Anno XVI -N.10/2000

 

 

 

 

 

Livio Caputo

Se c’era ancora un dubbio sul fatto che al mondo non esiste un sistema elettorale perfetto, le surreali vicende delle elezioni presidenziali americane hanno sciaguratamente provveduto a fugarlo.

Noi europei eravamo persuasi che oltre Atlantico la democrazia avesse raggiunto un alto grado di perfezione tecnica e organizzativa, magari turbato ogni tanto da qualche broglio (leggi i decisivi voti procurati a John Kennedy dal sindaco di Chicago nel 1960, su sollecitazione della mafia), ma mai tale da mettere in discussione il risultato o far perdere la fiducia nella bontà del processo.

In realtà, il sistema delle elezioni presidenziali americane, che privilegia gli Stati rispetto agli individui, funziona bene con i cosiddetti “grandi numeri”: se i distacchi tra i candidati sono sufficientemente ampi da non dare luogo a contestazioni, se un risultato locale incerto o dubbio è irrilevante per l’esito finale della corsa, se i voti postali dei residenti all’estero non sono in numero sufficiente per influire sull’esito.

Allora tutto fila liscio e i network televisivi possono anche concedersi il vezzo di “proclamare” un presidente mentre in California, in Alaska o nelle Hawai si vota ancora.

Quando però la corsa è all’ultimo voto, come è accaduto lo scorso 7 novembre, tutte le magagne del sistema vengono a galla e si può arrivare a paragonare l’unica superpotenza mondiale a una repubblica delle banane senza neppure essere contraddetti.

La lotta a oltranza tra Bush e Gore, che ha per la prima volta richiesto due settimane di travagli prima di arrivare a conclusione ci ha, in effetti, fatto scoprire cose incredibili.

Ognuna delle migliaia di contee in cui gli Stati Uniti sono divisi può decidere le proprie modalità di voto, passando dalle schede manuali “all’italiana” a quelle a perforazione meccanica, dal voto elettronico a quello postale a quello via internet con una gamma di variazioni da far girare la testa.

Ma non basta: le contee hanno anche facoltà di disegnare le proprie schede, per cui le procedure possono cambiare da un isolato all’altro della medesima città, e di stabilire le proprie regole per scrutinarle.

I voti postali, ove sono consentiti, sono validi anche se arrivano dieci giorni dopo il voto, purché il timbro postale dimostri che sono stati spediti per tempo. Non esiste una legge elettorale federale cui tutti devono uniformarsi, salvo quella che delega la scelta del presidente non al voto popolare a livello nazionale, ma a un collegio di “grandi elettori” scelti dai singoli Stati sulla base della loro popolazione. Esistono invece 51 leggi elettorali diverse, una per ogni membro della federazione, spesso ispirate a criteri differenti soprattutto per quanto riguarda l’obbligatoria registrazione di chi vuole esercitare il diritto di voto. A completare la confusione, una complicatissima gerarchia di giurisdizione per risolvere le vertenze, che in occasione della decisiva sfida per i 25 voti elettorali della Florida ha rischiato di mandare in tilt anche i più agguerriti studi legali.

Quanto è accaduto è sufficiente per dire che il sistema elettorale americano, che risale addirittura alla fine del Settecento, quando ogni Stato contava i propri voti in piena indipendenza e inviava poi i suoi “grandi elettori” a Washington a cavallo per determinare (un mese dopo) la scelta del presidente, è troppo antiquato, macchinoso e soggetto ai brogli per le esigenze del Terzo Millennio? Il verdetto non è automatico come potrebbe sembrare a prima vista.

E’ vero che il sistema ha un sacco di difetti, come quello di affidare (per la verità, solo in certi rari casi) la scelta dell’uomo più potente del mondo a poche migliaia di elettori di un solo Stato dell’Unione.

E’ vero che la diversità delle norme ingenera confusione e sospetto negli altri Stati, e quindi può incidere anche sulla legittimazione democratica degli eletti. In compenso, il sistema ha il pregio della continuità: esso è nato con la nazione, l’ha accompagnato, nel bene e nel male, attraverso oltre due secoli e quindi ha contribuito, in un certo senso, a fare l’America grande.

Fa parte del suo retaggio storico.

Qualsiasi tentativo di cambiamento sarebbe traumatico, dando la stura a interminabili diatribe tra federalisti e localisti, tra paladini del potere centrale e difensori a oltranza dell’autonomia degli Stati, tra tradizionalisti ed efficientisti.

Magari, nel corso del processo, si innescherebbe anche una discussione sull’opportunità di conservare, per la elezione dei deputati e dei senatori, il sistema maggioritario di tradizione anglosassone o di sperimentare qualche formula proporzionale di modello centroeuropeo.

Non ci sarebbe comunque nessuna garanzia che un nuovo sistema, inevitabilmente frutto di un compromesso, riesca migliore o meno controverso del precedente.

La stessa molteplicità dei sistemi elettorali vigenti nel mondo dimostra non solo che non esiste la formula della democrazia perfetta, ma neppure un accordo sui requisiti che essi debbono avere per essere considerati accettabili.

Il cosiddetto modello di Westminster, basato sul maggioritario puro a turno unico, esportato in mezzo mondo dalla Gran Bretagna al momento della decolonizzazione, ha per esempio servito benissimo il suo Paese d’origine (anche se ha fatto sì che il partito liberaldemocratico, che pure conta sul consenso del 15-20% degli elettori, abbia sempre avuto alla Camera dei Comuni una rappresentanza sparuta), ma si è prestato e continua a prestarsi in numerosi Paesi africani e asiatici a soprusi e prevaricazioni di ogni sorta.

Anche nel Commonwealth bianco più legato al Regno Unito esso ha prestato il fianco a critiche: la Nuova Zelanda ha deciso di abbandonarlo dopo un secolo (salvo a pentirsene quasi subito) perché non garantiva alcuna rappresentanza alla minoranza maori, e i canadesi anglofoni si lamentano perché, nel Quebec francofono, il collegio uninominale finisce col favorire i separatisti.

I vari modelli proporzionali, a loro volta, possono magari essere considerati dai puristi la sublimazione della democrazia, nel senso che tengono egual conto del voto di tutti, ma incoraggiano in compenso il frazionamento delle forze politiche, con conseguenze negative sulla stabilità dei governi.

Ecco perché molti Paesi hanno cercato di correggerli con la introduzione di sbarramenti per chi non raggiunge il 3, 4, 5 o addirittura il 10 per cento del voto popolare, l’adozione di clausole di salvaguardia come quella della “sfiducia costruttiva” o addirittura una votazione separata per la designazione del primo ministro (l’esempio più conosciuto è Israele). Il vero problema connesso a ogni modifica delle leggi elettorali (per non parlare di quelle costituzionali, con passaggio da una democrazia parlamentare a una presidenziale o semipresidenziale, o viceversa) è che, dal momento che nessun sistema può dirsi neutrale, essa finisce di volta in volta col favorire una forza politica rispetto a un’altra, e quindi a far perdere credibilità alla democrazia nel suo complesso. Nessuno, per esempio, mette in discussione che la Francia sia un Paese democratico: eppure, prima di approdare all’attuale “maggioritario a doppio turno” che ha molti ammiratori anche in Italia, essa ha cambiato le regole del gioco per quattro volte in mezzo secolo, ora per favorire la stabilità, ora per dare a mano al partito al potere in difficoltà, ultimamente per mettere fuori gioco e privare di adeguata rappresentanza parlamentare una forza politica come il Fronte Nazionale di Jean Marie LePen, considerata dagli altri fuori dall’arco costituzionale ma pur sempre votata dal 12-15% degli elettori.

Per rendersi conto dei problemi che insorgono quando si comincia a giocare con le regole, basta del resto esaminare il caso italiano.

Da quando, in seguito al referendum Segni, abbiamo abbandonato il sistema proporzionale vigente fin dalla nascita della repubblica e siamo passati a un sistema misto - 75% maggioritario e 25% proporzionale alla Camera, con una ulteriore variante per il Senato - non abbiamo più smesso di discutere e siamo stati sommersi di progetti di riforma di ogni genere e specie.

Dopo le vicende della XII e XIII legislatura, che hanno fatto registrare l’incapacità del cosiddetto “Mattarellum” di garantire lo sfoltimento dei partiti indispensabile al funzionamento di un sistema bipolare, sembrava che ci fosse un accordo molto ampio sull’opportunità di cambiarlo.

Per due o tre anni, infatti, si è dibattuto incessantemente sui vantaggi relativi del maggioritario puro (modello Regno Unito), del maggioritario a doppio turno (modello francese), del sistema proporzionale con sbarramento (modello tedesco o spagnolo), del cancellierato, e chi più ne ha più ne metta.

Ogni parte politica si batteva, come è logico, non per il sistema migliore in assoluto, che non esiste, ma per quello che, secondo i suoi calcoli, poteva favorirlo nelle prossime elezioni politiche. Il problema è che la convenienza di un sistema elettorale può variare con le circostanze, specie in un sistema non ancora assestato come è il nostro.

Se, alla fine, il centrosinistra è rimasto solo a spingere per una riforma, al punto da cercare di farla approvare, contro ogni tradizione, con i soli voti della maggioranza, è perché la Casa delle Libertà si è resa conto che dopo l’accordo con la Lega sarebbe proprio il famigerato “Mattarellum” a garantirle i risultati migliori. Ma non è detto che il prossimo Parlamento non sia costretto dalle circostanze a rimettere mano alla legge, e magari a cercare di fare un po’ d’ordine in un sistema in cui i cinque livelli di rappresentanza, Parlamento nazionale, Consigli regionali, Consigli provinciali, Consigli comunali e Consigli di zona, vengono eletti ciascuno con regole diverse.

Se poi allarghiamo lo sguardo a quella Unione Europea che dovrebbe, un giorno, diventare la nostra casa comune, dobbiamo costatare che i Quindici hanno quindici sistemi elettorali diversi. Quattro Paesi (Belgio, Finlandia, Lussemburgo, Portogallo) hanno un proporzionale puro, con alcune variazioni sul tema.

Uno (l’Irlanda) un complicatissimo proporzionale con voto trasferibile, che secondo i maligni cugini inglesi poteva essere escogitato solo da una nazione di forti bevitori. Cinque (Spagna, Austria, Danimarca, Grecia e Olanda) un proporzionale con sbarramento, che però è congegnato diversamente a seconda degli obbiettivi che ciascuno si propone.

Uno (Germania) pratica un proporzionale misto molto scientifico e unico al mondo, che vale la pena di descrivere nei particolari proprio perché ha tanti sostenitori anche da noi.

Sentite che rompicapo.

I deputati vengono eletti nelle sedici regioni con un sistema misto di maggioranza semplice e di rappresentanza proporzionale, in cui ogni elettore può esprimere due voti: il primo per un singolo candidato della sua circoscrizione elettorale, il secondo per una delle liste di partito presentate a livello regionale.

Metà dei deputati attribuiti al “Land” vengono eletti tra i candidati più votati individualmente, l’altra metà in proporzione ai voti riportati dalle liste di partito e tra i candidati delle stesse che hanno ottenuto il maggior numero di preferenze personali con il primo voto. I seggi vengono attribuiti alle singole liste che abbiano superato il 5% a livello nazionale proporzionalmente e tenendo conto dei seggi già conquistati dai singoli candidati con il primo voto.

A quando un bel “caso” di tipo americano, che rimetta in discussione un meccanismo magari atto ad evitare i guai della repubblica di Weimar, ma decisamente barocco?

Se poi passiamo ai tre Paesi che hanno adottato una forma di maggioritario, vediamo che solo quello britannico può essere descritto telegraficamente: entrano ai Comuni i 659 candidati che negli altrettanti collegi hanno ottenuto il maggior numero di voti: “first past the post”, primo al traguardo, indipendentemente dalla percentuale.

La Francia, in presenza di una pluralità di partiti che non ha nulla da invidiare alla nostra, ha invece adottato il doppio turno: al primo vengono eletti solo i candidati che conseguono la maggioranza assoluta, al ballottaggio partecipano tutti coloro che hanno ottenuto più del 12,5% dei suffragi e basta la maggioranza semplice.

I sostenitori di questo sistema affermano che, mentre consente a tutti di partecipare alla tornata iniziale senza falsare il risultato finale, favorisce al secondo le alleanze tra partiti “affini” e quindi una semplificazione degli schieramenti parlamentari. In realtà, favorisce spesso anche un mercato delle vacche delle desistenze; ma dal momento che assicura un buon tasso di governabilità, merita di essere preso in considerazione.

Per quanto riguarda l’Italia, c’è da dire che la ripartizione vigente tra maggioritario e proporzionale è una invenzione tutta nostra, che non ha equivalenti in alcun altro Paese.

Ciò non significa necessariamente che sia sbagliata, solo che i nostri equilibri politici sono diversi dagli altri. La disputa su quale sia il sistema da preferire durerà comunque all’infinito, perché ognuno ha i suoi pregi e i suoi difetti e risponde più o meno a esigenze non conciliabili tra loro: quella della rappresentatività e quella della governabilità.

A seconda del momento storico, è legittimo privilegiare l’una o l’altra, ma non si possono avere le due cose insieme.

Qualcuno ha cercato di aggirare l’ostacolo e fare la scelta sulla base di un quesito diverso: quale sistema consente all’elettore di prevedere con maggiore certezza quale governo il suo voto contribuirà a formare e chi ne sarà il capo? In linea di massima, la risposta sarebbe “il maggioritario” (almeno fino a quando non ci sono deputati che cambiano casacca), ma non si può ignorare l’eccezione tedesca. Insomma, ce n’è per tutti; e tante scuse all’America che, anche nel caos, ha in fondo dato una prova di democrazia di cui non tutti sarebbero stati capaci.