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Il
ragazzone moscovita, classe 1980, è l’uomo nuovo del tennis mondiale
maschile, quello al quale sembrano affidate in prospettiva le sorti
future del movimento della racchetta. Ma anche per lui, come per quasi
tutte le primizie russe attuali, va sottolineata la non esclusività
nazionale. Marat è il risultato perfetto di un DNA tipicamente russo
trapiantato, con pregi e difetti, nella società occidentale.
Cresciuto
tennisticamente nel circolo gestito da mamma Rausa, ex tennista di livello
nazionale, il piccolo Safin sembra però destinato ad essere vittima
delle fatiscenti strutture di casa in uno sport che si evolve, come
concezione e strumenti, continuamente. La favola del piccolo ragazzino
già col tritolo nel braccio non si sviluppa però in patria. Un facoltoso
banchiere svizzero decide che qualche franco, nel momento in cui la
moneta della confederazione è ancora in auge, su questo ragazzo di talento
sovietico si può anche scommettere.
Marat
si guadagna una specie di borsa di studio con la racchetta nella terra
che sta sfornando a ripetizione i migliori atleti continentali, ovvero
la Spagna. A soli 13 anni comincia così la sua avventura in una città
che però è distante anni luce dalle abitudini precedenti del piccolo
russo. Barcellona significa sottostare alla disciplina della scuola
iberica ma anche abituarsi a usi e costumi prettamente mediterranei.
Al di fuori del tennis però Safin non mastica molto di vita sociale.
Celebre
una gaffe durante una delle prime interviste con il cronista che gli
sottolineava la bellezza e le attrattive della metropoli catalana .
“A Barcellona c’è Gaudì? Non lo conosco, mi pare di non averci mai giocato...”
L’escalation
agonistica comunque, per sua fortuna, non va di pari passo con quella
culturale. Il 1998, dopo qualche stagione a farsi le ossa nel circuito
minore, è l’anno della consacrazione. Soprattutto a Parigi, le vittorie
su Agassi e Kuerten e l’ingresso nei quarti di finale nel torneo su
terra battuta più importante del mondo, rivelano al grande pubblico
il ragazzone moscovita che impressiona quanto a forcing da fondo campo.
Qualche
addetto ai lavori consegna però un po’ troppo frettolosamente le future
chiavi del tennis mondiale a questo Ivan Drago della racchetta, che
deve solamente affinare le strategie in vista delle sfide emotivamente
più probanti. Ma, come detto, Safin è un cocktail di genetica russa
trapiantato in occidente, con tanto di pregi e difetti. I primi soldi,
qualche serata di rappresentanza in discoteca e una birra che tira l’altra
ed il gioco è fatto.
Complice
anche il fatto che Marat oltre al fisico da granatiere, vanta anche
un sorriso ed un savoir faire di prim’ordine, si compone l’equazione
che riduce l’uomo in cenere. Manca solo il tabacco, ma più Venere che
Bacco riportano la promessa al ruolo di comprimario. Una serie impressionante
di racchette sfasciate in campo poi sembrano anche infastidire non poco
lo sponsor che vorrebbe proporlo come esempio per i più giovani. Ce
n’è abbastanza per far intervenire mamma Rausa, nel tentativo di riportare
il figlio sulla retta via.
Tutta
la famiglia si trasferisce allora in Spagna, anche perché si profila
intanto un altro investimento tennistico che risponde al nome di Dinara,
la sorellina minore di Marat, juniores di buon livello. Si cambia però
anche città, dalla tentacolare Barcellona con la sua vita notturna nelle
Ramblas, alla più tranquilla Valencia, dove il gigante fuori giri deve
rimasticare solamente tennis e preparazione atletica.
Lenta
risalita che diventa prepotente ascesa quando al fianco di Safin si
colloca come mentore il primo tennista che grazie alla deregulation
sportiva dell’era Gorbaciov ha potuto ottenere i migliori risultati,
Andrei Chesnokov
Due
uscite con il nuovo coach e altrettanti successi nelle tappe iniziali
della stagione su terra, ovvero Barcellona e Majorca. Parigi non è terra
di conquista ma l’appuntamento con il primo torneo dello Slam arriva
agli US Open, dove Marat domina il gotha della racchetta, compreso,
in finale, Pete Sampras.
A
soli 20 anni, e con la prima posizione mondiale appena acquisita, ecco
che il cromosoma russo cresciuto con abitudini occidentali svela l’ultima
debolezza: l’acquisto di una Ferrari Modena con la quale scorrazzare
nelle vie della città natale. I vigili moscoviti chiudono un occhio
ma la speranza è che il nuovo Safin non sbandi: perché ora più che mai
sarebbe un peccato, per un movimento nel quale mancano personaggi di
questo carisma, perdere un campione come lui.
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