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"Come
giudica gli svedesi?", chiese un giornalista di Stoccolma all'allora
primo ministro inglese Margaret Thatcher: "Neutrali", fu la risposta.
Se
in una libreria chiedi un giudizio sul voluma che vorresti acquistare,
non ti dicono che è buono, ma che "non è male". Se in un bar ti sembra
che qualcuno abbia alzato troppo il gomito, non ti rispondono che è
ubriaco, ma che "non è sobrio".
La
parola chiave è "lagom", di cui non esiste un esatto equivalente in
italiano, ma che si potrebbe rendere con "la via di mezzo": non sposare
una parte nè la parte opposta, niente eccessi, insomma, nei giudizi,
nel lavoro, negli affetti. I suoi corollari sono ombudsman, il difensore
civico che controlla che nessuno bari al gioco della vita sociale, e
lo smorgasbord, il buffet di mezzogiorno dove tutti si mettono in coda
e si servono da sé.
Negli
anni Sessanta Jean Luc Godard girò qui "Masculine/Feminine":
"Sono reduce da una nazione di sei milioni di zombi", disse rientrato
in patria. Eccessi morali di un artista latino impegnato? A parte il
fatto che il regista francese è più il prototipo della noia che della
joie de vivre, "Forbund Sverige", definiscono i danesi la Svezia, il
Paese "dove tutto è vietato" e per loro "lagom" significa "noioso".
John
Alexander, esperto di media e di imprese e autore di "How Swedes
manage", racconta che "una delle più costose produzioni cinematografiche
svedesi è stata 1939, un film storico uscito alla fine degli anni Ottanta.
L'ultima scena mostra le strade di Stoccolma piene di folla il 35 maggio
del '45. Neutrali per tutto il conflitto, festeggiavano. Non avevano
vinto e non avevano perso. E proprio questo era il senso della loro
esultanza: non essere vincenti, non essere perdenti".
Lagom,
appunto.
Raccontare
"la via di mezzo" non è facile, ma ci si può provare.
Magari
facendo prima un po' di pulizia delle incrostazioni mitiche che nel
tempo l'hanno intasata. Strano ma vero, della Svezia si pensa di sapere
quasi tutto, ma non se ne può leggere praticamente niente. Saggi in
traduzione non ce ne sono, e scarsa è la bibliografia inglese o francese.
Iperborea, che è la nostra casa editrice per eccellenza della letteratura
nordica, ha scrittori svedesi in catalogo, ma i pochi romanzi ambientati
nell'attualità risalgono agli anni Sessanta e sono arrivati a noi venti
o trent'anni dopo.
Il
"modello svedese", il socialismo coniugato con il capitalismo, la libertà
e l'eguaglianza sessuale, il funzionalismo nel design fra i Sessanta
e gli Ottanta si spalmarono come parole d'ordine da usare nello scontro
politico-ideologico che vedeva protagonisti intellettuali, forze politiche,
organizzazioni sindacali.
Non
dispiacevano alla sinistra, comunista e socialista, che grazie a esse
potevano evitare l'idea del fallimento economico del socialismo reale
e sbandierare il ruolo di una "architettura non borghese"; nè al centro
democristiano e/o repubblicano voglioso di ritagliarsi un'immagine più
moderna, sensibile ai bisogni e alla difesa dei più deboli.
Erano
ostaggiate da una destra che vedeva come una bestemmia lo Stato-tutore
pianificante la tua vita dalla culla alla tomba e come una bizzarria
la parità sessuale. Un popolo infelice di suicidi, fatto di alcolizzati,
era il giudizio sommario.
Non
contando la destra nulla, il mito svedese andò di moda: le case di riempirono
di quei telefoni a forma di fallo maschile, lo stelo lungo e colorato,
di quelle poltrone squadrate e scomodissime, di quei divani bassi, a
pois e senza braccioli, i maschi cominciarono a lavare i piatti, il
concetto del difensore civico e dei diritti dei consumatori si fece
lentamente strada. In breve qualcosa cambiò, anche se a livello epidermico
e più nel costume che nelle istituzioni, in linea comunque con lo spirito
del tempo. Immersi negli anni di piombo, con tutto il corteo dell'emergenza
e della militanza, riemersi negli anni di latta, con il relativo riflusso
nel privato e nella ricerca del benessere, il modello svedese fu lasciato
in un angolo, non più eccitante, per nulla coinvolgente.
Come
relitti di più naufragi, riaffioravano e si mischiavano il primo film
sull'educazione sessuale, Igmar Bergman arrestato per avere evaso le
tasse, Ewa Aulin nuda al cinema, Olaf Palme assassinato all'uscita di
un cinema, gli Abba trionfanti su un palcoscenico, le Volvo trionfanti
sulla strada...
Il
profumo di Svezia s'è cominciato a risentire ai tempi di Tangentopoli,
ma era un cattivo odore.
Lo
Stato sociale era sul collasso: disoccupazione al 14 per cento, i socialdemocratici
cacciati dal governo, il debito pubblico all'80 per cento del Pil. Essendo
in Italia scomparsi i comunisti con un colpo di bacchetta magica, e
i socialisti con una legnata della magistratura, e essendosi destra,
centro e sinistra riscoperti all'unisono liberisti e liberali, la crisi
svedese venne assunta come cartina di tornasole del fallimento dello
Stato assistenziale. "Finiremo come loro", era la minaccia per indurre
al cambiamento, sorvolando sul fatto che in Svezia l'assistenza, comunque,
aveva assistito, mentre in Italia il servizio pubblico era stato una
macchietta.
All'inizio
del Duemila, le notizie che vengono da Stoccolma ci parlano di un Paese
con un tasso di crescita del 4 per cento, il doppio del resto dell'Europa,
una disoccupazione al 6,5 per cento, la più bassa del continente, un'inflazione
che non supera il 2 per cento.
Eppure
i socialdemocratici sono di nuovo al governo, e il Welfare svedese è
sempre un punto di riferimento, a un livello ancora adesso tale che
per un italiano medio sembra di essere nel Paese delle meraviglie. In
che cosa, allora, la Svezia è cambiata, e fino a che punto? E quanto
e come le ricette economiche modificano un modo di essere un modello
di sviluppo? Cos'è che fa di questa nazione, al di là delle mitologie
interessate, un unicum, da sbandierare ma difficilmente da imitare?
Lagom,
direbbero loro, la via di mezzo, appunto.
La
pizzeria è una della tante fra la Drottninggatan, la strada pedonale
che taglia il centro commerciale, e i diardini reali. Ordini e ti danno
un numerino: quando viene urlato il tuo, dai una voce in risposta e
ti servono. Nel frastuono del locale, gli svedesi li individui subito:
sono quelli che non gridano. Tutt'al più sussurrano, o alzano in silenzio
una mano, o si alzano loro e vanno a prendersi il piatto. Su nove milioni
di abitanti, c'è un milione di immigrati, e metà di essi viene dalla
ex-Jugoslavia, dalla Turchia, dall'Irak, dall'Iran, dal Libano.
Li
trovi che manifestano sotto la pioggia a due passi dal parlamento, piccoli
gruppi dalle facce stanche, o che attraversano la città in corteo come
è successo dopo gli ultimi scontri in Palestina, e ci scappa qualche
vetro rotto e qualche carica.
Un
tempo etnicamente omogenea e monolingue, la società svedesa è diventata
multirazziale. Tensione e xenofobia ci sono stati, soprattutto all'inizio
degli anni Novanta, quando la crisi economica era al suo massimo, ma
nel tempo il meccanismo di accoglienza, inserimento, integrazione e
tutela è stato oliato alla perfezione, da maestri come gli svedesi sono
in materia di organizzazione. Sussidi alla stampa etnica, programmi
in lingua alla radio e alla televisione, corsi d'istruzione sin dalle
secondarie...
Rispettosi
ed egualitari, sul campo dei diritti gli svedesi sono inappuntabili.
Latitano su quello degli affetti, ma è il loro carattere.
Dice
Ake Daun, etnologo all'Università di Stoccolma e autore di Swedish mentality:
"Il 53 per cento degli impiegati svedesi non frequenta i propri colleghi
nel tempo libero, il 32 per cento degli abitanti della capitale vive
da solo. In famiglia i gesti d'affetto sono rarissimi, al di sotto della
media di qualsiasi altra nazione".
La
Svezia è il terzo Paese europeo per grandezza, dopo Francia e Spagna,
ma ha una densità bassissima. E' gente abituata a stare sola. Il boom
di Internet, "capitale d'Europa" secondo Newseek, si spiega anche così:
isolati, bene istruiti, ottima conoscenza dell'inglese, un sistema scolastico
che privilegia scienze e tecnica...
Ancora
nel 1900 a Stoccolma c'erano più telefoni che a Londra e a Berlino.
Oggi il 60 per cento delle operazioni bancarie è fatto via computer.
Dove non c'è contatto umano, va tutto alla grande.
Dice
una poesia molto amata da Werner von Heidenstam's, premio Nobel nel
1916: "Per otto lunghi anni ho desiderato la mia patria / Anche dormendo,
conoscevo il desiderio. Non per la gente! Per la terra, / le rocce della
mia infanzia dove giocai".
Ma
si spiega così anche il Welfare: la spinta all'individualismo rivista
e corretta nel senso dell'appartenenza. Folkhmmet, è la parola
chiave, la casa, ehm, del popolo, folk. Il passaggio dalla società agraria
a quella industriale comportò la scomparsa della famiglia patriarcale,
del villaggio: al loro posto, contro il rischio dell'atomizzazione e
per mantenere un forte legame collettivo, alla fine degli anni Venti
Per Albin Hansson, leader dei socialdemocratici e poi primo ministro
fra le due guerre, teorizzò "la casa comune, dove non ci sono privilegiati
e svantaggiati, figli e figliastri! Eguaglianza, cooperazione, aiuto
prevalgono. Svezia per tutti gli svedesi! ".
Il
Folkhmmet esiste ancora, pu se un po' ammaccato, e pur se l'invadenza
statale, l'idea di una ragione collettiva superiore agli interessi personali
ha prodotto anche risultati aberranti.
Due
anni fa il quotidiano Dagens Nyether svelò il programma di sterilizzazione
forzata che fra gli anni Trenta e gli anni Settanta riguardò 63mila
svedesi, considerati soggetti socialmente inutili: ritardati, ammalati
di mente, alcolizzati, handicappati, epilettici. A un livello meno drammatico,
il Folkhmmet provocò anche quello che la scrittrice per ragazzi Astrid
Linger, l'autrice di Pippi Calzelunghe, definì in una favola "l'effetto
Pomperimossa". Poichè il sistema assistenziale ti permetteva di vivere
senza lavorare, tanto valeva non lavorare per niente.
L'idea
del Folkhmmet si riflettè del resto nelle scelte del personale politico,
di mezza età, di buona estrazione borghese.
Paese
moderno e all'avanguardia, la Svezia ha appena un 14 per cento di politici
sotto i 35 anni. In compenso il 40 per cento è di sesso femminile, così
come la metà dei ministri. Premier è il socialdemocratico Goran Persson
e il suo è un governo di minoranza, appoggiato dall'esterno dal Partito
della Sinistra e dai Verdi. Rispetto alle elezioni di quattro anni prima,
ha perso il 10 per cento dei voti, scendendo dal 45,3 al 36,4, il più
basso indice di gradimento nella storia dei socialdemocratici. Probabilmente
li riguadagnerà alle prossime, nel 2002.
Persson
ha imparato la lezione che costò a Ingvar Carlsson, suo predecessore,
la sconfitta agli inizi degli anni Novanta. Non fa proclami, non promette,
o minaccia, "lacrime e sangue". All'inizio del decennio, Carlsson annunciò
un programma di austerità: niente diritto di sciopero per due anni,
congelamento degli stipendi, dei prezzi, blocco degli affitti. Gli elettori
lo mandarono a casa e fecero vincere il centrodestra di Carl Bilt. Quando
questi cercò di tagliare sullo Stato sociale, finì a casa anche lui.
Persson contratta, coopera, governa collegialmente. Al Partito della
Sinistra che chiedeva una riduzione dell'orario di lavoro, ha offerto
in cambio dei giorni di ferie in più e ha chiuso il problema. Può contare
sull'appoggio dei sindacati, perchè la Confederazione generale del lavoro
è storicamente cinghia di trasmissione del partito e il suo segretario
è membro del direttivo politico socialdemocratico. A gennaio privatizzerà
le ferrovie, come già successo per le poste, ma le aziende municipalizzate
restano al 60 per cento. In compenso l'industria di Stato è un misero
5 per cento e questo fa capire come di socialista, economicamente parlando,
in Svezia ci sia poco o niente.
Una
tassazione sui redditi individuali che arriva fino al 56 per cento,
la più alta del mondo (quella sulle imprese rispecchia invece la media
europea), un' economia liberalizzata, le buone infrastrutture e l'onda
della new economy è quanto ha permesso a Persson di uscire dall'impasse
della crisi economica. I tentativi di incidere sull'assistenza, infatti,
provocavano ogni volta dei contraccolpi elettorali, e quello che veniva
tagliato oggi, in un modo o nell'altro riappariva domani. Gli svedesi
preferivano rimanere colpiti sul portafogli piuttosto che rimettere
in discussione un sistema che è il loro e nel quale si riconoscono.
Così,
l'hanno sì sgrassato e fatto dimagrire, ma hanno ottenuto i 360 giorni
di congedo retribuito all'80 per cento dello stipendio, per bambino,
le due settimane di vacanza per il padre al momento della nascita del
figlio, l'assistenza medica e quella per gli anziani, il sussidio di
disoccupazione, l'indennità per la casa, eccetera.
E
anche questo spiega il lagom, la "via di mezzo" di cui si parlò all'inizio:
non guadagnare troppo, ma nemmeno troppo poco. Il 70 per cento degli
svedesi ha la seconda casa, su nove milioni di abitanti ci sono due
milioni di barche da diporto (essendo considerato mezzo di trasporto,
non sono soggette a tassazione).
Con
l'anno nuovo, la Svezia avrà la presidenza dell'Unione Europea, e questo
le permetterà di prendere fiato dopo che il no danese ha rinfocolato
un sentimento antiunitario che è qui la maggioranza. Fino almeno al
2004, di referendum non si parlerà. Gli svedesi restano fuori dall'area
euro ma beneficiano del mercato unificato per le esportazioni. Nè troppo
dentro, nè troppo ai margini, insomma.
Ancora
e sempre, lagom, la via di mezzo.
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