

Perché è lo sguardo poetico che sa liberare le strutture rigide e preformate dell’architettura e ridare un respiro ampio e positivo agli edifici
Un maestro del calibro di Pierluigi Nervi scrisse “il fatto di poter creare con pietre fuse di qualunque forma, superiori alle naturali, perché capaci di resistere a tensioni ha qualcosa di magico”. Una definizione che certamente si addice all’opera architettonica di Raimund Abraham. Nato nel 1933 a Lienz, in Austria, portato a termine i suoi studi presso il politecnico di Graz Raimund Abraham, dopo aver lavorato a Vienna dal 1960 al 1964 con Walter Pichler si è trasferito, infatti, a New York dove insegna alla Cooper Union School e al Pratt Institute. Negli anni sessanta e settanta è stato uno dei protagonisti del Radical austriaco e la sua partenza per gli Stati Uniti porta ad importanti contributi per il contatto tra le avanguardie sperimentali in Europa e in America. Che cos’è per Raimund Abraham l’architettura? E’ l’architettura vista con gli occhi della poesia. Perché è lo sguardo poetico che sa liberare le strutture rigide e preformate dell’architettura e ridare un respiro ampio e positivo agli edifici. Così, infatti, Raimund Abraham già nel suo testo “Elementare Architektur” sintetizza la filosofia del movimento Radical austriaco che si sviluppa tra il 1958 e il 1980 e si esprime anche nei lavori di architetti come Fritz Wotruba, Lauridis Ortner. “Una poetica concettuale della decostruzione degli oggetti architettonici- megastrutturali, il recupero di emozionalità metafisica e archetipa, la liberazione dai sistemi costruttivi a trilite e quindi la ricerca dei momenti di tensione piuttosto che quelli di equilibrio, il gusto per la paratassi” così Roberto Masiero definisce i principi ispiratori del movimento Radical austriaco del quale Raimund Abraham fu tra i fondatori. “L’ispirazione per il mio lavoro proviene da costruzioni anonime, macchinari quotidiani, paesaggi che incontro camminando oppure dalla visione poetica di un testo letterario.” Per questo le sue opere rimandano ad uno sguardo profondo che proietta all’esterno un progetto mentale di costruzione da realizzare nella solidità di materiali densi, come il metallo o come il cemento, o nella mutazione fenomenica dei metalli trasparenti per dar corpo alla luce, agli spazi e ai giochi di vuoto/pieno. Le opere di Raimund Abraham di fatto costruiscono un’architettura che taglia e proietta l’ombra: i volumi formano solide masse di ombra, corpi di spazio compresso: altro addensarsi della materia. Esse si fondano su una necessità interna, per proiettare la radice primaria all’esterno. L’architettura è artificio di per sé, ma si rapporta continuamente alla natura dell’ambiente che la accoglie e con essa si confronta in un eterno dilemma tra ciò che è dentro e ciò che è fuori tra ciò che parte dalla terra e poi si alza sempre verso un cielo, tra ciò che è spazio e si trasforma in forma. Le opere di architettura di Raimund Abraham legano questo rapporto alle leggi matematiche dei numeri, perché il numero è l’essenza stessa che riunisce la materia e la forma e configura entrambe nel concreto essere delle sue costruzioni. Ogni edificio è la figura che dà corpo a questo incontro tra terra e cielo, tra l’orizzonte dell’uomo e l’orizzonte trasformato dall’opera e che cambia l’opera già dal suo sorgere. Nell’occasione della lecture, organizzata da Incontri Millennium a Venezia presso il Palazzo Badoer lo scorso anno, l’architetto austriaco ha rivisitato il lavoro degli ultimi 10 anni attraverso cinque opere: la Hypo House, Lienz, 1993-96; il Nuovo Istituto Austriaco di Cultura, New York, 1993-2001; la House for Music, Holzheim, 1994; il Lungolago di Ascona, 2000 e la Casa dell’Architetto, Messico, 2000-2001. Tra queste, il Nuovo Istituto Austriaco di Cultura, 11 East 52ma strada Manhattan, col suo stesso corpo coniuga la gravità e la sospensione nello spazio e si proietta nel cielo e in esso si smaterializza. La formazione tettonica si manifesta nella compressione del vuoto, definito dal peso e dall’altezza degli edifici vicini. Questo progetto, vincitore tra 226 proposte pervenute ad un concorso bandito dal Ministero degli Esteri Austriaco nel 1992, prevedeva la costruzione di un edificio alto 80 metri su un lotto di dimensioni assai modeste: lungo il fronte stradale, il terreno edificabile era di 7,60 metri, la sua profondità di 28,30 metri. La plasticità dell’edificio interpreta in pieno il linguaggio figurativo di Abraham, caratterizzato da marcati segni grafici. La torre è definita da tre elementi sintattici: la Vertebra - torre delle scale; l’Interno - torre strutturale; la Maschera - torre di vetro, che rappresentano le forze opposte della gravità: ascensione, sostegno, sospensione. Intervistato su questo edificio l’architetto rispose: “Qual è il contesto di New York? Da una parte dell’Istituto si trova un orrendo grattacielo del dopoguerra. Dall’altra parte vi è un albergo, non meno orrendo di prima della guerra. La gente ama chiamare New York un collage. Ma un collage implicherebbe una qualche pianificazione. New York invece somiglia molto di più ad un’imponderabilità anarchica.” La Vertebra della torre delle scale tende all’infinito come la colonna senza fine di Brancusi forse per sganciarsi da ciò che la circonda e nel cielo lasciare la confusione e ritrovare l’armonia dell’unità figurativa. Certo la sfida del nuovo millennio è ardua, perché nel radicale mutare delle scienze, delle tecniche e della società anche le arti che da sempre accompagnano il vivere e l’abitare nel mondo devono correre accanto al progresso senza perdere la poesia di chi oltre che agire sa anche contemplare lo spazio tra cielo e terra, tra materia e forma, tra caos e ordine in un continuo rinnovamento radicale. E le opere di architettura di Raimund Abraham riportano e partono da una esistenza fondamentale dell’idea dell’architettura sulla terra, dove essa tocca il cielo all’orizzonte. Questo è l’inizio, tutto avviene qui. Ogni edificio è la figura che dà corpo a questo incontro, all’orizzonte fra terra e cielo. L’orizzonte è fatto di architetture e ogni edificio in modo diverso esiste all’orizzonte: nel suo cambiamento l’architettura ha origine e forma. Nel lavoro di Abraham la costruzione è solo un avvenire fenomenico di una sostanza originaria dell’architettura, che è sempre la stessa: come la scrittura di una musica che esiste nelle intenzioni delle sue annotazioni molto prima che nell’avvenire del suono materico.




