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L'anno
2001 ci offre l’opportunità di rendere omaggio al grande compositore
nato a Roncole di Busseto il 9 ottobre 1813 e morto a Milano il 27 gennaio
1901.
Mi
sembra, quindi, giusto conoscere più da vicino il maestro inquadrandolo
in un periodo intenso della nazione e della Milano ottocentesca.
Era
in atto il Risorgimento e Verdi inconsciamente fece parte di questo
capitolo della storia italiana. Egli fu indubbiamente un punto di riferimento
nella storia della musica, della cultura e della politica negli anni
della Restaurazione. Non dobbiamo analizzare il personaggio solo nell’ambito
della vasta produzione operistica, ma dobbiamo cercare di individuare
nuove prospettive che vadano, volutamente, al di là della musica.
Tutto
ciò aiuta a capire i problemi, le speranze e le tragedie umane che si
presentarono quotidianamente sotto la dominazione asburgica. Focalizzando
la produzione verdiana nel periodo della Restaurazione, possiamo dividerla
in tre fasi, che scandiscono, oltre al suo stile in continua mutazione,
anche i cambiamenti politici e sociali dell’Italia risorgimentale.
Il
primo periodo si apre con l’incalzare dei moti rivoluzionari, cioè con
l’opera Nabucodonosor (rappresentata dopo l’Oberto conte di San
Bonifacio, esordio effettivo, e dopo Un giorno di regno) fino alla Battaglia
di Legnano.
Ritornando
brevemente alla sua prima opera, l’Oberto, datata autunno 1839,
essa ottenne un modesto successo (quattordici rappresentazioni), poiché
le opere ben accette al pubblico, all’epoca dovevano avere un minimo
di trenta rappresentazioni. Verdi aveva solo ventisei anni e poteva
dirsi fortunato per essere arrivato alla Scala.
La
seconda opera, Un giorno di regno, andò in scena, sempre alla
Scala, il 5 settembre 1840, in un momento tragico della sua vita, dato
che era scomparsa nel giugno dello stesso anno l’amata moglie Margherita.
Per un gioco perverso della sorte anche l’opera ebbe un clamoroso tonfo.
Tra
il 1839 e il 1849 vi è un arco di dieci anni di intensa attività melodrammatica
nel quale le opere di questo periodo sono contrassegnate da un profondo
amor patrio e dall’incitamento alla rivolta contro l’oppressore straniero.
In
questo magma di avvenimenti possiamo ritrovare nei lavori verdiani una
profonda volontà di creare opere corali piuttosto che individuali.
ll
popolo stesso vide nel musicista il ”papà dei cori”, oltre al famoso
V.E.R.D.I. (Vittorio Emanuele Re d’Italia) che il compositore designava
come vessillo italico. Pur non essendo milanese, respirò come tutti
gli italiani liberi, l’aria del rinnovamento, della assoluta libertà,
testimoniando questa sua volontà attraverso ciò che aveva di più caro:
la musica.
Di
conseguenza nel Nabucco, nei Lombardi alla Prima Crociata,
nell’Ernani, nella Giovanna d’Arco, nell’Attila,
nella Battaglia di Legnano, si possono ritrovare aneliti di libertà
e “canti indimenticabili e sacri”, come scrisse Giosuè Carducci.
Gli
oppositori invece vollero ritrovare nei suoli lavori teatrali occasioni
propizie per “far carriera”, tacciandolo come un “compositore di circostanza”.
Per
dimostrare che tutti non la pensavano nello stesso modo si può riportare
una frase sintomatica di Giuseppe Giusti che va a ribadire quanto anticipato,
riguardante la volontà, da parte di Verdi, di lasciare un messaggio
e un monito agli italiani: “Il fantastico è cosa che può provare
l’ingegno, il vero prova l’ingegno e l’animo. Il dolore che occupa gli
animi di noi italiani è il dolore di chi è caduto e desidera rialzarsi,
è il dolore di chi si pente e aspetta e vuole la sua rigenerazione.
Accompagna, Verdi mio, con le tue nobili armonie, questo dolore alto
e solenne! Fa di nutrirlo, di fortificarlo, di indirizzarlo al suo scopo.
La musica è favella intesa da tutti e non v’è effetto grande ch’essa
non valga a produrre”.
Verdi
non dimenticò mai le parole di Giusti inserendo nei lavori operistici
collegamenti con gli aspetti del patriottismo.
Il
secondo periodo, che si chiude nel 1849 nell’arte e nella vita di Verdi,
coincide con un passaggio fondamentale per la storia italiana.
Nella
Milano delle Cinque Giornate Verdi poteva aprire un nuovo capitolo della
sua vita sentimentale e intellettuale con grande tenacia.
Anche
il musicologo Carlo Gatti sottolinea chiaramente questo momento: “la
disperata passione di patria lo induce ad esaltarne la bellezza incomparabile
nel melodramma italiano al cospetto del mondo civile, affinché tutti
lo ammirino, lo amino, siano grati all’Italia, non lo abbandonino nelle
sventure e accorrano al suo soccorso”.
A
tal proposito, proprio nel 1848 Verdi conobbe Giuseppe Mazzini a Londra,
e sembra che ciò lo indusse a iscriversi alla Massoneria.
Il
terzo periodo, dal 1859 al 1862, segna un’interruzione nell’attività
di Verdi, che viene invitato, per volontà di Cavour, a partecipare attivamente
ala vita politica. Egli fu il degno rappresentante della provincia di
Parma e Piacenza nel primo parlamento nazionale.
Le
lotte sostenute dal musicista attraverso il melodramma avevano dato
tangibili risultati nell’ambito sia culturale che politico.
Dopo
La forza del destino si giunge al rimaneggiamento del Macbeth,
al Don Carlos, all’Aida, al Quartetto per archi,
alla famosa Messa da requiem. Sarà poi un susseguirsi di successi
e nel 1869 Verdi ritorna alla Scala facendo rappresentare, il 6 febbraio,
La forza del destino, poi giunge Aida, Otello e infine Falstaff,
andato in scena alla Scala il 9 febbraio 1893.
Poi
fu il declino, l’attesa della fine, dopo la morte della seconda moglie,
Giuseppina. Verdi morì il 27 gennaio 1901, mentre si apriva un nuovo
secolo di speranze e contrasti.
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