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Dare
un senso al dolore, combattere la sofferenza dell'uomo non solo con
la scienza, ma anche con la sapienza dei testi antichi; per questo diamo
la parola a Monsignor Gianfranco Ravasi, Prefetto della Biblioteca Ambrosiana,
membro della Pontificia Commissione dei Beni Culturali della Chiesa,
insigne teologo e biblista, scrittore e pubblicista di chiara fama e
di rara dottrina.
Per
millenni l’umanità ha cercato di assediare la cittadella apparentemente
invalicabile del dolore. Già l’antica sapienza egizia registrava la
sconfitta della ragione con le emozionanti righe del “papiro di Berlino
3.024” (2200 a.C.), significativamente intitolato dagli studiosi Dialogo
di un suicida con la sua anima, dialogo che ha come approdo solo la
morte vista come liberazione, guarigione, profumo di mirra, brezza dolce
della sera, fior di loto che sboccia. L’accanimento della teodicea,
cioè del tentativo di difendere Dio dall’attacco dell’”ateismo” che
fa leva proprio sul dolore, ha dovuto sempre confrontarsi con le alternative
lapidarie del filosofo greco Epicuro, così come ce le ha trasmesse lo
scrittore cristiano Lattanzio nella sua opera De ira Dei (c. 13): “Se
Dio vuol togliere il male e non può, allora è impotente. Se può e non
vuole, allora è ostile nei nostri confronti. Se vuole e può, perché
allora esiste il male e non viene eliminato da lui?” E' proprio attorno
a questi dilemmi e soprattutto quando si entra nella regione tenebrosa
della sofferenza personale che si confrontano le religioni e gli agnosticismi.
Emblematica
è l’affermazione del pensatore ateo francese Jean Cotureau: “Non credo
in Dio. Se Dio esistesse, sarebbe il male in persona. Preferisco negarlo
piuttosto che addossargli la responsabilità del male” . E proprio per
difendere Dio da questa accusa infamante, si è fatto di tutto nella
storia dell’umanità, ricorrendo appunto a quella “teodicea” a cui sopra
si accennava, percorrendo le strade più disparate, talvolta quasi impraticabili.
Si
è, così, fatto ricorso al dualismo, introducendo – accanto al Dio buono
e giusto – un’altra divinità negativa e ostile, un dio del male (pensiamo,
a titolo esemplificativo, al manicheismo e a tante forme apocalittiche
estremiste).
Ci
si è appellati alla cosiddetta “teoria della retribuzione”, peraltro
ben attestata anche nella Bibbia, come vedremo: il binomio delitto-castigo
ci invita a scoprire in ogni dolore un’espiazione di colpa, se non personale,
almeno altrui (e così si cercherebbe di giustificare anche la sofferenza
dell’innocente).
Per
altri sarebbe, invece, da imboccare la via pessimistica radicale: la
realtà è strutturalmente negativa proprio per il suo limite creaturale
(da spiegare sarebbe eventualmente la felicità o il bene quando si presentano
nella vita!).
Per
contrasto, non è mancata anche una lettura ottimistica altrettanto radicale
della realtà per cui il male è solo un non-essere, un dato concettuale,
un’apparenza da superare scoprendo la serenità profonda dell’essere.
In
questa luce si pongono le visioni panteistiche come lo stoicismo greco-romano
o il brahamanesimo indiano per il quale il male è solo maya, cioè “illusione”.
In
questa linea si collocano anche certe concezioni evoluzionistiche che
considerano il dolore come il residuato di un mondo ancora imperfetto
e in costruzione.
Le
energie cosmiche e il progresso umano sono la via da percorrere per
la graduale eliminazione di ogni negatività. Gli stessi testi sacri
ebraico-cristiani, cioè la Bibbia, affrontano l’interrogazione che la
sofferenza genera secondo prospettive differenti. C’è, così, nei capitoli
2-3 della Genesi il ricorso alla libertà umana che, nella solitudine
drammatica delle sue scelte, può seminare violenza, oppressione, devastazione,
prevaricazione e lacrime.
C’è
la voce altissima di Giobbe che, attraverso un tragico itinerario di
spoliazione e di protesta, giunge alla scoperta di un progetto trascendentale,
invalicabile agli schemi semplificatori della filosofia e della stessa
teologia, dotato però di un suo senso, di una metarazionalità suprema
che è conoscibile solo per rivelazione, per contemplazione.
C’è
il misterioso Servo del Signore, “uomo di dolori”, cantato da Isaia
(c. 53), che nel dolore dell’innocente vede un seme di fecondità e non
di morte, che si dirama nel deserto della storia.
C’è
soprattutto la figura di Cristo che incontra costantemente la degenerazione
causata dal male, la assume su di sé attraversando la galleria oscura
della passione e della morte: egli, però, con questa solidarietà estrema
depone nel limite umano una scintilla della sua divinità che esplode
nella luce della resurrezione, cioè della ri-creazione del mondo e dell’umanità
in una nuova dimensione ove, come dichiara il libro dell’Apocalisse,
“non ci sarà più morte, né il lutto, né il lamento, né l’affanno, perché
le cose di prima sono passate” (21,4).
Noi,
però, vorremmo ora – molto più modestamente – indicare due linee di
interpretazione e di comportamento di fronte alla lacerazione della
sofferenza, consapevoli comunque del mistero che essa coinvolge. Eschilo
nei Persiani pone l’eterna domanda che sale dal respiro di dolore dell’umanità:
“Io grido in alto le mie infinite sofferenze, dal profondo dell’ombra
chi mi ascolterà?” (v. 635).
La
prima considerazione vuole porre l’accento sulla simbolicità del dolore.
E’, come dice il titolo di una suggestiva opera autobiografica della
scrittrice americana Susan Sontag, la metafora di un’esperienza più
alta (Ilness as metaphor, 1978). E’ indice di un “male oscuro” e radicale,
per usare il titolo di un romanzo del nostro Giuseppe Berto (1964).
La sofferenza non è mai solo una questione fisica, ma coinvolge “simbolicamente”
corporeità e spiritualità. Essa può contemporaneamente generare disperazione
e speranza, tenebra e luce; può essere distruzione e purificazione;
riduce alla bestialità (certe malattie sono umiliazione e sconfitta
di ogni dignità umana) ma può anche trasfigurare, “distillando” come
in un crogiuolo le capacità più alte, divenendo luminosità interiore
e catarsi.
Il
grande mistico medievale Meister Eckhart (1260 ca.-1327) affermava che
“nulla sa più di fiele del soffrire, nulla sa più di miele dell’aver
sofferto; nulla di fronte agli uomini sfigura il corpo più della sofferenza,
ma nulla di fronte a Dio abbellisce l’anima più dell’aver sofferto”.
Proprio
per questa dimensione simbolica del soffrire umano, l’approccio nei
confronti del malato non può essere parziale.
Da
un lato, è indubbia la necessità della terapia medica: dopo tutto, quasi
a metà del Vangelo di Marco è un racconto di guarigioni operate da Cristo
al punto tale che un teologo, René Latourelle, ha scritto che “i Vangeli
senza miracoli di guarigione sono come l’Amleto di Shakespeare senza
il principe”. Dall’altro lato, la pura biologicità e la tecnica asettica
sono insufficienti ed esigono un incontro, un dialogo, un supplemento
di umanità.
Mai
come nel dolore ci si accorge di non avere un corpo ma di essere un
corpo che è segno di una realtà interiore più profonda.
Sono
suggestive dal punto di vista simbolico le narrazioni evangeliche delle
guarigioni dei lebbrosi: contravvenendo tutti i divieti rituali e sanitari
del tempo, Gesù “li tocca” e con questo gesto vuole quasi assumere su
di sé il male, condividendone il peso e l’amarezza.
Mai
come nel dolore l’uomo si accorge della falsità delle parole di conforto
dette in modo estrinseco e senza autentica partecipazione. Giobbe, al
riguardo, è estremamente chiaro: gli amici che cercano di consolarlo
in modo arido e frigido sono da lui definiti “intonacatori di menzogna”
(13, 4), maestri nei “sofismi di cenere” (13, 12), “consolatori stomachevoli”,
capaci solo di “discorsi d’aria” (16, 2-3), pronti ad offrire “decotti
di malva” (6,6) che non possono certo placare la furia ardente della
sofferenza intima. Anzi, il malato scopre che, alla fine, egli rimane
solo col suo male.
E’
lo stesso Giobbe a descrivere in modo pittoresco e persino barocco questo
isolamento quando scopre che “a mia moglie ripugna il mio alito, faccio
schifo ai figli del mio ventre” (19, 17).
Nel
tempo del dolore la verità non riesce a patire contraffazioni. E’, allora,
in questo momento che deve scattare una specie di alleanza tra paziente
e medico (infermiere, parente, assistente, cappellano e così via). E’
questa la seconda considerazione che vogliamo proporre.
Nel
racconto biblico della creazione della donna si dichiara che l’uomo
supera la sua solitudine solo quando trova “un aiuto che stia di fronte”
(ke-negdò), che sappia quindi avere gli occhi negli occhi dell’altro,
che non troneggi sopra la creatura come una divinità ma che non sia
neppure inferiore e inetto come un animale.
Questa
solidarietà è difficile da creare ma è indispensabile. La conoscenza
tra chi cura e chi è curato deve essere meno fredda e distaccata di
quanto spesso accade: deve essere fatta di comunicazione genuina, di
dialogo, di ascolto, di verità detta con partecipazione (e qui si pone
il delicatissimo problema della cosiddetta “verità al malato”).
Il
sofferente deve sentirsi rispettato anche nel momento della debolezza,
quando il pianto inonda le sue guance ed è noto che esiste sempre un
pudore nel mostrare le lacrime.
Deve
essere aiutato a liberarsi dei condizionamenti di una cultura della
“forza”, di un “maschilismo” vanamente eroico e ad accettarsi anche
nel tempo della prova. Anche Cristo di fronte alla notte della passione
implora di essere liberato dal calice della sofferenza (Marco 14,36)
e confessa di avere “l’anima triste fino alla morte” (Marco 14,34),
scoprendo però con amarezza di non avere accanto la solidarietà affettuosa
dei suoi discepoli. “Così non siete capaci di vegliare una sola ora
con me?” (Matteo 26,40).
Bisogna,
allora, ribadire una parola tanto abusata ed equivocata, la cui vera
declinazione nell’esistenza è sempre ardua, cioè l’amore. Solo se circondato
d’amore, il malato riesce ad accettarsi e a superare anche il pudore
che è la consapevolezza – come affermava il filosofo Max Scheler – di
“un certo squilibrio, di una certa disarmonia tra il significato e le
esigenze della sua persona spirituale, da una parte, e i suoi bisogni
corporei, dall’altra”. In questa luce ci sembra suggestiva una parabola
che vorremmo porre a suggello di queste riflessioni molto limitate su
un orizzonte immenso e incandescente, incapaci di fissare in un profilo
sintetico il volto proteiforme del male. Anche per il credente, il dolore
rimane una cittadella il cui centro non può essere completamente espugnato.
Come
diceva il poeta cattolico francese Paul Claudel, “Dio non è venuto a
spiegare la sofferenza, è venuto a riempirla della sua presenza”. E
il teologo Hans Küng osservava che “Dio non ci protegge da ogni sofferenza
ma ci sostiene in ogni sofferenza”. A questo proposito ci affidiamo
a una figura “laica” come lo scrittore Ennio Flaiano (1910-1972). A
lui era nata nel 1942 una figlia, Luisa, che già a otto anni aveva iniziato
a rivelare un’encefalopatia epilettoide, e che è vissuta fino al 1992,
curata amorosamente dalla madre, Rosetta Flaiano. Ebbene, lo scrittore
abruzzese nel 1960 aveva pensato a un romanzo-film di cui è rimasto
solo l’abbozzo. In esso si immaginava il ritorno di Gesù sulla terra,
infastidito da giornalisti e fotoreporter, ma, come un tempo, attento
solo agli ultimi e ai malati. Ed ecco, “un uomo condusse a Gesù la figlia
malata e gli disse: ‘Io non voglio che tu la guarisca ma che tu la ami.’
Gesù baciò quella ragazza e disse: ‘In verità, quest’uomo ha chiesto
ciò che io posso dare.’ Così detto, sparì in una gloria di luce, lasciando
la folla a commentare i suoi miracoli e i giornalisti a descriverli”.
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Gianfranco Ravasi
Prefetto della Biblioteca Ambrosiana
Milano
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