

Paolo Puddu
Nei
soggetti ipercolesterolemici è possibile osservare una deposizione extracellulare
di lipidi amorfi e membranosi, che precede la fase successiva, e cioè l’accumulo
nello spazio subendoteliale dei T linfociti e dei macrofagi infarciti di colesterolo,
cioè le cellule schiumose, che compongono le cosiddette “strie lipidiche”.
Queste lesioni, tipicamente infiammatorie, possono essere riscontrate nell’aorta
fin nella prima decade di vita, nelle coronarie nella seconda e nelle arterie
cerebrali nella terza e quarta decade. Non hanno in genere alcun significato
clinico, ma rappresentano lo stadio più precoce, i precursori delle lesioni
più avanzate, cioè le placche.
Le placche fibrolipidiche si generano durante la fase silente della aterosclerosi,
che può durare decenni. Contengono quantità variabili di una matrice connettivale
prodotta dalle cellule muscolari lisce, di lipidi, sia liberi che all’interno
del citoplasma delle cellule schiumose, e di T linfociti. Le placche possono
essere solide, composte quasi interamente di tessuto connettivo o possono
avere una parte centrale, detta core, di lipidi extracellulari che possono
occupare fino al 60% del volume della placca stessa.
Left
anterior descending coronary artery sectioned along its length to reveal narrowing
of the lumen, most pronounced in the proximal portion at the left, from advanced
atherosclerosis, gross.
La maggior parte di soggetti ha placche con composizioni eterogenee che variano
fra questi estremi, anche a livello delle arterie coronarie. Attorno al core
lipidico sono presenti numerosi macrofagi infarciti di lipidi, e sono presenti
grandi quantità di citochine infiammatorie come il fattore di necrosi tumorale
alfa (TNF-alfa), prodotto dagli stessi macrofagi, i quali esprimono anche
altri fattori.
Tra questi il fattore tessutale procoagulante, ed alcune metalloproteinasi
attivate dalla plasmina, che possono degradare tutti i componenti della matrice
collagene. In tal modo si comprende come le placche debbano essere considerate
strutture dinamiche, con presenza di fenomeni infiammatori e di un alto ricambio
del tessuto connettivale.
La placca può andare incontro a calcificazione, ad ulcerazione sulla superficie
endoluminale e ad emorragie dei piccoli vasi che la circondano. Essa può crescere
fino a restringere il lume vasale o complicarsi con la rottura o la fissurazione
e con la sovrapposizione di un trombo che può acutamente occludere il vaso.
Ciò è tipico dell’infarto miocardico o dell’ictus. In questo schema morfologico
tutto può sembrare semplice: tuttavia gli eventi dell’aterosclerosi sono estremamente
complessi.
E’ quindi importante ricordare i meccanismi biochimici e molecolari che governano
il processo aterogenetico. Per prima cosa è stato rilevato che le cellule
infiammatorie del sangue e in particolare i monociti/macrofagi, insieme alle
cellule endoteliali, giocano un ruolo fondamentale lungo tutto il cammino
dell’aterosclerosi. (ATS)
Ruolo dell’attivazione endoteliale
Il riconoscimento della
importanza delle cellule endoteliali nella patogenesi della malattia aterosclerotica
risale agli anni settanta, quando fu osservato che la loro rimozione meccanica
aumentava drammaticamente la capacità di indurre le lesioni in animali sottoposti
a dieta iperlipidica. Venne così formulata da Russel Ross l’ipotesi della
“risposta al danno”.
La più recente versione pone l’accento su una disfunzione più che su una perdita
fisica dell’endotelio e ciò trova conferma in numerose osservazioni sia nei
modelli animali che nell’uomo. L’endotelio viene oggi considerato un vero
organo o sistema, dotato di funzioni autocrine, paracrine ed endocrine. Il
suo peso è di 1,8 chilogrammi e la sua superficie ricopre un’area di 700 metri
quadri. Oltre alla proprietà di barriera di permeabilità selettiva, possiede
altre proprietà funzionali in grado di modulare il tono vascolare, la proliferazione
delle cellule muscolari lisce vascolari, l’emostasi, la trombolisi, l’aggregazione
piastrinica, l’adesività dei monociti, l’infiammazione, la risposta immunitaria
e la produzione di radicali liberi. Fattori rilassanti vascolari sono: l’ossido
nitrico, la prostaciclina, la bradichinina e i fattori iperpolarizzanti.
Sono invece vasocostrittori l’endotelina-l, il trombossano, l’attivazione
dell’angiotensina II. Il principale vasodilatatore è il radicale ossido nitrico
(NO), che possiede anche una azione antipiastrinica e una proprietà inibitrice
della crescita delle cellule muscolari lisce.
Tutti i fattori di rischio possono, con vari meccanismi, determinare una alterazione
della funzione endoteliale ed un aumento della produzione di specie reattive
dell’ossigeno da parte dell’endotelio e delle cellule muscolari lisce vascolari.
In particolare, fattori sistemici, come l’ipercolesterolemia, l’iperglicemia
e l’iperomo cisteinemia e fattori locali, come l’attivazione dei macrofagi
e dei T linfociti e lo shear stress, possono contribuire allo stress ossidativo,
espresso dalla iperformazione di metaboliti reattivi dell’ossigeno, specie
dell’anione superossido. L’aumento dell’anione superossido determina una diminuzione
dei livelli ambientali di ossido nitrico attraverso una reazione radicale/radicale.
La disfunzione endoteliale ha varie cause e conseguenze.
Fra queste l’inattivazione del NO è un fenomeno precoce e dati sperimentali
indicano che ciò contribuisce alla patogenesi della malattia. E’ noto che
l’ipercolesterolemia determina un aumento della produzione endoteliale di
superossido e questo aumento si può riscontrare anche nell’ipertensione, nel
diabete mellito, nell’iperomocisteinemia, ecc. Da ciò è deducibile che lo
stress ossidativo rappresenta il comune denominatore di molti fattori di rischio.
La prima conseguenza della reazione fra l’anione superossido e l’ossido nitrico
è la formazione del perossinitrito, con riduzione della bioattività del NO.
Il perossinitrito è una molecola fortemente ossidante che si decompone in
due potenti radicali liberi OH e NO2. Le sue azioni non si limitano ad attivare
molto debolmente la guanilciclasi e pertanto ad esplicare un ruolo del tutto
assai secondario rispetto al NO. Il perossinitrito può iniziare anche la perossidazione
lipidica e ossidare i gruppi tiolici o i residui di tirosina.
La formazione di lipoperossidi ed in particolare di lipoproteine di bassa
densità (LDL) ossidate determina a sua volta a livello sperimentale vari effetti
negativi:
1) effetto citotossico sulle cellule endoteliali;
2) promozione del reclutamento di cellule infiammatorie sulla parete vascolare
e aumento della loro produzione locale di radicali liberi dell’ossigeno;
3) diminuzione dei livelli di ossidonitricosintetasi (eNOS) nelle cellule
endoteliali;
4) interferenza con prodotti della perossidazione lipidica, come la lisofosfatidil
colina, con la trasduzione del segnale e la stimolazione recettore-dipendente
della attività della eNOS e con l’attivazione della guanilciclasi. Questi
dati sperimentali sono indirettamente provati anche nell’uomo, ma un legame
diretto fra perossidazione lipidica e disfunzione endoteliale deve essere
ancora provato.
E’ interessante a questo proposito il rilievo che l’uso di antiossidanti come
l’alfa tocoferolo e l’acido ascorbico possano migliorare la bioattività del
NO. Un effetto antiossidante è stato dimostrato anche con alcuni farmaci ipolipidemizzanti
della classe delle statine, che provocano un effetto favorevole sulla disfunzione
endoteliale.
Ruolo delle cellule infiammatorie del sangue
Le LDL minimamente ossidate, i ligandi CD/40, il fattore di crescita piastrinico
(PDGF) e l’interleuchina-l beta (IL-l beta) stimolano e promuovono l’aterogenesi
e inducono nelle cellule endoteliali, nelle cellule muscolari lisce (SMC)
e nei monociti l’espressione di citochine chemiotattiche [in particolare l’MCP-
1 (proteina chemioattrattante i monociti-l) che provocano il reclutamento
e la trasmigrazione dei monociti (ma non dei neutrofili) attraverso la barriera
endoteliale.
I monociti e le cellule- T aderiscono all’endotelio per azione di selettine
prodotte dai monociti e di molecole di adesione ICAM, delle integrine VCA-4
e VCAM-l endoteliali.
Per essere internalizzate dai macrofagi è necessario che le LDL siano altamente
ossidate e questo processo è realizzato dai ROS (specie reattive dell’ossigeno)
prodotti dall’endotelio e dai macrofagi. Parecchi enzimi, che si riscontrano
nelle lesioni ATS umane sono pure coinvolti e fra questi la mieloperossidasi,
la sfingomielinasi e una fosfolipasi secretoria.
La rapida captazione delle LDL altamente ossidate (o modificate come le glicate)
da parte dei macrofagi che divengono cellule schiumose è mediata da un gruppo
di recettori “scavenger” che riconoscono molti ligandi.
L’espressione degli scavenger è regolata dai PPAR gamma i cui ligandi inibiscono
gli acidi grassi ossidati e da citochine come il fattore di necrosi tumorale
alfa e l’interferone gamma. Il processo di formazione delle cellule schiumose
è inibito dalle apo E, secrete dai macrofagi, che promuovono l’efflusso di
colesterolo verso le HDL e quindi in grado di inibire la trasformazione dei
macrofagi in cellule schiumose.
Le cellule schiumose distese dai lipidi muoiono e i lipidi sono rilasciati
negli spazi extracellulari e formano il core lipidico. Le SMC proliferano
e formano una capsula di collagene intorno al core. II processo implica l’azione
delle proteine infiammatorie e delle LDL modificate. Formatasi la placca,
si ha un ulteriore danno infiammatorio endoteliale le cui cellule si perdono
nelle aree focali ed espongono la matrice subendoteliale su cui aderiscono
le piastrine con formazione di un trombo. II trombo si può formare anche per
rottura della placca povera di SMC e ricca di lipidi e macrofagi attivati
con forte espressione del fattore tissutale e con una capsula sottile con
disorganizzazione della struttura collagene.
Le placche con queste caratteristiche, chiamate vulnerabili, sono ad alto
rischio di rotture, determinate dal rilascio di metalloproteinasi da parte
dei macrofagi attivati che distruggono l’impalcatura connettivale. La trombosi
fa precipitare gli eventi acuti ischemici.
Questi fenomeni sono inibiti dai farmaci ipolipidemizzanti della classe delle
statine.
Ruolo della attivazione dei recettori Peroxisomiali (PPAR)
Una azione simile a quella
delle statine sembra essere posseduta anche dagli agonisti dei PPAR che possono
modulare le funzioni delle pareti vascolari, influenzando direttamente i meccanismi
cellulari che stanno alla base della malattia aterosclerotica.
In particolare gli attivatori-ligandi sintetici del PPAR alfa come i fibrati
(e i F ANS) stimolano l’ossidazione dei lipidi, alterano il metabolismo delle
lipoproteine ed inibiscono l’infiammazione delle pareti vascolari nonché l’espressione
della IL 1-6 e della ciclossigenasi 2 nei monociti/macrofagi.
Infine prevengono l’espressione della endotelina-l (ET-1), che partecipa all’aterogenesi
attivando le proprietà chemiotattiche dei monociti ed inducendo le molecole
di adesione nelle cellule endoteliali.
Sulle cellule muscolari lisce esplicano azioni anti- infiammatorie interferendo
negativamente sul fattore nucleare kB (FN-kB).
Al contrario i PPAR gamma, i cui attivatori sono i farmaci tiazolidenadioni,
sembrerebbero favorire l’aterogenesi sperimentale, ma avrebbero effetti benefici
agendo sulla insulino-resistenza e regolando alcuni geni proinfiammatori.
Saranno utili più studi clinici controllati per risolvere il puzzle se l’attivazione
dei PPAR eserciti una reale attività anti-aterosclerotica nell ‘uomo.
Marcatori bioumorali di infiammazione potenzialmente predittivi del rischio di sindromi coronariche
La constatazione che l’infiammazione
è intimamente coinvolta con lo sviluppo della aterosclerosi e con le sindromi
coronariche acute deriva da numerose ricerche sperimentali e cliniche, basate
sulla ricerca di marcatori biochimici di infiammazione sia nel plasma che
nel tessuto aterosclerotico. In particolare, queste ricerche hanno confermato
la presenza di infiammazione anche nelle malattie aterosclerotiche delle coronarie.
Ciò ha da tempo suggerito un ruolo potenziale dei marcatori nel predire precocemente
il rischio di aterosclerosi coronarica ed anche della esplosione di eventi
cardiovascolari acuti in pazienti con malattie coronariche note.
Si è prospettato che la stima di marcatori aspecifici di infiammazione cronica
possano predire il rischio di infarto miocardico acuto con un anticipo persino
di 10 o 20 anni.
Queste ricerche si affiancano a quelle che considerano il valore predittivo
dei cosiddetti fattori di rischio “tradizionali”, tra cui il fumo, il diabete,
l’ipertensione e la dislipidemia, specie se associati fra loro. Tuttavia si
è constatato che la stima dei fattori tradizionali non è del tutto sufficiente
per la valutazione globale del rischio.
Pertanto nuovi fattori di rischio non tradizionali che possono essere chiamati
addizionali sono stati chiamati in causa. Alcuni di questi sono correlati
ai processi coagulativi: fattore VIIc, inibitore 1 dell’attivatore del plasminogeno
(P AI -1) e fattore di von Willebrand.
Altri sono fattori metabolici: lipoproteina (a), omocisteina e insulina. Hanno
infine attratto una considerevole attenzione i fattori infiammatori. Tra questi
alcune proteine della fase acuta, come le interleuchine, la proteina sierica
amiloide A, le molecole di adesione vascolare, il TNF alfa e il fibrinogeno.
In particolare la proteina C reattiva può essere coinvolta in prima persona
nella patogenesi delle complicanze acute della aterosclerosi coronarica, quali
l’angina instabile e l’infarto miocardico.
Fin dal 1985-1989, è stato dimostrato che nelle lesioni aterosclerotiche sono
presenti componenti attivati del complemento e la proteina C reattiva. Si
è ritenuto che la proteina C reattiva ed il complemento rappresentino i maggiori
mediatori dell’infiammazione nelle placche aterosclerotiche.
L’equipe di Bhadki dell ‘Università di Mainz, Germania, ha dimostrato che
particelle lipoproteinacee isolate dalle placche umane, chiamate “attivatori
del complemento presenti nelle lesioni”, sono in grado di attivare la via
alternativa del complemento. Questi attivatori non sembrano direttamente correlati
alle LDL ossidate, che probabilmente esplicano un ruolo di minore importanza.
Un’altra via di attivazione del complemento sembra invece essere rappresentata
dalla proteina C reattiva, che si localizza con il complemento C5b-9 nelle
lesioni aterosclerotiche precoci. Le correlazioni del sistema del complemento
con la aterogenesi sono messe in evidenza da alcune osservazioni che hanno
dimostrato che il complemento attiva le cellule endoteliali inducendo una
risposta proinfiammatoria. Inoltre lo shear stress, che esercita in vivo una
potente azione antiaterogena, antagonizza, tramite l’attivazione della clusterina,
gli effetti del complemento sull’endotelio. E’ stato anche dimostrato che
il complemento attivato possiede proprietà chemiotattiche e può danneggiare
le cellule, favorendo cosi lo sviluppo delle lesioni intimali e il reclutamento
dei monociti nella sede della formazione dell’ateroma. Fin dal 1988 il nostro
gruppo dell’Università di Bologna ha riscontrato in pazienti con gravi lesioni
aterosclerotiche un aumento dei componenti del sistema del complemento, associati
ad un aumento delle IgA, le quali sotto forma di enzimocomplessi contenenti
lipoproteine sono state riscontrate nei pazienti dislipidemici con aterosclerosi
e xantomatosi.
In un lavoro del 1995 pubblicato sul “The American Journal of Medicine”, è
stato dimostrato che i livelli elevati del terzo componente del complemento
(C3) del siero di soggetti maschi senza previ eventi ischemici sono indipendentemente
associati con il rischio di infarto miocardico. Ciò dimostra che i livelli
circolanti di C3 sono indicatori positivi del rischio di infarto. Inoltre,
nel 1998, è stato riscontrato che il C3 sierico, prodotto in risposta alla
interleuchina-1, che è una citochina ed una proteina della fase acuta, dai
macrofagi, dal fegato e dal tessuto adiposo, è associato con parecchi fattori
di rischio tradizionali di infarto.
Tra questi, in particolare, i livelli plasmatici di insulina a digiuno e l’apolipoproteina
B. E’ stato confermato in una ricerca pubblicata nel 2000 che il C3, attraverso
l’associazione con l’insulina, rappresenta un marcatore di sbilancio metabolico
pro-aterogeno, per lo meno in parte coincidente con l’insulino-resistenza.
La prosecuzione di queste ricerche nel 2001 ha consentito di stabilire che
il trattamento con ACE inibitori, statine e beta bloccanti sembra esercitare
un eccellente controllo dei fattori di rischio tradizionali in pazienti con
pregresso infarto, ma non è efficace nel determinare una riduzione dei livelli
medi di C3 e di omocisteina.
Solo il trattamento combinato di atorvastatina e vitamina E per tre mesi è
stato in grado di abbassare il C3 in soggetti con livelli persistentemente
elevati di questa molecola, insieme al colesterolo ed ai trigliceridi. Queste
ed altre ricerche confermano che il C3 e la proteina C reattiva possono giocare
un ruolo importante nell’aterogenesi. Suggeriscono anche che i livelli plasmatici
di C3 rappresentano un potente indicatore di rischio di eventi coronarici
acuti, come l’infarto miocardico.
Lo sviluppo di agenti farmacologici in grado di modulare il sistema del complemento
potrebbe far meglio comprendere le sue molteplici funzioni fisiologiche e
patologiche e costituire un’importante area per le ricerche future.
Paolo
Puddu
Professore Ordinario di Medicina Interna
Dipartimento di Medicina Interna e Cardioangiologia
Università degli Studi di Bologna



Coronary arteries, composite photograph with moderate to severe occlusive atherosclerosis, micro.