

Dopo
avere liquidato i Talebani,
l’America
e' tentata di chiudere
i conti con l’Iraq,
ma l’impresa appare molto difficile.
Attaccare
o non attaccare l’Iraq, questo è il dilemma.
Nella scia degli attentati dell’11 settembre, gli Stati Uniti hanno più volte
fatto sapere che, una volta sconfitti i Talebani, il prossimo obiettivo della
guerra al terrorismo potrebbe essere il vecchio nemico Saddam Hussein, ancora
al suo posto dieci anni dopo la sua rovinosa sconfitta nella Guerra del Golfo.
Bush lo ha indicato come un possibile obiettivo perfino nel discorso sullo
stato dell’Unione.
Non solo il dittatore di Baghdad continua a collezionare armi chimiche, batteriologiche
e (forse) nucleari in barba agli impegni presi, non solo da tre anni respinge
alla frontiera gli ispettori dell’ONU incaricati di tenerlo sotto controllo,
ma esistono anche le prove di alcuni contatti che i suoi servizi segreti hanno
avuto con uomini di Al Qaeda durante la preparazione degli attentati alle
Torri gemelle.
Un libro della specialista Laurie Mylroie dimostra, in maniera quasi inconfutabile,
che Ramzi Yousef, l’architetto del primo attacco a New York del 1993 attribuito
a Bin Laden, era in realtà un uomo dei servizi iracheni. Qualcuno sospetta
anche che agenti di Baghdad si nascondano dietro la diffusione in America
dei germi dell’antrace.
La CIA considera da sempre Saddam il più pericoloso dei dittatori in circolazione,
un maestro nell’arte della sopravvivenza che non esita a condannare a morte
migliaia di persone se questo può servire i suoi interessi.
Chiudere i conti con lui, che nel 1993 ha anche cercato di assassinare suo
padre, è senz’altro uno degli obiettivi più cari a George W. Bush. I falchi
della sua amministrazione, dal vice presidente Cheney al vice ministro della
Difesa Wolfowitz, premono perché rompa gli indugi e metta perlomeno a punto
un piano per la liquidazione del dittatore.
A novembre, sembrava quasi una cosa fatta.
Gli Stati Uniti hanno lanciato una intensa campagna per evidenziare sia l’appoggio
fornito dal regime iracheno al terrorismo internazionale, sia le continue
violazioni dei diritti umani commesse da Baghdad, sia i rapporti sempre peggiori
tra Saddam e il suo popolo.
Articoli su articoli hanno insistito sul fatto che la liquidazione del Rais
è ormai quasi un dovere della comunità internazionale nei confronti degli
iracheni, che da 30 anni sono oppressi, affamati, sfruttati e costretti a
impegnarsi in conflitti insensati. Importanti personalità governative, dalla
Consigliera per la Sicurezza Condoleeza Rice al sottosegretario agli Esteri
Bolton, hanno detto senza mezzi termini che Saddam rimane in testa alla lista
dei cattivi e che Washington “non è più disposta a tollerare le sue macchinazioni”.
Ma, dopo un paio di settimane, la macchina propagandistica si è fermata: il
presidente si è reso conto che, in confronto a quello che sarebbe una guerra
contro l’Iraq, la spedizione afghana è stata una passeggiata, e che ben pochi
membri della grande coalizione antiterrorismo messa insieme contro Bin Laden
lo seguirebbe sulla strada di un attacco a Baghdad.
Oltre tutto manca, almeno per ora, il casus belli: se non vuole entrare in
aperto conflitto con le Nazioni Unite, neppure la superpotenza mondiale può
permettersi di lanciare una offensiva su vasta scala contro un Paese sulla
base di semplici indizi, e l’ostinato rifiuto di accettare le ispezioni previste
dall’armistizio del 1991 può servire, al massimo, per un inasprimento delle
sanzioni economiche.
Nell’attesa di prendere una decisione, Washington continua comunque a vagliare
i pro e i contro politici di un attacco, a calcolarne i probabili costi, a
sondare alleati europei ed arabi sulle loro reazioni. I risultati di questi
esami preliminari sono così incerti che finora Bush non ha fatto una sola
mossa concreta contro Saddam, neppure quella di autorizzare forniture di armi
al Congresso Nazionale Iracheno, la federazione dei partiti democratici in
esilio, che si dichiara pronta ad assumersi la parte che in Afghanistan ha
avuto l’Alleanza del Nord.
Nel pianificare un qualsiasi tipo di attacco, Washington deve in ogni caso
tenere conto della sorprendente solidità del regime. Dopo avere rinunciato,
per timore di infilarsi in un tunnel senza uscita, a marciare su Baghdad nel
1991 e rovesciare il dittatore manu militari, gli Stati Uniti hanno cercato
in tutti i modi di minare il suo potere. Hanno vietato sia il Nord dell’Iraq,
dove vive la minoranza curda, sia il Sud, patria della comunità sciita, agli
aeroplani iracheni, creando così di fatto due zone semiautonome in cui l’autorità
di Saddam è limitata dalla impossibilità di attuare una vera repressione.
Hanno imposto attraverso l’ONU severissime sanzioni economiche, che in dieci
anni hanno ridotto il Paese sul lastrico. Hanno bloccato le esportazioni del
petrolio iracheno, con la sola eccezione dei quantitativi necessari da un
lato a pagare le riparazioni al Kuwait, dall’altro ad acquistare i viveri
e i medicinali necessari per alleviare le sofferenze della popolazione.
Hanno continuato a sorvolare il Paese alla ricerca di obiettivi militari “proibiti”,
distruggendo sistematicamente le postazioni antiaeree che accennavano a una
reazione. Hanno messo i bastoni nelle ruote a tutti i Paesi, arabi ed europei,
che per ragioni politiche, economiche o anche solo umanitarie cercavano di
allentare il blocco. Hanno incoraggiato, per la verità senza molto successo,
l’opposizione irachena ad attivarsi per alimentare il malcontento della gente
e preparare il terreno a una rivolta. Tutto è stato inutile. Saddam ha resistito
sia alle pressioni esterne, sia a un paio di tentativi di golpe, ora sfidando
apertamente il nemico americano, ora tramando contro di lui nell’ombra.
Per mantenere il potere, egli si è affidato a una ristretta cricca di parenti
e di collaboratori, il cosiddetto clan di Tikrit, ha costituito una guardia
pretoriana di circa 100.000 fedelissimi e ha instaurato un esasperato culto
della personalità. La TV e i giornali di regime ne tessono tutti i giorni
le lodi, e le città sono piene di suoi giganteschi ritratti che lo presentano
ora nelle vesti di condottiero della guerra contro gli infedeli, ora di buon
padre di famiglia, ora del Califfo del VII secolo che fondò la dinastia degli
Abassidi.
Una martellante propaganda è riuscita a convincere molti iracheni che Saddam
è uscito vincitore dalla grande sfida con l’America, che è l’unico leader
arabo in grado di tenere testa alla prepotenza degli imperialisti e che la
responsabilità delle miserevoli condizioni in cui il Paese versa è solo dell’Occidente.
Chiunque sia sospettato di infedeltà viene eliminato senza pietà, e gli attentati
al dittatore – almeno quattro, secondo i servizi inglesi ed americani - sono
tutti falliti. Ciò non ha impedito che, in questi dieci anni, a Baghdad ne
accadessero di tutti i colori, anche nella cerchia familiare del Rais.
In un primo tempo, egli ha cercato di allevare come successore il figlio maggiore
Udai, un sadico cui sono attribuiti innumerevoli stupri ed assassinii; a un
certo punto, quando uccise un funzionario della presidenza durante un ricevimento
ufficiale per la signora Moubarak, Saddam fu perfino costretto a metterlo
sotto processo per omicidio, salvo poi graziarlo e mandarlo in esilio per
un anno.
Ma solo quando Udai, dopo molte altre truci vicende, fu bersaglio nel 1996
di un attentato che ne ha ridotto le capacità fisiche e mentali, ha puntato
sul figlio minore Qusai, che non si è rivelato molto migliore. Fino al 1995
del gruppo di potere facevano parte, con importanti responsabilità di governo,
anche i due generi di Saddam, i fratelli Hussein e Saddam Kamel Majid, appartenenti
a una eminente famiglia di Baghdad.
Ma quando si sono scontrati con Udai, hanno preso paura, hanno caricato mogli
e figli su una carovana di Mercedes e sono fuggiti in Giordania. All’arrivo
ad Amman hanno tenuto una conferenza stampa in cui hanno denunciato i misfatti
del suocero e fatto intravedere la possibilità di un imminente crollo del
regime. Ma, invece di prendere la testa della resistenza, dopo poche settimane
i due decisero – per ragioni rimaste incomprensibili – di ritornare a Baghdad,
dove pochi giorni dopo furono brutalmente uccisi. Mentre la popolazione soffre
per le conseguenze delle sanzioni (anche se il numero delle vittime è stato
grandemente esagerato dalla propaganda di regime e dai suoi complici stranieri,
come quel padre Benjamin apparso più volte sui nostri teleschermi), Saddam
e la nomenklatura continuano a vivere nel lusso più sfrenato nei vari palazzi
che si sono costruiti da quando sono andati al potere 23 anni fa.
Ma il grosso delle risorse è tuttora destinato al potenziamento delle forze
armate, con particolare attenzione alle cosiddette armi di distruzione di
massa: chimiche, batteriologiche e nucleari. Il dottor Khidir Hamza, uno degli
scienziati che ha lavorato per Saddam fino al 1994, quando ha cercato asilo
politico in Occidente, e nella sua attuale veste di consulente del governo
americano continua a seguire da vicino gli sviluppi della situazione, ha fatto
in proposito rivelazioni estremamente allarmanti.
1) Se non sarà bloccato in tempo, l’Iraq ha la possibilità tecnica di fabbricare
tre ordigni nucleari entro il 2005.
2) Prima di essere espulsi, gli ispettori dell’ONU sono riusciti a neutralizzare
una parte dell’arsenale chimico e batteriologico, ma hanno lasciato in larga
misura intatte le strutture che lo hanno prodotto; con l’aiuto di acquisti
clandestini all’estero, Saddam è perciò stato in grado, negli ultimi tre anni,
di ricostituire le scorte e recuperare il tempo perduto.
3) Pur non avendo niente da spartire sul piano ideologico con i fondamentalisti
di Al Qaeda, prima dell’11 settembre Saddam ha avuto ripetuti contatti con
Osama Bin Laden attraverso il suo ambasciatore in Turchia, Farouk Hijazi,
e gli ha garantito forniture di materiale bellico per la sua campagna del
terrore. Sullo stock di armi proibite del dittatore iracheno esistono anche
numerose altre testimonianze e sulla sua volontà di usarle non ci sono dubbi,
visto quanto è accaduto sia nella guerra contro l’Iran sia nella repressione
della rivolta curda.
Se, alla luce di questi fatti, l’eliminazione di Saddam sarebbe senza dubbio
auspicabile, la questione del come rimane più che mai aperta.
Al momento, neppure la Gran Bretagna, la più fedele alleata degli Stati Uniti
nella guerra al terrorismo, è convinta che l’operazione sia fattibile senza
incendiare l’intero Medio Oriente. I Paesi arabi moderati, che pure diffidano
di Saddam, sono decisamente contrari, perché temono negative ripercussioni
interne. La Russia, che ha dato luce verde a Bush in Afghanistan, non è disposta
a fare altrettanto ora che c’è di mezzo un suo vecchio cliente.
L’Unione Europea persegue da sempre una politica filoaraba che rende una guerra
preventiva contro l’Iraq improponibile. Perfino la Turchia, che fu uno dei
pilastri della coalizione del ’91, è oggi contraria a un intervento, un po’
perché trae dall’attuale situazione considerevoli benefici economici, un po’
perché nutre il timore che una guerra finirebbe con il favorire la causa curda.
Tutti, comunque, paventano che la caduta di Saddam porti a uno smembramento
dell’Iraq, con la nascita di un Kurdistan indipendente nel Nord e di uno staterello
sciita satellite dell’Iran nel Sud. Gli Stati Uniti dovrebbero perciò agire
da soli, come e forse più che nel Vietnam trent’anni or sono.
A novembre, il Pentagono ha fatto filtrare ai media la bozza di un possibile
piano operativo, che ricalca abbastanza fedelmente quello adottato contro
i Talebani: massiccio sostegno a tutte le opposizioni interne, pesanti bombardamenti
delle installazioni militari, delle basi della Guardia Repubblicana e dei
palazzi del potere, inviti alla insurrezione a una popolazione che, secondo
informazioni in possesso degli americani, sarebbe ansiosa di liberarsi del
dittatore e del suo clan.
La speranza è che, sotto l’impatto di questa triplice spallata, il regime
cada come una pera matura. Le cose, tuttavia, non sono così semplici e il
progetto sembra contenere una buona dose di wishful thinking. L’opposizione
interna, infatti, è stata sgominata da dieci anni di repressioni, quella esterna
è poco affidabile, il regime ha fondamenta molto più solide di quello del
mullah Omar, l’esercito iracheno ha una potenza di fuoco infinitamente superiore
a quello afghano e l’ipotesi di una rivoluzione appare perlomeno problematica.
Gli analisti ritengono, perciò, che per venire a capo di Saddam gli Stati
Uniti dovrebbero mettere in campo, oltre alla flotta e all’aviazione, una
forza di terra di almeno centomila soldati ed essere preparati a subire perdite
nell’ordine di molte centinaia, se non di migliaia di uomini. Ci sono poi
altri problemi. Senza la collaborazione dell’Arabia Saudita, della Giordania
e della Turchia, gli americani dovrebbero usare come sola base per la loro
offensiva il piccolo Kuwait, l’unico che non possa rispondere picche alla
loro richiesta di collaborazione. Ancor prima di affrontare l’esercito iracheno,
le forze impiegate potrebbero diventare bersaglio di micidiali attentati terroristici.
E una volta vinta la guerra, dovrebbero restare per chissà quanto tempo in
Iraq per sostenere il nuovo governo ed evitare il caos, a un costo politico
ed economico difficilmente sostenibile. Sta perciò facendosi strada una teoria
per neutralizzare Saddam senza ricorrere alla guerra. Visto e considerato
che egli appare interessato al mantenimento del potere più che a una crociata
anti-americana, per evitare che si impegni in una vera campagna terroristica
potrebbe bastare mantenerlo costantemente sotto schiaffo: insistere con le
sanzioni, imporre con ogni mezzo la ripresa delle ispezioni, fargli credere
che – se non riga diritto – per lui sarebbe davvero la fine.
Sarà, se non altro, un modo di guadagnare tempo, visto che, se risponde al
vero che Saddam ha il cancro, tra non molto dovrebbe essere la Divina Provvidenza
a togliercelo di torno.














