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Lo
so, se c’è una tematica spesso avariata, noiosa e - come si dice -”autoreferenziale”,
è l’informazione sull’informazione: eppure sempre di più sarà necessario
riflettere su che cosa sia diventata, sulle sue contraddizioni più profonde,
sulla sua anima marcente.
A
cominciare magari da quell’humus che, se condiviso, crea le condizioni
perché informatore e informato si trovino sulla stessa terraferma: dico
la fiducia, nocciolo duro della comunicazione. Se non mi fido di te,
di quello che mi dici o scrivi, siamo già un bel po’ avanti sulla strada
dell’adulterazione dello scambio, no? Ebbene, su questo la prendo alla
larga. Le due merci più pubblicizzate all’inizio del III millennio,
come del resto a ogni capodanno, sono state fiducia e speranza: vagate
tra venditori di almanacchi, o, leopardianamente, lunari, e analisti
di borsa, tra politici e confezionatori di oroscopi, tra aruspici e
premi Nobel di qualunque caratura ecc.ecc., e vi ritroverete a fare
i conti con fiducia e speranza.
Ora,
benché o proprio perché le due merci sono tra esse collegate, lascerò
qui da parte la speranza per dedicarmi alla fiducia.
Credo
che questa “f” sia oggi più importante in Italia - e sul pianeta, ma
in dosi diverse e quindi pensiamo per il momento a noi - delle tre “f”
che si dice facciano la storia dei popoli, ovvero festa, farina e forca.
Perché? Perché senza fiducia non si campa, o si campa male.
E
oggi in Italia la fiducia è stata assassinata. Ditemi voi in quale luogo,
situazione, classe sociale è sopravvissuta la fiducia per il presente
e per il futuro: al massimo resiste e non sappiamo per quanto ancora
sotto forma di sopravvivenza di tempi passati, quindi rivolta all’indietro.
Resiste in certe famiglie, in alcune province italiane, in alcune sacche
di bisognosi per i quali la solidarietà veste i panni della fiducia.
Ma
non è la fiducia, bensì la sfiducia quella che fa da denominatore italiano
oggi. Non c’è un settore in cui non domini la sfiducia.
Tutti
pensano, per lo più motivatamente, che gli altri li freghino: dall’alto
verso il basso, ma anche dal basso verso l’alto, in politica tra schieramenti
ma anche nello stesso schieramento o partito, sul luogo di lavoro ecc.
Non spenderò più di una parola per ricollegare quanto già detto e quanto
sto per dire con lo status precario dell’informazione: versante scivolosissimo,
se nessuno crede davvero a ciò che legge, sente, vede.
Mai
come oggi è assiomatico che ci sentiamo più o meno tutti fregati, scettici,
diffidenti nei confronti dell’informazione che ci viene propinata.
Ormai,
benché apparentemente travolti dalla quantità, a un minimo di riflessione
quasi tutti quasi sempre conveniamo di non sapere in realtà molto più
di nulla. Non credo (temo) di dover dettagliare di più: casomai aspetto
significative e quantitative dimostrazioni che mi sbaglio. Vado agli
estremi, prendendo lo spunto da ciò che va per la maggiore: i sentimenti?
No, i numeri. E’ una società sempre più numerica, sempre più - appunto
- quantitativa, ne fanno fede ogni giorno i mezzi di comunicazione di
massa (terminologia numerica), persino la cifra di chi legge queste
righe conta assai di più dell’identità del lettore (errore, però, almeno
in parte: in futuro grazie anche ad Internet vorrò sapere chi legge
almeno quanto mi interessa che siano i più numerosi possibili).
Ebbene,
ci sono società di controllo delle aziende, società di revisori contabili,
società che vistano la sincerità di bilanci ecc. Ne scelgo una, famosa,
a caso, la Arthur Andersen, perché me ne piace, toh!, il nome, mi fa
pensare naturalmente alle fiabe. Alla Arthur Andersen è affidato il
compito di farci avere fiducia, grazie ad un controllo, nei numeri che
qualcuno dichiara.
Si
presuppone dunque che noi si debba avere fiducia nei revisori, se non
abbiamo fiducia nell’impresa X o nella società Y. Ecco, se io non ho
fiducia nella Arthur Andersen, va tutto a scatafascio, perché ci deve
dunque essere una Arthur Andersen che revisioni la Arthur Andersen,
e così via, teoricamente all’infinito. Chi mi dice insomma dove comincia
la fiducia, a partire da chi, da dove, da quando mi posso ragionevolmente
fidare? Ecco, credo che questo millennio nasca all’insegna del massimo
della sfiducia, perché è stato dilapidato un capitale (ironia del linguaggio)
di fiducia che durava nei secoli, e che il XX secolo ha speso e poi
polverizzato.
Adesso
la domanda sarebbe: da dove si riparte per ricostruire le fondamenta
di una fiducia, di una casa comune, prima che la sfiducia stermini dopo
la fiducia anche il pianeta? E per restare in Italia, non è questo il
primo problema, che supera di gran lunga quello del lavoro e della casa,
del traffico e della sanità, ecc., perché li contiene tutti?
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