scoprire cose incredibili.
Ognuna
delle migliaia di contee in cui gli Stati Uniti sono divisi può decidere
le proprie modalità di voto, passando dalle schede manuali “all’italiana”
a quelle a perforazione meccanica, dal voto elettronico a quello postale
a quello via internet con una gamma di variazioni da far girare la testa.
Ma
non basta: le contee hanno anche facoltà di disegnare le proprie schede,
per cui le procedure possono cambiare da un isolato all’altro della
medesima città, e di stabilire le proprie regole per scrutinarle.
I
voti postali, ove sono consentiti, sono validi anche se arrivano dieci
giorni dopo il voto, purché il timbro postale dimostri che sono stati
spediti per tempo. Non esiste una legge elettorale federale cui tutti
devono uniformarsi, salvo quella che delega la scelta del presidente
non al voto popolare a livello nazionale, ma a un collegio di “grandi
elettori” scelti dai singoli Stati sulla base della loro popolazione.
Esistono invece 51 leggi elettorali diverse, una per ogni membro della
federazione, spesso ispirate a criteri differenti soprattutto per quanto
riguarda l’obbligatoria registrazione di chi vuole esercitare il diritto
di voto. A completare la confusione, una complicatissima gerarchia di
giurisdizione per risolvere le vertenze, che in occasione della decisiva
sfida per i 25 voti elettorali della Florida ha rischiato di mandare
in tilt anche i più agguerriti studi legali.
Quanto
è accaduto è sufficiente per dire che il sistema elettorale americano,
che risale addirittura alla fine del Settecento, quando ogni Stato contava
i propri voti in piena indipendenza e inviava poi i suoi “grandi elettori”
a Washington a cavallo per determinare (un mese dopo) la scelta del
presidente, è troppo antiquato, macchinoso e soggetto ai brogli per
le esigenze del Terzo Millennio? Il verdetto non è automatico come potrebbe
sembrare a prima vista.
E’
vero che il sistema ha un sacco di difetti, come quello di affidare
(per la verità, solo in certi rari casi) la scelta dell’uomo più potente
del mondo a poche migliaia di elettori di un solo Stato dell’Unione.
E’
vero che la diversità delle norme ingenera confusione e sospetto negli
altri Stati, e quindi può incidere anche sulla legittimazione democratica
degli eletti. In compenso, il sistema ha il pregio della continuità:
esso è nato con la nazione, l’ha accompagnato, nel bene e nel male,
attraverso oltre due secoli e quindi ha contribuito, in un certo senso,
a fare l’America grande.
Fa
parte del suo retaggio storico.
Qualsiasi
tentativo di cambiamento sarebbe traumatico, dando la stura a interminabili
diatribe tra federalisti e localisti, tra paladini del potere centrale
e difensori a oltranza dell’autonomia degli Stati, tra tradizionalisti
ed efficientisti.
Magari,
nel corso del processo, si innescherebbe anche una discussione sull’opportunità
di conservare, per la elezione dei deputati e dei senatori, il sistema
maggioritario di tradizione anglosassone o di sperimentare qualche formula
proporzionale di modello centroeuropeo.
Non
ci sarebbe comunque nessuna garanzia che un nuovo sistema, inevitabilmente
frutto di un compromesso, riesca migliore o meno controverso del precedente.
La
stessa molteplicità dei sistemi elettorali vigenti nel mondo dimostra
non solo che non esiste la formula della democrazia perfetta, ma neppure
un accordo sui requisiti che essi debbono avere per essere considerati
accettabili.
Il
cosiddetto modello di Westminster, basato sul maggioritario puro a turno
unico, esportato in mezzo mondo dalla Gran Bretagna al momento della
decolonizzazione, ha per esempio servito benissimo il suo Paese d’origine
(anche se ha fatto sì che il partito liberaldemocratico, che pure conta
sul consenso del 15-20% degli elettori, abbia sempre avuto alla Camera
dei Comuni una rappresentanza sparuta), ma si è prestato e continua
a prestarsi in numerosi Paesi africani e asiatici a soprusi e prevaricazioni
di ogni sorta.
Anche
nel Commonwealth bianco più legato al Regno Unito esso ha prestato il
fianco a critiche: la Nuova Zelanda ha deciso di abbandonarlo dopo un
secolo (salvo a pentirsene quasi subito) perché non garantiva alcuna
rappresentanza alla minoranza maori, e i canadesi anglofoni si lamentano
perché, nel Quebec francofono, il collegio uninominale finisce col favorire
i separatisti.
I
vari modelli proporzionali, a loro volta, possono magari essere considerati
dai puristi la sublimazione della democrazia, nel senso che tengono
egual conto del voto di tutti, ma incoraggiano in compenso il frazionamento
delle forze politiche, con conseguenze negative sulla stabilità dei
governi.
Ecco
perché molti Paesi hanno cercato di correggerli con la introduzione
di sbarramenti per chi non raggiunge il 3, 4, 5 o addirittura il 10
per cento del voto popolare, l’adozione di clausole di salvaguardia
come quella della “sfiducia costruttiva” o addirittura una votazione
separata per la designazione del primo ministro (l’esempio più conosciuto
è Israele). Il vero problema connesso a ogni modifica delle leggi elettorali
(per non parlare di quelle costituzionali, con passaggio da una democrazia
parlamentare a una presidenziale o semipresidenziale, o viceversa) è
che, dal momento che nessun sistema può dirsi neutrale, essa finisce
di volta in volta col favorire una forza politica rispetto a un’altra,
e quindi a far perdere credibilità alla democrazia nel suo complesso.
Nessuno, per esempio, mette in discussione che la Francia sia un Paese
democratico: eppure, prima di approdare all’attuale “maggioritario a
doppio turno” che ha molti ammiratori anche in Italia, essa ha cambiato
le regole del gioco per quattro volte in mezzo secolo, ora per favorire
la stabilità, ora per dare a mano al partito al potere in difficoltà,
ultimamente per mettere fuori gioco e privare di adeguata rappresentanza
parlamentare una forza politica come il Fronte Nazionale di Jean Marie
LePen, considerata dagli altri fuori dall’arco costituzionale ma pur
sempre votata dal 12-15% degli elettori.
Per
rendersi conto dei problemi che insorgono quando si comincia a giocare
con le regole, basta del resto esaminare il caso italiano.
Da
quando, in seguito al referendum Segni, abbiamo abbandonato il sistema
proporzionale vigente fin dalla nascita della repubblica e siamo passati
a un sistema misto - 75% maggioritario e 25% proporzionale alla Camera,
con una ulteriore variante per il Senato - non abbiamo più smesso di
discutere e siamo stati sommersi di progetti di riforma di ogni genere
e specie.
Dopo
le vicende della XII e XIII legislatura, che hanno fatto registrare
l’incapacità del cosiddetto “Mattarellum” di garantire lo sfoltimento
dei partiti indispensabile al funzionamento di un sistema bipolare,
sembrava che ci fosse un accordo molto ampio sull’opportunità di cambiarlo.
Per
due o tre anni, infatti, si è dibattuto incessantemente sui vantaggi
relativi del maggioritario puro (modello Regno Unito), del maggioritario
a doppio turno (modello francese), del sistema proporzionale con sbarramento
(modello tedesco o spagnolo), del cancellierato, e chi più ne ha più
ne metta.
Ogni
parte politica si batteva, come è logico, non per il sistema migliore
in assoluto, che non esiste, ma per quello che, secondo i suoi calcoli,
poteva favorirlo nelle prossime elezioni politiche. Il problema è che
la convenienza di un sistema elettorale può variare con le circostanze,
specie in un sistema non ancora assestato come è il nostro.
Se,
alla fine, il centrosinistra è rimasto solo a spingere per una riforma,
al punto da cercare di farla approvare, contro ogni tradizione, con
i soli voti della maggioranza, è perché la Casa delle Libertà si è resa
conto che dopo l’accordo con la Lega sarebbe proprio il famigerato “Mattarellum”
a garantirle i risultati migliori. Ma non è detto che il prossimo Parlamento
non sia costretto dalle circostanze a rimettere mano alla legge, e magari
a cercare di fare un po’ d’ordine in un sistema in cui i cinque livelli
di rappresentanza, Parlamento nazionale, Consigli regionali, Consigli
provinciali, Consigli comunali e Consigli di zona, vengono eletti ciascuno
con regole diverse.
Se
poi allarghiamo lo sguardo a quella Unione Europea che dovrebbe, un
giorno, diventare la nostra casa comune, dobbiamo costatare che i Quindici
hanno quindici sistemi elettorali diversi. Quattro Paesi (Belgio, Finlandia,
Lussemburgo, Portogallo) hanno un proporzionale puro, con alcune variazioni
sul tema.
Uno
(l’Irlanda) un complicatissimo proporzionale con voto trasferibile,
che secondo i maligni cugini inglesi poteva essere escogitato solo da
una nazione di forti bevitori. Cinque (Spagna, Austria, Danimarca, Grecia
e Olanda) un proporzionale con sbarramento, che però è congegnato diversamente
a seconda degli obbiettivi che ciascuno si propone.
Uno
(Germania) pratica un proporzionale misto molto scientifico e unico
al mondo, che vale la pena di descrivere nei particolari proprio perché
ha tanti sostenitori anche da noi.
Sentite
che rompicapo.
I
deputati vengono eletti nelle sedici regioni con un sistema misto di
maggioranza semplice e di rappresentanza proporzionale, in cui ogni
elettore può esprimere due voti: il primo per un singolo candidato della
sua circoscrizione elettorale, il secondo per una delle liste di partito
presentate a livello regionale.
Metà
dei deputati attribuiti al “Land” vengono eletti tra i candidati più
votati individualmente, l’altra metà in proporzione ai voti riportati
dalle liste di partito e tra i candidati delle stesse che hanno ottenuto
il maggior numero di preferenze personali con il primo voto. I seggi
vengono attribuiti alle singole liste che abbiano superato il 5% a livello
nazionale proporzionalmente e tenendo conto dei seggi già conquistati
dai singoli candidati con il primo voto.
A
quando un bel “caso” di tipo americano, che rimetta in discussione un
meccanismo magari atto ad evitare i guai della repubblica di Weimar,
ma decisamente barocco?
Se
poi passiamo ai tre Paesi che hanno adottato una forma di maggioritario,
vediamo che solo quello britannico può essere descritto telegraficamente:
entrano ai Comuni i 659 candidati che negli altrettanti collegi hanno
ottenuto il maggior numero di voti: “first past the post”, primo al
traguardo, indipendentemente dalla percentuale.
La
Francia, in presenza di una pluralità di partiti che non ha nulla da
invidiare alla nostra, ha invece adottato il doppio turno: al primo
vengono eletti solo i candidati che conseguono la maggioranza assoluta,
al ballottaggio partecipano tutti coloro che hanno ottenuto più del
12,5% dei suffragi e basta la maggioranza semplice.
I
sostenitori di questo sistema affermano che, mentre consente a tutti
di partecipare alla tornata iniziale senza falsare il risultato finale,
favorisce al secondo le alleanze tra partiti “affini” e quindi una semplificazione
degli schieramenti parlamentari. In realtà, favorisce spesso anche un
mercato delle vacche delle desistenze; ma dal momento che assicura un
buon tasso di governabilità, merita di essere preso in considerazione.
Per
quanto riguarda l’Italia, c’è da dire che la ripartizione vigente tra
maggioritario e proporzionale è una invenzione tutta nostra, che non
ha equivalenti in alcun altro Paese.
Ciò
non significa necessariamente che sia sbagliata, solo che i nostri equilibri
politici sono diversi dagli altri. La disputa su quale sia il sistema
da preferire durerà comunque all’infinito, perché ognuno ha i suoi pregi
e i suoi difetti e risponde più o meno a esigenze non conciliabili tra
loro: quella della rappresentatività e quella della governabilità.
A
seconda del momento storico, è legittimo privilegiare l’una o l’altra,
ma non si possono avere le due cose insieme.
Qualcuno
ha cercato di aggirare l’ostacolo e fare la scelta sulla base di un
quesito diverso: quale sistema consente all’elettore di prevedere con
maggiore certezza quale governo il suo voto contribuirà a formare e
chi ne sarà il capo? In linea di massima, la risposta sarebbe “il
maggioritario” (almeno fino a quando non ci sono deputati che cambiano
casacca), ma non si può ignorare l’eccezione tedesca. Insomma, ce n’è
per tutti; e tante scuse all’America che, anche nel caos, ha in fondo
dato una prova di democrazia di cui non tutti sarebbero stati capaci.
|