Anno XVII - n.02-2001

 

 

 

 

 

Oliviero Beha

Lo so, se c’è una tematica spesso avariata, noiosa e - come si dice -”autoreferenziale”, è l’informazione sull’informazione: eppure sempre di più sarà necessario riflettere su che cosa sia diventata, sulle sue contraddizioni più profonde, sulla sua anima marcente.

A cominciare magari da quell’humus che, se condiviso, crea le condizioni perché informatore e informato si trovino sulla stessa terraferma: dico la fiducia, nocciolo duro della comunicazione. Se non mi fido di te, di quello che mi dici o scrivi, siamo già un bel po’ avanti sulla strada dell’adulterazione dello scambio, no? Ebbene, su questo la prendo alla larga. Le due merci più pubblicizzate all’inizio del III millennio, come del resto a ogni capodanno, sono state fiducia e speranza: vagate tra venditori di almanacchi, o, leopardianamente, lunari, e analisti di borsa, tra politici e confezionatori di oroscopi, tra aruspici e premi Nobel di qualunque caratura ecc.ecc., e vi ritroverete a fare i conti con fiducia e speranza.

Ora, benché o proprio perché le due merci sono tra esse collegate, lascerò qui da parte la speranza per dedicarmi alla fiducia.

Credo che questa “f” sia oggi più importante in Italia - e sul pianeta, ma in dosi diverse e quindi pensiamo per il momento a noi - delle tre “f” che si dice facciano la storia dei popoli, ovvero festa, farina e forca. Perché? Perché senza fiducia non si campa, o si campa male.

E oggi in Italia la fiducia è stata assassinata. Ditemi voi in quale luogo, situazione, classe sociale è sopravvissuta la fiducia per il presente e per il futuro: al massimo resiste e non sappiamo per quanto ancora sotto forma di sopravvivenza di tempi passati, quindi rivolta all’indietro. Resiste in certe famiglie, in alcune province italiane, in alcune sacche di bisognosi per i quali la solidarietà veste i panni della fiducia.

Ma non è la fiducia, bensì la sfiducia quella che fa da denominatore italiano oggi. Non c’è un settore in cui non domini la sfiducia.

Tutti pensano, per lo più motivatamente, che gli altri li freghino: dall’alto verso il basso, ma anche dal basso verso l’alto, in politica tra schieramenti ma anche nello stesso schieramento o partito, sul luogo di lavoro ecc. Non spenderò più di una parola per ricollegare quanto già detto e quanto sto per dire con lo status precario dell’informazione: versante scivolosissimo, se nessuno crede davvero a ciò che legge, sente, vede.

Mai come oggi è assiomatico che ci sentiamo più o meno tutti fregati, scettici, diffidenti nei confronti dell’informazione che ci viene propinata.

Ormai, benché apparentemente travolti dalla quantità, a un minimo di riflessione quasi tutti quasi sempre conveniamo di non sapere in realtà molto più di nulla. Non credo (temo) di dover dettagliare di più: casomai aspetto significative e quantitative dimostrazioni che mi sbaglio. Vado agli estremi, prendendo lo spunto da ciò che va per la maggiore: i sentimenti? No, i numeri. E’ una società sempre più numerica, sempre più - appunto - quantitativa, ne fanno fede ogni giorno i mezzi di comunicazione di massa (terminologia numerica), persino la cifra di chi legge queste righe conta assai di più dell’identità del lettore (errore, però, almeno in parte: in futuro grazie anche ad Internet vorrò sapere chi legge almeno quanto mi interessa che siano i più numerosi possibili).

Ebbene, ci sono società di controllo delle aziende, società di revisori contabili, società che vistano la sincerità di bilanci ecc. Ne scelgo una, famosa, a caso, la Arthur Andersen, perché me ne piace, toh!, il nome, mi fa pensare naturalmente alle fiabe. Alla Arthur Andersen è affidato il compito di farci avere fiducia, grazie ad un controllo, nei numeri che qualcuno dichiara.

Si presuppone dunque che noi si debba avere fiducia nei revisori, se non abbiamo fiducia nell’impresa X o nella società Y. Ecco, se io non ho fiducia nella Arthur Andersen, va tutto a scatafascio, perché ci deve dunque essere una Arthur Andersen che revisioni la Arthur Andersen, e così via, teoricamente all’infinito. Chi mi dice insomma dove comincia la fiducia, a partire da chi, da dove, da quando mi posso ragionevolmente fidare? Ecco, credo che questo millennio nasca all’insegna del massimo della sfiducia, perché è stato dilapidato un capitale (ironia del linguaggio) di fiducia che durava nei secoli, e che il XX secolo ha speso e poi polverizzato.

Adesso la domanda sarebbe: da dove si riparte per ricostruire le fondamenta di una fiducia, di una casa comune, prima che la sfiducia stermini dopo la fiducia anche il pianeta? E per restare in Italia, non è questo il primo problema, che supera di gran lunga quello del lavoro e della casa, del traffico e della sanità, ecc., perché li contiene tutti?