

Ogni Paese ha, a livello sportivo, una propria pietra miliare. Quella calcistica del paese più popoloso del mondo, ovvero la Cina, è datata 7 ottobre 2001. Ovvero il giorno nel quale, battendo l’Oman per 1 a 0, i calciatori dagli occhi a mandorla staccano il biglietto per la loro prima storica qualificazione ai campionati del mondo di Corea e Giappone, in programma tra tre mesi. Una qualificazione che il paese ha costruito in soli 7 anni di professionismo, da quando nel 1994 la Federcalcio locale ha deciso di organizzarsi sul modello europeo. Sembrerebbe la realizzazione di un sogno inseguito da pochi anni; in realtà la storia del pallone in Cina ha perlomeno un tragitto travagliato quanto le vicende politiche degli ultimi decenni. Nonostante il movimento, naturalmente a livello primitivo, avesse radici consolidate già agli inizi del secolo scorso, l’intervallo che va dal 1920 al 1980 si rivela una vera e propria via crucis per la Federcalcio locale. Fondata nel 1924 e affiliatasi alla FIFA un decennio dopo, l’associazione subisce forti pressioni, che andranno a buon fine, per abbandonare praticamente in piena guerra fredda la nuova egida. Il motivo è la grande rivalità con Taiwan, accettata nella federazione internazionale, che suscita l’immediata reazione indignata di Mao-Tse-Tung, perentoriamente fautore del forfait cinese da un collegio ritenuto smaccatamente anticomunista. Curiosamente proprio il leader nazionale si muove per incoraggiare lo sviluppo delle discipline sportive, per teorizzare la fortificazione mentale del popolo attraverso l’attività sportiva. Ma la sua predilezione per la ginnastica artistica ed il tennis da tavolo si rivelano più un’ostruzione che un eventuale fattore trainante per qualsiasi altra disciplina. Bisogna attendere così circa altri 30 anni, ovvero la morte dello statista profeta della rivoluzione culturale, per rivedere la Cina nel gotha del pallone mondiale, alle prese naturalmente con le eliminatorie asiatiche per guadagnarsi un posto al sole. Dopo il rientro nella FIFA del 1979, la meta obbligatoria diventano i campionati del mondo del 1982, che però i “mandarini” falliscono, perdendo lo spareggio contro la Nuova Zelanda. Eppure sotto le ceneri di un movimento deluso arde la volontà forte di fare della Cina una futura potenza mondiale del calcio. Su un miliardo e 300 milioni di persone, sono ben 10 milioni i praticanti effettivi che premono per avere maggiore visibilità a livello nazionale. Ma come per tutte le scalate, in paesi a regime totalitario, occorre che anche la classe dirigente politica abbracci minimamente il volere popolare. Così, sulla scia delle grandi riforme economiche di fine anni ottanta, Deng Xiao Ping dà un appoggio condizionato allo sviluppo del movimento. Ovvero accetta l’apertura al professionismo a patto che arrivino soldi freschi nel paese tramite sponsor di nome. Detto fatto; nel 1994 ci pensa tanto per cambiare una multinazionale del tabacco a sborsare una cifra vicina ai 2 miliardi di dollari per ricostituire e istituzionalizzare un campionato professionistico sul modello europeo. C’è anche da aggiungere che intanto, fattore non trascurabile, in questi anni è lievitata la rivalità cino-nipponica nell’acquisire almeno moralmente la leadership orientale; ed il fatto che da poco nel Sol Levante sia nata proprio una lega calcistica (J-League) che ricalca la struttura di quelle storiche del vecchio continente stimola non poco il governo locale ad adattarsi alle mosse del fastidioso vicino di casa. La Malboro League cancella così i team amatoriali e regole veramente bizzarre fino ad allora in vigore, come il fatto che una gara fosse dichiarata nulla se terminata in parità, oppure punti-bonus in classifica alla squadra che forniva giocatori alla nazionale o che segnava di testa, per chiudere con penalizzazioni invece se arrivava un’espulsione. Il campionato “riformato” viene limitato a 14 squadre (12 nella seconda divisione) e si apre all’ingaggio di stranieri, fino ad un massimo di 5 con tre di loro in campo. Resiste tuttora sull’argomento una regola ferrea: i portieri, ruolo nel quale la Cina ha debolezza endemica, devono assolutamente essere “nostrani”, proprio per consentire ai prodotti del vivaio di crescere e fare esperienza, senza vedersi chiusi da colleghi di altre nazionalità. Il boom di pubblico negli stadi e davanti alla televisione della prima stagione sancisce l’avvio della modernizzazione calcistica del paese: stadi con sale vip, gallerie commerciali e posti numerati si affiancano a sponsor sempre più desiderosi di veicolare la nuova frontiera. L’ispirazione al nostro calcio diventa fondamentale; nascono i centri di formazione, in pratica i nostri settori giovanili, dove parecchi tecnici italiani vengono invitati a presenziare tenendo conferenze di aggiornamento. La direttiva degli allenatori locali ai propri giocatori è perentoria: ogni weekend va seguita e analizzata a livello tecnico-tattico almeno una partita del campionato più bello del mondo. Inevitabilmente per fare scuola, ma anche perché i dollari degli investitori fanno gola a molti, arrivano dall’estero personaggi dal pedigree nobile. Dino Sani, Bobby Houghton ed anche il nostro Gigi Lentini vengono più volte tentati, a volte cedendo altre no, dalla strada verso Pechino. Ma quello che può far decollare l’immaginario collettivo cinese è solo un’impresa della nazionale. La federazione locale lo capisce e decide di scommettere su un investimento quasi sicuro ancorché oneroso. Si chiama Bora Milutinovic, tecnico giramondo che però in fatto di qualificazioni mondiali dà garanzie assolute. Il suo palmares recita: sempre presente alle ultime quattro edizioni alla guida di altrettante rappresentative, Messico, Costarica, Stati Uniti e Nigeria. Il quinto sigillo Bora lo va dunque a ricercare a suon di miliardi accettando l’offerta cinese. Deve però scontrarsi con una realtà locale assolutamente unica, che cozza sistematicamente con le regole base del mondo del pallone. Giocatori che si alimentano male, tatticamente indisciplinati, che giocano più per se stessi che per la squadra. Eppure il lavoro di cesello di un allenatore abituato a fare i conti con la povertà e con culture sportive agli antipodi dà i frutti sperati. La Cina dopo 44 anni di attesa guadagna il suo primo mondiale. Lo fa anche con andatura autoritaria, vincendo nel girone di qualificazione ben 12 partite su 14. E inevitabilmente quella che era una sensazione diventa certezza. L’impresa perentoria sviluppa una esaltazione collettiva mai vista prima. In alcune parti del paese, attraversato da una sorta di isteria trionfatrice, si registrano addirittura atti vandalici. Un autentico shock per le autorità ma anche la testimonianza purtroppo, visti i precedenti europei, che il virus pallonaro ha completamente contagiato anche la Repubblica Popolare. Si vive praticamente nella grande attesa dell’evento di Corea e Giappone. E il rischio, oppure la fortuna, che la nazionale faccia buone cose ai campionati del mondo dovrebbe aprire prospettive ancora più importanti al movimento locale. Insomma sono in molti (leggi Sharp, Pepsi Cola, Canon, Mercedes tanto per citarne alcuni) che cercano di giocare d’anticipo nella corsa alla nuova colonizzazione sportiva. Da poco anche l’Italia, ospitando un paio di giocatori, ha accettato una sorta di compromesso economico, ovvero il mettere alla prova le ipotetiche qualità dei migliori giocatori cinesi nella vetrina nazionale in virtù di sostanziosi investimenti che potrebbero giungere da televisioni o giornali pronti a seguire quotidianamente le gesta del loro eroe emigrato oltreoceano. Ed anche qui comunque nelle mosse cinesi nulla di nuovo, avendo in pratica copiato dai vicini di casa. Il caso del giapponese Nakata ha fatto scuola a suo tempo; al di la del (in)dubbio talento del fantasista nipponico, il suo acquisto un paio di stagioni fa da parte del Perugia stimolò un’autentica calata di reporter del Sol Levante, che raccontavano con enfasi, allora meritata visti i gol in campionato di Hidetoshi, le gesta di un autentico trascinatore degli umbri in zone tranquille della classifica. Pochi forse sanno che l’indotto economico in terra umbra fu ingente perché la società seppe intelligentemente abbinare al biglietto d’ingresso allo stadio una promozione culturale-artistica di una città dalle risorse fantastiche. In pratica i giapponesi in Italia con una gita a Perugia univano l’utile al dilettevole: visionare e sostenere quello che era nel frattempo diventato un monumento nazionale vivente e visitare un centro storico di rara bellezza mondiale. Dunque parecchie ipotesi, per il momento alle porte o in divenire, indicano la Cina come futura mecca del pallone. Risorse economiche che non mancano per importare professionisti ancora più preparati. Una nazionale sostenuta dalle aspettative ancorché pressanti della popolazione con il maggior numero di tifosi al mondo. Giocatori che cominciano a metabolizzare gli insegnamenti europei e a capire che il calcio può anche essere uno strumento, per se stessi ed il proprio entourage familiare, di emancipazione in un paese comunque prevalentemente povero. Ed anche, come accennato, esportazione dei migliori talenti all’estero, con la fruizione a domicilio via mass-media delle loro quotidiane esperienze sportive altrove. Insomma se non subito, tra pochissimo, la Cina potrebbe veramente finire nel pallone... che conta.




