Anno XVI - N.10/2000

 

 

 

 

 

Paolo Ghisoni

Il ragazzone moscovita, classe 1980, è l’uomo nuovo del tennis mondiale maschile, quello al quale sembrano affidate in prospettiva le sorti future del movimento della racchetta. Ma anche per lui, come per quasi tutte le primizie russe attuali, va sottolineata la non esclusività nazionale. Marat è il risultato perfetto di un DNA tipicamente russo trapiantato, con pregi e difetti, nella società occidentale.

Cresciuto tennisticamente nel circolo gestito da mamma Rausa, ex tennista di livello nazionale, il piccolo Safin sembra però destinato ad essere vittima delle fatiscenti strutture di casa in uno sport che si evolve, come concezione e strumenti, continuamente. La favola del piccolo ragazzino già col tritolo nel braccio non si sviluppa però in patria. Un facoltoso banchiere svizzero decide che qualche franco, nel momento in cui la moneta della confederazione è ancora in auge, su questo ragazzo di talento sovietico si può anche scommettere.

Marat si guadagna una specie di borsa di studio con la racchetta nella terra che sta sfornando a ripetizione i migliori atleti continentali, ovvero la Spagna. A soli 13 anni comincia così la sua avventura in una città che però è distante anni luce dalle abitudini precedenti del piccolo russo. Barcellona significa sottostare alla disciplina della scuola iberica ma anche abituarsi a usi e costumi prettamente mediterranei. Al di fuori del tennis però Safin non mastica molto di vita sociale.

Celebre una gaffe durante una delle prime interviste con il cronista che gli sottolineava la bellezza e le attrattive della metropoli catalana . “A Barcellona c’è Gaudì? Non lo conosco, mi pare di non averci mai giocato...”

L’escalation agonistica comunque, per sua fortuna, non va di pari passo con quella culturale. Il 1998, dopo qualche stagione a farsi le ossa nel circuito minore, è l’anno della consacrazione. Soprattutto a Parigi, le vittorie su Agassi e Kuerten e l’ingresso nei quarti di finale nel torneo su terra battuta più importante del mondo, rivelano al grande pubblico il ragazzone moscovita che impressiona quanto a forcing da fondo campo.

Qualche addetto ai lavori consegna però un po’ troppo frettolosamente le future chiavi del tennis mondiale a questo Ivan Drago della racchetta, che deve solamente affinare le strategie in vista delle sfide emotivamente più probanti. Ma, come detto, Safin è un cocktail di genetica russa trapiantato in occidente, con tanto di pregi e difetti. I primi soldi, qualche serata di rappresentanza in discoteca e una birra che tira l’altra ed il gioco è fatto.

Complice anche il fatto che Marat oltre al fisico da granatiere, vanta anche un sorriso ed un savoir faire di prim’ordine, si compone l’equazione che riduce l’uomo in cenere. Manca solo il tabacco, ma più Venere che Bacco riportano la promessa al ruolo di comprimario. Una serie impressionante di racchette sfasciate in campo poi sembrano anche infastidire non poco lo sponsor che vorrebbe proporlo come esempio per i più giovani. Ce n’è abbastanza per far intervenire mamma Rausa, nel tentativo di riportare il figlio sulla retta via.

Tutta la famiglia si trasferisce allora in Spagna, anche perché si profila intanto un altro investimento tennistico che risponde al nome di Dinara, la sorellina minore di Marat, juniores di buon livello. Si cambia però anche città, dalla tentacolare Barcellona con la sua vita notturna nelle Ramblas, alla più tranquilla Valencia, dove il gigante fuori giri deve rimasticare solamente tennis e preparazione atletica.

Lenta risalita che diventa prepotente ascesa quando al fianco di Safin si colloca come mentore il primo tennista che grazie alla deregulation sportiva dell’era Gorbaciov ha potuto ottenere i migliori risultati, Andrei Chesnokov

Due uscite con il nuovo coach e altrettanti successi nelle tappe iniziali della stagione su terra, ovvero Barcellona e Majorca. Parigi non è terra di conquista ma l’appuntamento con il primo torneo dello Slam arriva agli US Open, dove Marat domina il gotha della racchetta, compreso, in finale, Pete Sampras.

A soli 20 anni, e con la prima posizione mondiale appena acquisita, ecco che il cromosoma russo cresciuto con abitudini occidentali svela l’ultima debolezza: l’acquisto di una Ferrari Modena con la quale scorrazzare nelle vie della città natale. I vigili moscoviti chiudono un occhio ma la speranza è che il nuovo Safin non sbandi: perché ora più che mai sarebbe un peccato, per un movimento nel quale mancano personaggi di questo carisma, perdere un campione come lui.