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Vienna fine Ottocento: un impero si stava sfaldando, ma manteneva ancora la forza aggregante della multinazionalità e una spiccata tradizione per la cultura e l’arte in genere. In quest’atmosfera, decadente ma pregna di stimoli, nacque nel 1874 Hugo von Hofmannsthal. Egli aveva alle spalle una famiglia composita, differente per origini e religioni: per parte di padre, il bisnonno era un industriale ebreo della seta, mentre la nonna italiana, la nobile Petronilla da Rho, era di religione cristiana; invece la madre austro-boema aveva avi contadini e notai. Hofmannsthal, figlio unico, apparteneva quindi saldamente alla alta borghesia colta austriaca.
Ebbe un’educazione scolastica di prim’ordine nei migliori istituti di Vienna e, assai dotato intellettualmente, si segnalò quale studente di grandi capacità. Compì studi giuridici e umanistici, frequentando spesso il Burgtheater, luogo della tradizione teatrale austriaca. Dalla Jung-Wiener, di cui facevano parte elementi eterogenei di pensiero e dove predominava lo psicologismo pre-freudiano concomitante a uno smorzato decadentismo, emerse all’improvviso la personalità del giovanissimo Hugo che a soli 17 anni si fece notare come brillante poeta. In seguito egli trascorse tutta la propria esistenza in serena e ritirata tranquillità a Rodaun, presso Vienna, fino alla morte avvenuta nel 1929.

La produzione teatrale giovanile di quest’autore annovera i drammi Ieri (1891), primo testo per il palcoscenico di Hofmannsthal, La morte di Tiziano (1892) e Il folle e la morte (1893), dove il protagonista è un esteta che, nella propria camera stracolma di opere d’arte, viene raggiunto dalla Morte che lo induce a ripensare a quanti nella sua esistenza lo abbiano avvicinato e amato, mentre egli era rimasto per lo più distaccato emotivamente. Ora la Morte decide di fargli vivere realmente la propria fine. Il folle e la morte viene a definirsi come opera caratteristica del periodo decadentista viennese. A breve distanza Hofmannsthal compose altri testi di carattere drammatico, tra cui L’avventuriero e la cantante, redatto in due settimane nell’autunno del 1898 a Venezia in seguito alla lettura delle Memorie di Casanova. Di ambientazione settecentesca, in una Venezia nel pieno fulgore, il protagonista si pone quasi sotto indagine psicologica. Qui, di verso in verso, si fa sentire l’esigenza etica in fieri di Hofmannsthal, ancora non del tutto espressa, ma che tra breve sarà elemento indispensabile delle commedie in prosa. Il poeta Hofmannsthal non si chiuse in religioso silenzio a Rodaun, ma mantenne vivido il dibattito nel suo animo: la propria decisione di abbandonare il verso per la prosa fu ragionata. In questo periodo l’autore rielabora alcune tragedie greche in chiave moderna, in cui prevale una Grecia selvaggia, dionisiaca, dai toni cupi e pessimisti, che per alcuni critici rappresentava una visione polemica di Hofmannsthal verso l’antichità. Scrisse Elettra, opera di grande successo di pubblico, che il 30 ottobre 1903 debuttò a Berlino al “Piccolo Teatro” di Reinhardt, il quale lo aveva stimolato a realizzare un nuovo testo su opere del periodo classico, che ormai non rendevano più nelle traduzioni o nelle rielaborazioni stantie, già esistenti all’epoca. Seguono Edipo e La Sfinge (1906).
In Hofmannsthal si fa sempre più importante l’elemento psicologico dei personaggi, come in Elettra, supportato e accentuato nella lingua da allitterazioni, realizzato in descrizioni di sacrifici reali e immaginari. Di Elettra si ebbe una versione musicale grazie alla intensa frequentazione con Richard Strauss, collaborazione importante che durò nel tempo, circa un ventennio.
Realizzarono insieme Il cavaliere della rosa (1911) e Arianna a Nasso (1912) nella nuova forma di dramma musicale.
La donna senz’ombra (1913-1919) è, invece, una fiaba-commedia in cui la fata si fa donna, rinuncia al proprio io per una conquista di umanità e di maternità.
Segue la commedia L’uomo difficile (1921). Ambientata in epoca contemporanea all’autore, durante una festa della Vienna aristocratica, l’azione si svolge in una sola serata. Il protagonista è il conte Hans Karl Bühl, Kari per gli amici, quarantenne raffinato, colto e ricco, che alla fine della prima guerra mondiale, segnato anche da questa esperienza, stenta a ritrovarsi nella società aristocratica viennese. Egli è profondamente cambiato: durante questa festa egli tenterà di riconciliare l’antica amante Antoniette con il consorte e, parlando del valore del matrimonio, cercherà di portare il nipote Stani a chiedere in moglie la giovane e bellissima Helene, sottraendola alle mire del barone prussiano Neuhoff. L’uomo difficile e discreto, il conte Kari, si contrappone ovviamente al barone prussiano, sembra uno scontro per antitesi tra lo spirito austriaco e quello germanico. Pare quasi autobiografico questo ritratto di signore di grande charme, sfuggente e restio nel parlare e nel non volersi esporre, per eccesso di discrezione. Ma Helene, amata e sfuggita da Kari, prende l’iniziativa e, infrangendo le regole, gli dichiara apertamente di desiderarlo fortemente. In questo senso il coraggio femminile, mosso dalla passione, diventa virile volontà di fronte all’uomo che non osa: così l’uomo difficile si lega indissolubilmente all’anima della donna intraprendente. Hofmannsthal, testimone della fine di una civiltà, fu un simbolista che andò oltre il naturalismo e nelle redazioni dei propri testi si affidò alla parola taciuta, all’immagine ricercata e metaforica come nell’ultimo testo di notevole respiro, La Torre (1924-27), ispirata a Calderon de la Barca, opera grandiosa per ampiezza, densissima di contenuti, che utilizza un linguaggio diretto e nello stesso tempo elevato.

 

 

 

 

Burgtheater

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Franco Manzoni