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Nostro inviato a Lewtrenchard, Devon

Il mastino dei Baskerville è qui che mi fissa, fra il grande camino che gli sta alle spalle, di fronte alla poltrona dove sono seduto, nel maniero di Lewtrenchard. È tutto nero, il pelo lucido, la taglia imponente di un danese. Fuori sta scendendo la sera, un’oscurità fatta di nebbia bianco sporco e intrisa dell’umidità che sale dal lago a due passi, dal fiume che attraversa la brughiera, dalle mille foglie cadute a mo’ di tappeto su un terreno acquitrinoso. Immobile fino a un momento prima, il mastino dei Baskerville addenta ora con delicatezza il biscotto che ho in mano e coscienziosamente lecca le briciole cadute. “Dovrebbe vedere come si comporta con la bassottina”, dice sorridendo la padrona di casa: “lei lo comanda a bacchetta”. Per Sherlock Holmes sarebbe un altro bel rompicapo da risolvere. Cent’anni fa "The Hound of the Baskervilles" segnò il ritorno sulla scena del detective più famoso del mondo.
Arthur Conan Doyle
, il suo inventore, aveva deciso di liberasene sette anni prima, facendolo precipitare nelle cascate svizzere di Reichenbach abbracciato al suo più temibile nemico, il funereo dottor Moriarty, “il Napoleone del crimine”.
“È come avere un vecchio marinaio attaccato al collo. Bisogna che lo faccia fuori, o lui farà fuori me. Non è assassinio, è autodifesa”, era stata la sua giustificazione. Quell’anno gli era morto il padre e alla moglie, tubercolotica, erano stati diagnosticati pochi mesi di vita: che il suo pubblico si interessasse più all’esistenza di un personaggio di fantasia che non alla tragedie reali del suo creatore gli era sembrato ancora più insultante e incredibile.
Per quanto seppellito da una valanga di lettere di insulti, tenne duro. Senza Holmes “attaccato al collo”, Doyle viaggiò, tenne conferenze, scrisse racconti medici e romanzi, si innamorò di nuovo, partecipò come ufficiale medico volontario alla guerra anglo-boera. Si riprese, insomma, la sua vita. Nel 1901, allorché gli capitò fra le mani la storia dei Baskerville, decise che forse si poteva fare ancora un’eccezione per “il povero Sherlock”.
Non era pronto però per farlo rivivere, tant’è che il romanzo sarà ambientato prima del fatale scontro con Moriarty. Ma il successo e la popolarità saranno tali che, un anno dopo, nella Casa vuota, il fedele dottor Watson si ritrova di fronte, travestito da libraio, il suo amico e maestro: “Come avete fatto a venir fuori da quel terribile abisso?”, gli domanda. E l’altro gli spiega che conoscendo il baritsu, la lotta giapponese, si è sciolto dall’abbraccio del mortale rivale un attimo prima di precipitare nel baratro. Poi si è arrampicato su un picco per evitare di lasciar tracce, farsi così credere morto e non avere alle calcagna gli uomini di Moriarty ansiosi di vendetta.
“Elementare”, insomma: e dunque si poteva ripartire per nuove avventure. Ironicamente, anni dopo, Conan Doyle scriverà di aver ricevuto una lettera da un lettore affezionato ma particolarmente severo: “Quando Mister Holmes precipitò, forse non rimase ucciso, ma certamente ebbe qualche menomazione, perché da allora non è stato più lo stesso”.
Il mastino dei Baskerville uscì a puntate sullo Strand dall’agosto del 1901 all’aprile dell’anno successivo.
Il primo numero fu ristampato sette volte e il pubblico fece la coda fuori del giornale: la tiratura media raddoppiò, raggiungendo ogni volta le trecentomila copie. Uscito in volume, da allora è stato sempre ristampato, il che vuol dire milioni di copie e centinaia di edizioni, e oggi esistono al mondo 500 club con il nome di Sherlock Holmes.
Il più gettonato è quello che ha The Hound, il mastino, come simbolo. Fra questi, il The Baskerville Hounds di Dartmoor, nel Devon, fondato nel 1989, ha centinaia di membri sparsi su 40 Paesi, pubblica un bollettino annuale, The Hound, appunto, organizza il premio Beast (The Baskerville Ècarté All Stars Tournament), un torneo mondiale di carte sul modello delle partite giocate nel libro dal dottor Mortimer e da Sir Henry Baskerville, e la Houndathon, la maratona che corre lungo i sentieri della brughiera teatro del romanzo.

Il club più numeroso sta invece in Giappone, e raccoglie 15000 soci; il più solitario è in Gran Bretagna, si chiama The Solitary Ciclist ed è composto da un solo membro, un’anziana signora; il più antico, The Baker Street Irregulars, dal nome dei ragazzi di strada di cui l’investigatore si serve come aiutanti, fondato nel 1934, ha sede a New York; il più italiano ha per nome Uno studio in Holmes.
Non è finita. Sullo schermo il romanzo ha avuto 19 versioni in sei differenti lingue. Quella tedesca del 1937, Der Hund von Baskerville, con Bruno Güttner nella parte dell’investigatore, fu ritrovata a Berchtesgarten, il rifugio di Hitler. E si dice che il Fürher se ne sia fatta proiettare una copia prima di uccidersi. Notti, nebbie, mastini, predestinazioni, sangue, leggende. Era il suo mondo. “Vede questo romanzo? Si chiama The Moor, la brughiera, e l’ha appena scritto un’americana che è stata a lungo nostra ospite. Sherlock Holmes ne è ancora protagonista, solo che adesso si è sposato e indaga con la moglie…”.
Dal 1988 Sue Murray e suo marito James hanno trasformato Lewtrenchard Manor in un albergo: nove camere, un bellissimo giardino eliasabettiano, una cucina di lusso per un ambiente di classe. “Il proprietario del maniero, il reverendo Sabine Baring Gould, era uno scrittore locale di una certa fama. Fra lui e Conand Doyle ci furono scambi di informazioni, letture incrociate e, probabilemente, questa dimora influenzò il secondo nella descrizione di Baskerville Hall”.
Sue Murray è prudente nell’attribuzione, e fa bene. Gli holmesiani sono infatti una tribù di simpatici fanatici che studiano la vita e le opere del loro eroe come fossero quelle di un personaggio realmente esistito e quindi considerano i romanzi come fonte di vita vissuta e non di fantasia. Così, misurano le distanze, esaminano le descrizioni, studiano ogni particolare per verificare che si adatti perfettamente a ciò che si trova nel libro.
Con questo metodo investigativo, invece di un solo maniero dei Baskerville ne hanno individuati sei possibili e un’altra dozzina probabili. Ma nessuno ha, ovviamente, tutte le caratteristiche di quello originale, che è il frutto della realtà e della fantasia, ovvero il sapiente intreccio di cose viste, cose inventate, cose trasformate e/o riadattate: così, Lewtrenchard Manor non ha il viale alberato che porta all’ingresso (però ne ha uno bellissimo tutto di faggi che lateralmente porta al fiume), non ha paludi nelle vicinanze e dalle sue finestre non vedi in lontananza Dartmoor, come succede nel romanzo.
Se però apri Il mastino dei Baskerville lì dove la casa è descritta: “La parte centrale era costituita da un fabbricato pesante, massiccio, dal quale si allungava un porticato. Da questo corpo centrale si alzavano le torri gemelle, antiche, merlate, trafitte da numerose feritoie. A destra e sinistra dei torrioni si estendevano due ali più moderne di granito nero. Una luce incerta brillava debolmente attraverso le adorne finestre a colonnine”, ti accorgi subito dell’incredibile rassomiglianza. E una volta entrati, non si può non notare “la grande alta sala, costruita interamente con enormi travi di quercia. Nel grande camino antico, dietro gli alti alari di ferro, crepitava un fuoco di ceppi. Volgemmo i nostri sguardi all’alta sottile finestra dagli antichi vetri istoriati, al rivestimento di quercia, ai blasoni appesi alle pareti”:
Quanto al primo piano, lì dove si affacciano le stanze, ecco “L’ampio locale in cui un pavimento rialzato era separato da un gradino dalla parte inferiore riservata alla servitù. Una galleria di antenati, vestiti in ogni foggia ci sconcertavano con la loro silenziosa presenza”.
Lewtrenchard Manor risale al 1600, proprietà dei Trenchard durante il regno di Enrico III, poi dei Gould a partire dal 1626. Nel 1700 fu in parte demolito, in parte restaurato. Quando il reverendo Baring Gould ci mise le mani, nel 1872, il suo intento fu di riportarla all’antico. Odiando gli architetti, diresse lui i lavori e venne fuori un maniero eclettico, un po’ elisabettiano, un po’ tedesco bavarese, un po’ medioevale.
Quando Conan Doyle arrivò a Princetown, nel Devon, Gould era l’autorità storica riconosciuta, nonché lo strenuo difensore della comunità di parrocchiani: centotrenta volumi pubblicati in vita, 16 figli messi al mondo. Componeva inni, scriveva romanzi e racconti, si occupava di teologia, archeologia, storia, folklore. Allorché Watson discute con Stapleton (il cattivo del romanzo) sulle tracce neolitiche presenti nella zona, è degli studi di Baring Gould che Conan Doyle si serve: errati, perché per gli archeologi moderni quelle tracce risalgono all’età del bronzo.
E per il pony inghiottito dalla palude, sempre davanti agli occhi di Watson e Stapleton, è al romanzo Guevas The Tinner di Gould che Doyle guarda, dove a scomparire è un manzo. Ed è qui che trova anche un lupo tenuto alla catena e alla fame, perché sia più feroce, a cui una sostanza fosforescente dà un’agghiacciante luminosità notturna… Naturalmente, il reverendo Gould raccontava storie e recuperava leggende che facevano parte del folklore locale. Quella di un feroce molosso che nella notte seminava il terrore era nel Devon ben nota.
A Conan Doyle l’aveva raccontata per primo un giovane cronista, Bertram Fletcher Robinson, da lui incontrato in Sud Africa ai tempi della guerra anglo-boera. Con Robinson, Doyle farà il viaggio di ritorno da Città del Capo a Cardiff sul piroscafo Briton, e una successiva vacanza sulla costa occidentale inglese di Norfolk per giocare a golf. È allora che l’idea del mastino dei Baskerville prende forma. Ma al di là delle fonti, dei prestiti, e dei calchi, è l’atmosfera dei luoghi che fa del libro di Conan Doyle un capolavoro. Un giro a piedi intorno a Lewtrenchard Manor, e in macchina fino al parco nazionale di Dartmoor è sufficiente per farti ripiombare in un clima umido e nebbioso, fatto di contorni aspri e selvaggi, solcato da ruscelli, interrotto da pietre, massi, grotte, intervallato da laghi e paludi. Per quanto lavori di bonifica, di drenaggio e di recupero di terreni per l’agricoltura abbiano modificato nel secolo scorso il paesaggio, eliminandone gli aspetti più pericolosi di vere e proprie sabbie mobili, rimane quell’insieme di solitudine, di natura distante e scostante che ne fa un elemento a sé, non amichevole, quasi che la natura stessa ti tenga sotto osservazione, pronta a punirti alla prima incertezza, al primo errore. Alla sera, nel giardino del maniero, un’ombra gigantesca mi si para dinnanzi mentre sono lì che osservo i resti di una piccola cappella. Mi viene da sobbalzare, ma è la mia, smisuratamente accresciuta dalla luce che scende di sbieco dall’alto di una delle torri. Saggiamente mi avvio verso la casa.
Sulla porta il mastino dei Baskerville mi aspetta a piè fermo e mi dà una linguata in faccia. Prima di andare a letto chiederò a Holmes cosa ne deduce.

 

 

Lewtrenchard Manor

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Stenio Solinas