

Ancora
adesso, se mi accade di raccontare in pubblico le mie esperienze di giornalista
e di parlare dei grandi colleghi che ho conosciuto, una domanda è inevitabile:
com’era Dino Buzzati? Sono trascorsi trent’anni dalla sua morte,
perché questo scrittore esercita un fascino così duraturo? La risposta mi
sembra una sola, al di là dei tanti libri che Buzzati ha scritto: perché è
l’autore del “Deserto dei Tartari”.
Va subito precisata una data. “Il deserto dei Tartari” uscì nella tarda primavera
del 1940, mentre Buzzati si trovava in Africa Orientale come inviato speciale
del “Corriere della Sera”.
L’entrata in guerra dell’Italia era ormai una questione di giorni. Il libro
sarebbe uscito un paio di mesi prima se all’ultimo momento non ci fosse stato
un intoppo: il regime fascista aveva proibito l’uso del “lei” e invece i dialoghi
del “Deserto” erano con il “lei”. Un carissimo amico di Buzzati, il professor
Arturo Brambilla, operò sulle bozze il cambiamento del “lei” in “voi”, ma
il lavoro comportò inevitabilmente un certo ritardo.
Quelli della mia generazione stavano allora concludendo il ginnasio o muovevano
i primi passi nei licei. Le nostre letture extrascolastiche erano rare. Superate
le ebbrezze salgariane, Sandokan sconfitto dagli eroi dei poemi omerici, leggevamo
quasi di nascosto Cronin, Kormendi, Wieckert, Fallada, o magari il Lucio d’Ambra
e il Luciano Zuccoli che stavano sul comodino di nostra madre. Ebbene, ora
mettete nelle mani di uno studente di questo genere il romanzo di Buzzati.
Lo comprai a Verona, qualche settimana dopo l’inizio della guerra. Non avevo
letto recensioni, fui attratto dal titolo, da quell’unione di due parole,
“deserto” e “Tartari”, così fatalmente esotiche. Tornato dalla città al mio
piccolo paese, lessi il libro in un paio di sere. C’era l’oscuramento, mio
padre era stato richiamato alle armi, mia madre parlava di cibi razionati,
una notte si sentirono anche lontani tonfi di bombe.
“Il deserto dei Tartari” provocò nel mio mondo di ragazzo una profonda incrinatura.
E qui intendo restare a quegli anni, a quei mesi.
Intendo recuperare nella memoria i sentimenti di quelle sere, le annotazioni
mentali di quell’impatto con un mondo straordinariamente diverso da quello
che i libri mi avevano offerto fino a quel momento: un mondo immobile, di
luci fioche; un mondo di pietre e non di bianchi marmi come nei testi classici;
un mondo di bastioni e non di accampamenti, di stanze oscure e non di Olimpi
e di Empirei. Un mondo dove gli unici squilli erano quelli delle trombe così
lancinanti e sperduti nell’ora del tramonto, in faccia alle valli sempre più
oscure, ai monti sempre più risucchiati dal buio. Era la rivincita della prosa
sulla poesia. Oppure era la rivincita della poesia sulle nozioni che la tenevano
incatenata ai moduli troppo solenni. Resto in quell’epoca, come ho detto:
un’epoca in cui non circolava, tanto per fare un nome, l’immenso Kafka. Un
libro poteva ottenere gli effetti che ho tentato di descrivere anche perché
in un piccolo paese di provincia, com’era quello in cui vivevo, le idee arrivavano
in ritardo e qualche volta, per i veri, grandi libri, occorrevano anni.
Il “Deserto” fu un segnale.
La letteratura poteva percorrere altre strade, adeguarsi a una condizione
umana non propriamente eroica. Anni fa, a un convegno su Buzzati che si tenne
a Venezia, ascoltai varie interpretazioni del “Deserto”. La più convincente
mi sembrò quella che vede negli ufficiali e nei soldati della Fortezza Bastiani
una confraternita intenta alle liturgie militari. E questo si spiega anche
col fatto che, a ispirare quella confraternita, fu la redazione del “Corriere”
negli anni Trenta, dove nessuno si azzardava ad alzare la voce e gli unici
rumori ammessi erano i fruscii della carta e dei pennini.
Questo, però, la mia generazione non lo sapeva.
Per i ginnasiali, per i liceali di allora, il “Deserto” fu soprattutto la
lezione di una vita, quella del protagonista, il tenente Giovanni Drogo: una
vita silenziosa, immobile, inutile, contrapposta ai modelli dinamici ed esasperati
della realtà quotidiana. Il “Deserto” fu la scoperta che la vita di un personaggio
può anche ridursi a fissare un’infinita landa sul cui orizzonte si profilano
vulcani che fumano senza sosta, macchie nere che potrebbero essere foreste
o città o remote carovane. Sentimmo finalmente un brivido diverso. Ci diede
un’emozione profonda il tema della fuga del tempo, quel sesto capitolo del
romanzo con l’uomo che avanza e alle sue spalle si rinchiudono cancelli che
non potranno aprirsi mai più.
E’ tipico dell’adolescenza nutrire qualche inclinazione alla mestizia. Allora
erano proibiti i film americani, era proibito ballare, si fumavano pessime
sigarette, si mangiava male, di sera era impossibile uscire: non è poi così
strano che ogni casa diventasse una piccola Fortezza Bastiani e che tanti
ragazzi nutrissero i pensieri e i tristi sogni del tenente Drogo. Mi è caro
chiudere con un ricordo personale.
Era il 1969, dovevo scrivere un articolo sull’imminente uscita del “Poema
a fumetti”.
Ero a casa di Buzzati, lui stava seduto sotto un grande manifesto raffigurante
Fantomas. Disse cose molto belle e serie, con quella sua voce che sembrava
tagliente e invece conservava nel fondo un vago ritmo di cantilena veneta.
Accennò al tema della morte, dominante in tutta la sua opera e anche nel ”Poema
a fumetti”.
Quasi mi dettò un suo pensiero: “Non vorrei passare per eretico, ma secondo
me Dio esiste in quanto esiste la morte”.
In quei giorni erano rispuntate voci su un film tratto dal “Deserto dei Tartari”,
film che fu poi realizzato nel 1976 dal regista Valerio Zurlini, con un cast
eccezionale di cui facevano parte Jacques Perrin, nel ruolo del protagonista,
Vittorio Gassman, Giuliano Gemma, Philippe Noiret, Jean-Louis Trintignant,
Max von Sidow, Laurent Terzieff, Fernando Rey e Francisco Rabal.
A Buzzati era venuta un’idea: “Se fossi io il regista – mi disse – per i soldati
della Fortezza Bastiani non sceglierei una divisa unica, ma tutte le più belle
divise della storia purché un po’ lacere come accade per le vecchie bandiere.
Penso alle divise dei dragoni, degli ussari, dei moschettieri che s’incontrano
nelle pagina di Dumas padre, dei Lancieri del Bengala come li ho visti in
un film con Gary Cooper… Naturalmente, con le divise, anche elmetti, berretti
e mostrine diversi uno dall’altro. Insomma, un reggimento mai esistito ma
universale”.
Domandai a Buzzati: “Che uniforme faresti indossare al tenente Drogo?”.
Rispose senza esitazioni:
“Lo vestirei come un ufficiale asburgico perché la vita di Drogo è inutile,
ma piena di fierezza”.










