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Effetto
serra, mucca pazza, esaurimento delle risorse naturali del pianeta:
nuovi problemi angosciano l’umanità e chi dovrebbe portarci fuori dal
guado non è sempre all’altezza
Per
quanto distratta dagli infiniti problemi quotidiani, l’opinione pubblica
comincia a prestare più attenzione a quelli a lungo e medio termine,
cioè alla prospettiva di mutamenti epocali dovuti alla crescente incidenza
dell’azione dell’uomo sulla natura: l’effetto serra, la deforestazione,
l’esplosione di nuove malattie, l’esaurimento delle riserve energetiche,
l’estinzione di sempre nuove specie animali e vegetali, la scarsità
di risorse idriche, le manipolazioni genetiche, perfino certe nuove
invenzioni.
C’è,
quasi sospesa nell’aria, la sensazione che con il 2001 non siamo solo
entrati nel Terzo millennio, ma anche in un’era nuova e piena di incognite;
un’era in cui l’umanità non sarà minacciata tanto dai suoi conflitti
interni, come era sempre accaduto fin qui, ma da forze che essa stessa
ha scatenato e di cui ora ha difficoltà a riprendere il controllo. Non
è che ci sentiamo tutti apprendisti stregoni, ma è certo che buona parte
delle novità che ci spaventano sono frutti indiretti e in parte non
voluti di nostre iniziative. Perfino gli uomini politici, che normalmente
si rifiutano di occuparsi di nodi che verranno al pettine trent’anni
più tardi, quando loro saranno scomparsi dalla scena, hanno cominciato
a mostrare segni tangibili di preoccupazione.
Cominciamo
dall’effetto serra. Fino a dieci anni fa, buona parte della gente lo
considerava una specie di leggenda metropolitana, una ipotesi un po’
fantascientifica che serviva ad alcuni scienziati a ottenere finanziamenti
e far parlare di sé.
L’uomo
della strada era pronto ad ammettere che la terra ha conosciuto molti
cambiamenti di clima e che era perfettamente possibile che se ne stesse
preparando un altro, ma in tempi più o meno biblici e senza alcuna possibilità
da parte dell’uomo di cambiare il corso degli eventi.
Che
le bombole spray potessero provocare buchi nell’ozono, o i gas di scarico
riscaldare l’atmosfera al punto da fare sciogliere i ghiacci polari,
innalzare il livello degli Oceani e produrre drastici cambiamenti di
clima, lo credevano in pochi. Oggi che gli allarmi si susseguono, anche
da parte della Nazioni Unite, e eventi potenzialmente catastrofici sono
previsti a distanza di tempo abbastanza ravvicinata, la gente comincia
a crederci davvero.
Quando
furono firmati, pochissimi sapevano che cosa fossero gli accordi di
Kyoto per la progressiva riduzione dei gas nocivi; adesso che la conferenza
che avrebbe dovuto provvedere ad applicarli è malamente fallita la gente
è inquieta e si interroga sul futuro. Lo scontro tra Stati Uniti, che
pretendono di conteggiare anche gli investimenti ecologici fatti nel
Terzo mondo, e l’Europa che sostiene invece che ogni Paese deve assumersi
l’onere dei tagli, ha fatto discutere anche i non addetti ai lavori.
Di
qui a tenere comportamenti individuali che contribuiscano oggettivamente
a ridurre l’effetto serra ce ne corre: i sacrifici individuali sono
sempre più ardui di quelli collettivi. Ma la diffusione di una coscienza
del fenomeno, non fanatica come quella dei verdi, ma consapevole delle
conseguenze che il surriscaldamento dell’atmosfera potrebbe avere per
i nostri figli, nipoti e pronipoti, dovrebbe far crescere la pressione
sui governanti perché accettino di guardare, per una volta, al di là
del proprio naso.
In
altre parole, l’effetto serra ha cessato di essere un problema di destra
o di sinistra per diventare un Problema con la P maiuscola; e oltre
al cosiddetto popolo di Seattle, investe adesso imprenditori, operatori
turistici, tecnici. Ormai, ogni pioggia più intensa delle altre, ogni
tempesta di vento, ogni anomalia climatica viene attribuita dall’immaginario
collettivo a questo un po’ misterioso effetto serra, anche quando in
realtà si tratta di fenomeni sempre esistiti e neppure gli scienziati
sostengono uno stretto rapporto di causa ad effetto. Conosco gente che
sta andando alle Maldive per vederle almeno una volta prima che l’Oceano
le inghiotta.
Strettamente
collegato a quello dell’effetto serra è l’allarme per la sistematica
distruzione delle foreste equatoriali, autentiche fabbriche di ossigeno
che costituiscono tuttora l’antidoto più efficace contro l’eccessiva
produzione di anidride carbonica: forse una persona su cento ha visto
la deforestazione con i propri occhi, e se non leggesse i giornali e
non guardasse la TV potrebbe anche non accorgersene. Eppure, quando
viene informata che la superficie di questi “polmoni del mondo” diminuisce
dell’1% ogni anno, perché è difficile fermare un business molto redditizio
e i Paesi emergenti hanno bisogno di nuova terra da coltivare per nutrire
una popolazione in continua crescita, si ritrova a chiedersi come sarà
possibile il rinnovo dell’aria che respiriamo tra un secolo, quando
le foreste avranno cessato di esistere.
Paura,
paura, paura: questa sembra essere una delle peculiarità dell’uomo moderno.
Tra i tanti effetti, psicologici, alimentari ed economici, della mucca
pazza, dobbiamo per esempio registrare anche il terrore per una diffusione
incontrollata di un male fin qui sconosciuto, e al momento incurabile,
come la cosiddetta variante della malattia di Creutzfeld-Jacob. Un fenomeno
simile si era già avuto negli anni scorsi con l’AIDS, soprannominato
la peste del duemila, soprattutto perché aveva portato prematuramente
alla tomba personaggi famosi come Rudolf Nureyev o Rock Hudson.
Nel
mondo industrializzato, il timore del nuovo male si è nel frattempo
un po’ attenuata, perché si sono messi meglio a fuoco i meccanismi del
contagio e perché la farmacologia ha trovato il modo -.sia pure a prezzi
altissimi - di prolungare la vita delle vittime.
Ma
chi segue le vicende dell’Africa subsahariana sa che laggiù, ormai da
un quarto a un terzo della popolazione è sieropositiva, che in Paesi
come lo Zambia e lo Zimbabwe l’AIDS ha falciato spietatamente la generazione
dei ventenni e dei trentenni lasciando dietro di sé milioni di orfani,
e che nell’arco dei prossimi cinquant’anni la popolazione della regione
potrebbe addirittura ridursi della metà.
Sull’argomento
si organizzano simposi di scienziati e conferenze internazionali, che
immancabilmente si traducono in grida di allarme. Il fenomeno, tuttavia,
è ormai così diffuso, che un rimedio vero è impossibile. Non solo la
somministrazione dei nuovi farmaci a una popolazione che ha un reddito
pro capite infimo avrebbe costi insostenibili, ma mancano anche i medici
per prescriverli, le strutture per distribuirli, il personale per seguire
i malati. I non molti soldi disponibili verranno perciò destinati non
a curare coloro che sono già infetti e che sono ormai condannati a morte,
ma a limitare una diffusione ulteriore del male mediante la prevenzione.
Avendo
momentaneamente accantonato la psicosi dell’AIDS, l’Europa è adesso
in preda a quella della mucca pazza. Sul piano della logica, si tratta
di un terrore abbastanza irrazionale.
In
Paesi che consumano ogni anno centinaia di miliardi di sigarette, benché
sui pacchetti ci sia stampato che esse rappresentano una grave minaccia
per la salute e sia statisticamente provato che decine di migliaia di
fumatori muoiono ogni anno di cancro al polmone, la gente ha tagliato
da un giorno o l’altro il consumo di carne del 20, 30, 40, perfino del
50 per cento per paura di un contagio tuttora estremamente improbabile.
In Gran Bretagna, dove la mucca pazza è esplosa per prima, gli individui
morti per la variante della Creutzfeld-Jacob sono stati meno di cento
in quindici anni, e in tutto il resto dell’Europa si contano sulle dita
di una mano.
E’
vero che, secondo gli scienziati, l’incubazione della malattia dura
da 5 a 30 trent’anni, e che perciò in teoria potremmo già essere tutti
portatori. E’ anche vero che, per quanto se ne è visto in TV, la morte
da mucca pazza è piuttosto orribile. Ma, da quel poco che sappiamo sui
meccanismi di trasmissione del male, sembrerebbe che il rischio di contrarla
sia, per gli esseri umani, molto molto basso, e che mangiare carne bovina
non sia per il momento più pericoloso che andare in motocicletta.
Il
fatto è che, mentre chi va in motocicletta crede (erroneamente) di essere
in controllo, nel rapporto con la carne bovina è subentrato, anche in
seguito all’azione allarmistica dei media, quella che all’inizio ho
chiamato la paura dell’ignoto. Nella mente dei consumatori si sovrappongono
concetti allarmanti: la polemica sui cibi transgenici, il disagio per
avere trasformato i bovini da erbivori in carnivori, il timore (peraltro
alimentato, un po’ irresponsabilmente, anche dalla FAO) di avere innescato
un meccanismo infernale che finirà con il contagiare il mondo intero.
Nel
dubbio, si mangia pollo, in attesa che mucca pazza esca dalle cronache
e che un’altra paura collettiva la soppianti. Non ci sono solo l’effetto
serra ed i timori di epidemie ad angosciarci. C’è anche una paura più
concreta, sollevata per la prima volta dal cosiddetto “Club di Roma”
quasi cinquant’anni fa, accantonata per un certo periodo e riemersa
di recente: che l’uomo, rincorrendo il Dio sviluppo, stia dando fondo
troppo velocemente alle risorse del pianeta, con il risultato che le
generazioni future si ritroveranno senza idrocarburi, senza acqua, forse
senza altre cose difficilmente sostituibili. Qui usciamo dal regno dell’irrazionale
per tornare su quello, molto più solido, delle previsioni economiche.
E’
vero che la paura di restare senza petrolio si affacciò già negli anni
Settanta, quando arrivò la prima grande ondata di rincari, e che le
intensificate ricerche che seguirono quello shock hanno permesso di
ricostituire riserve sufficienti per almeno una generazione. Ma ora
che stiamo imparando a ragionare su tempi più lunghi, non possiamo fare
a meno di chiederci che cosa accadrà dopo, quando avremo davvero raschiato
il fondo del barile.
Dovremo
tornare al nucleare, avremo le auto all’idrogeno, la tecnologia avrà
reso più sfruttabili vento e sole? Con la fiducia che la gente nutre
ormai in un eterno progresso, la maggioranza tende a rispondere di sì,
ma non può essere sicura. Lo stesso vale per la scarsità di acqua dolce,
che già affligge molti Paesi del Terzo mondo e che gli organismi internazionali
cominciano a pronosticare anche per quello industrializzato. Potremmo,
è la risposta, sempre desalinizzare quella del mare.
Ma
con quale energia? E come faremo a farla arrivare a migliaia di chilometri
all’interno? Finora l’uomo è sempre riuscito a scacciare queste paure,
razionali e irrazionali, grazie al progresso scientifico e tecnologico.
Ha trovato rimedi contro le nuove malattie, sta cambiando i processi
industriali troppo inquinanti, reperisce nuove riserve di energie nelle
viscere della terra a profondità fino a ieri inaccessibili. Quando si
è prospettata la possibilità che non riuscissimo più a nutrire tutta
la popolazione della terra, abbiamo inventato i cibi transgenici, la
pianta di riso che rende tre volte tanto, nuovi fertilizzanti più efficaci.
Nella eterna battaglia per la salute ci siamo avventurati da alcuni
anni per sentieri sconosciuti, come quello della clonazione, che hanno
suscitato a loro volta nuove paure.
Adesso
ci stiamo preparando a sostituire uno dei re del XX secolo, il motore
a scoppio, con qualcosa di completamente rivoluzionario. Ci siamo tutti
tuffati con entusiasmo nel mondo di Internet, anche se solo una minoranza
di noi capisce davvero come funziona. Ma proprio perché tante cose sono
difficili da comprendere, tutto ci lascia addosso un senso di inquietudine.
La
vera incognita è se saremo all’altezza delle nuove sfide e chi dovrà
farsene carico. Personalmente, non condivido affatto le proteste contro
la globalizzazione, i tentativi anche violenti di fermare il progresso
e di congelare, per così dire il mondo. Ma non si può negare che questo
progresso ha creato nuovi problemi per cui non siamo bene attrezzati.
Assistiamo a una evidente confusione di competenze, per non dire a continui
conflitti di potere.
E’
evidente, per esempio, che in assenza del mitico governo mondiale in
grado di farsi carico dei problemi del pianeta la responsabilità di
applicare gli accordi di Kyoto ricade sui singoli governi nazionali;
ma, per mantenere i loro impegni, questi devono combattere contro interessi
potentissimi e impegnare milioni di miliardi. Per alcuni sarà più facile,
per altri pressoché impossibile, con il risultato che si sta perdendo
moltissimo tempo.
C’è
poi il conflitto, peraltro non nuovo, tra scienza e religione, e in
certi casi perfino tra scienza e morale comune. Fino dove possiamo spingerci
nelle manipolazioni genetiche, nelle procreazioni assistite, nelle pratiche
della nuova frontiera? E’ indubbio che oggi come oggi la scienza sarebbe
in grado di risolvere molti problemi, ma anche in questo caso interviene
la paura del nuovo a bloccarla, come accade per i cibi transgenici,
che non risulta abbiano finora fatto male a nessuno ma che milioni di
persone si rifiutano di mangiare.
Non
c’è alcun dubbio che il XXI secolo ha il potenziale per diventare il
migliore nella storia dell’umanità.
Dobbiamo
tuttavia evitare di correre troppo in fredda, rallentare alle curve
e se il motore comincia ad imballarsi, provvedere in tempo.
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