

Mario
Porcù è un’artista ligure, per la precisione uno scultore, che nel marmo bianco
e rosa, ma anche nella creta, ha trovato il modo di rappresentare la realtà,
infondendo ai corpi modellati il senso del sublime.
Scultore di tutto rispetto, dunque, che già nei disegni lascia intravedere
una maestria assoluta.
Sappiamo da sempre come
il disegno dello scultore sia altra cosa e diverso dal disegno di un pittore
o di un decoratore. Più ancora della pittura il disegno è costruttivo, più
o meno scultoreo, perché evoca la figura attraverso anelli di contorno, oppure
ne realizza un’interpretazione incolore, che contiene e anticipa tutto il
rilievo e qualche volta lo stesso sapore della materia. Una serie di disegni
dell’artista, come quelli qui rappresentati, visionati in occasione della
mostra da egli tenuta alla galleria Zumino di Milano, presentata in catalogo
da Daniela Palazzoni, ci ha dato modo di cogliere nell’analisi lineare il
giuoco dello slancio di contorni e di forme sfumate trasportate sul foglio
ingiallito.
Taluni artisti ricercano lo schema più sobrio, in cui rendono con il minimo
dei segni un volto umano; Mario Porcù gioca, appassionatamente, vertiginosamente,
con i vuoti della pagina bianca. Non è paradossale affermare che il nostro
artista fa trovare nei suoi disegni, ove sono rappresentati animali e figure
femminili, la sua espressione più compiuta, la lirica più serrata, accesa
nello splendore artificiale della sua lucentezza e del suo rilievo, mostrando
la finezza preziosa e caricaturale delle sue linee, rivelando la sua origine
tutta italiana. I disegni di Porcù costituiscono evidentemente non una preparazione,
ma una realizzazione per sé stessa.
Essi danno una visione tutta intera dell’arte di Porcù, hanno la stessa chiara
eloquenza delle migliori sculture, offrono un mondo sobrio e tranquillo nel
quale entrare. La monocromia dà un senso di austerità sovrana, che mette in
valore la creazione severa, compiuta di forme; una monocromia tanto compiuta
e salda da far pensare a un quadro in bianco e grigio, piuttosto che a un
disegno. Osserviamo la donna seduta con il capo appoggiato alle braccia, un
disegno che ha pienezza superba di forma, mantenuta nei toni grigi, nello
sfumato, con macchie d’ombra, cupe, e sfumature morbide e sode attorno alla
curva del corpo.
Mettono in rilievo le parti del corpo e agiscono vigorosamente a favore del
ritmo della creazione. Il nostro scultore trova nel disegno l’espressione
più vera, non secondaria, ma primaria, si abbandona alla scoperta di spazi,
di corpi, di forme statuaria grandiose. I nudi si distendono nella sagoma
liscia e insieme si sollevano nel niveo, sodo rilievo corporeo. Questo gusto
non è, e non vuole, l’appassionato inseguimento del vero, ma il vibrare di
una materia e di una forma, quel soffio di vita già amato da Arturo Martini,
per il quale il nostro artista nutriva una grande stima.
Alle forme spontanee e studiate nello stesso tempo va rapportato anche il
taglio, onde tutta l’opera disegnata è viva e riposata insieme, mettendo in
risalto non solo il taglio degli occhi nelle figure, i lineamenti del viso,
ma anche la capigliatura, tipica di alcuni anni, ravvisabili nei Sessanta
del secolo scorso. Le forme, si diceva, forme tutte scultoree, queste di Porcù,
artista come pochi del nostro tempo, tutto attento ai valori classici dell’arte
e della statuaria, ove l’armonia non è mai frammento, non è notazione, agisce
come una visione monocroma nella quale l’evocazione si compiace dell’immaterialità.
Sensuose e carnali le donne disegnate da Mario Porcù, e lo stesso bestiario
- soprattutto caprette e arieti - lasciano scoprire una fantasia non comune,
una pienezza istintuale, un gioco in cui le tre dimensioni della forma plastica
qui inizialmente si raccontano. Questo carnet di disegni – forse’anche studi
preparatori – dell’artista ligure, albisolese, è l’atto più vero della sua
storia artistica, è soprattutto il meglio della sua produzione con cui si
compie una specie di lettura della forma, una specie di indagine progressiva
della vita lineare contenuta nell’aspetto degli uomini e delle cose, di quel
mondo già letto con il segno da Dürer e da Leonardo.


