Anno XVII -n.02-2001

 

 

 

 

 

Livio Caputo

Effetto serra, mucca pazza, esaurimento delle risorse naturali del pianeta: nuovi problemi angosciano l’umanità e chi dovrebbe portarci fuori dal guado non è sempre all’altezza

Per quanto distratta dagli infiniti problemi quotidiani, l’opinione pubblica comincia a prestare più attenzione a quelli a lungo e medio termine, cioè alla prospettiva di mutamenti epocali dovuti alla crescente incidenza dell’azione dell’uomo sulla natura: l’effetto serra, la deforestazione, l’esplosione di nuove malattie, l’esaurimento delle riserve energetiche, l’estinzione di sempre nuove specie animali e vegetali, la scarsità di risorse idriche, le manipolazioni genetiche, perfino certe nuove invenzioni.

C’è, quasi sospesa nell’aria, la sensazione che con il 2001 non siamo solo entrati nel Terzo millennio, ma anche in un’era nuova e piena di incognite; un’era in cui l’umanità non sarà minacciata tanto dai suoi conflitti interni, come era sempre accaduto fin qui, ma da forze che essa stessa ha scatenato e di cui ora ha difficoltà a riprendere il controllo. Non è che ci sentiamo tutti apprendisti stregoni, ma è certo che buona parte delle novità che ci spaventano sono frutti indiretti e in parte non voluti di nostre iniziative. Perfino gli uomini politici, che normalmente si rifiutano di occuparsi di nodi che verranno al pettine trent’anni più tardi, quando loro saranno scomparsi dalla scena, hanno cominciato a mostrare segni tangibili di preoccupazione.

Cominciamo dall’effetto serra. Fino a dieci anni fa, buona parte della gente lo considerava una specie di leggenda metropolitana, una ipotesi un po’ fantascientifica che serviva ad alcuni scienziati a ottenere finanziamenti e far parlare di sé.

L’uomo della strada era pronto ad ammettere che la terra ha conosciuto molti cambiamenti di clima e che era perfettamente possibile che se ne stesse preparando un altro, ma in tempi più o meno biblici e senza alcuna possibilità da parte dell’uomo di cambiare il corso degli eventi.

Che le bombole spray potessero provocare buchi nell’ozono, o i gas di scarico riscaldare l’atmosfera al punto da fare sciogliere i ghiacci polari, innalzare il livello degli Oceani e produrre drastici cambiamenti di clima, lo credevano in pochi. Oggi che gli allarmi si susseguono, anche da parte della Nazioni Unite, e eventi potenzialmente catastrofici sono previsti a distanza di tempo abbastanza ravvicinata, la gente comincia a crederci davvero.

Quando furono firmati, pochissimi sapevano che cosa fossero gli accordi di Kyoto per la progressiva riduzione dei gas nocivi; adesso che la conferenza che avrebbe dovuto provvedere ad applicarli è malamente fallita la gente è inquieta e si interroga sul futuro. Lo scontro tra Stati Uniti, che pretendono di conteggiare anche gli investimenti ecologici fatti nel Terzo mondo, e l’Europa che sostiene invece che ogni Paese deve assumersi l’onere dei tagli, ha fatto discutere anche i non addetti ai lavori.

Di qui a tenere comportamenti individuali che contribuiscano oggettivamente a ridurre l’effetto serra ce ne corre: i sacrifici individuali sono sempre più ardui di quelli collettivi. Ma la diffusione di una coscienza del fenomeno, non fanatica come quella dei verdi, ma consapevole delle conseguenze che il surriscaldamento dell’atmosfera potrebbe avere per i nostri figli, nipoti e pronipoti, dovrebbe far crescere la pressione sui governanti perché accettino di guardare, per una volta, al di là del proprio naso.

In altre parole, l’effetto serra ha cessato di essere un problema di destra o di sinistra per diventare un Problema con la P maiuscola; e oltre al cosiddetto popolo di Seattle, investe adesso imprenditori, operatori turistici, tecnici. Ormai, ogni pioggia più intensa delle altre, ogni tempesta di vento, ogni anomalia climatica viene attribuita dall’immaginario collettivo a questo un po’ misterioso effetto serra, anche quando in realtà si tratta di fenomeni sempre esistiti e neppure gli scienziati sostengono uno stretto rapporto di causa ad effetto. Conosco gente che sta andando alle Maldive per vederle almeno una volta prima che l’Oceano le inghiotta.

Strettamente collegato a quello dell’effetto serra è l’allarme per la sistematica distruzione delle foreste equatoriali, autentiche fabbriche di ossigeno che costituiscono tuttora l’antidoto più efficace contro l’eccessiva produzione di anidride carbonica: forse una persona su cento ha visto la deforestazione con i propri occhi, e se non leggesse i giornali e non guardasse la TV potrebbe anche non accorgersene. Eppure, quando viene informata che la superficie di questi “polmoni del mondo” diminuisce dell’1% ogni anno, perché è difficile fermare un business molto redditizio e i Paesi emergenti hanno bisogno di nuova terra da coltivare per nutrire una popolazione in continua crescita, si ritrova a chiedersi come sarà possibile il rinnovo dell’aria che respiriamo tra un secolo, quando le foreste avranno cessato di esistere.

Paura, paura, paura: questa sembra essere una delle peculiarità dell’uomo moderno. Tra i tanti effetti, psicologici, alimentari ed economici, della mucca pazza, dobbiamo per esempio registrare anche il terrore per una diffusione incontrollata di un male fin qui sconosciuto, e al momento incurabile, come la cosiddetta variante della malattia di Creutzfeld-Jacob. Un fenomeno simile si era già avuto negli anni scorsi con l’AIDS, soprannominato la peste del duemila, soprattutto perché aveva portato prematuramente alla tomba personaggi famosi come Rudolf Nureyev o Rock Hudson.

Nel mondo industrializzato, il timore del nuovo male si è nel frattempo un po’ attenuata, perché si sono messi meglio a fuoco i meccanismi del contagio e perché la farmacologia ha trovato il modo -.sia pure a prezzi altissimi - di prolungare la vita delle vittime.

Ma chi segue le vicende dell’Africa subsahariana sa che laggiù, ormai da un quarto a un terzo della popolazione è sieropositiva, che in Paesi come lo Zambia e lo Zimbabwe l’AIDS ha falciato spietatamente la generazione dei ventenni e dei trentenni lasciando dietro di sé milioni di orfani, e che nell’arco dei prossimi cinquant’anni la popolazione della regione potrebbe addirittura ridursi della metà.

Sull’argomento si organizzano simposi di scienziati e conferenze internazionali, che immancabilmente si traducono in grida di allarme. Il fenomeno, tuttavia, è ormai così diffuso, che un rimedio vero è impossibile. Non solo la somministrazione dei nuovi farmaci a una popolazione che ha un reddito pro capite infimo avrebbe costi insostenibili, ma mancano anche i medici per prescriverli, le strutture per distribuirli, il personale per seguire i malati. I non molti soldi disponibili verranno perciò destinati non a curare coloro che sono già infetti e che sono ormai condannati a morte, ma a limitare una diffusione ulteriore del male mediante la prevenzione.

Avendo momentaneamente accantonato la psicosi dell’AIDS, l’Europa è adesso in preda a quella della mucca pazza. Sul piano della logica, si tratta di un terrore abbastanza irrazionale.

In Paesi che consumano ogni anno centinaia di miliardi di sigarette, benché sui pacchetti ci sia stampato che esse rappresentano una grave minaccia per la salute e sia statisticamente provato che decine di migliaia di fumatori muoiono ogni anno di cancro al polmone, la gente ha tagliato da un giorno o l’altro il consumo di carne del 20, 30, 40, perfino del 50 per cento per paura di un contagio tuttora estremamente improbabile. In Gran Bretagna, dove la mucca pazza è esplosa per prima, gli individui morti per la variante della Creutzfeld-Jacob sono stati meno di cento in quindici anni, e in tutto il resto dell’Europa si contano sulle dita di una mano.

E’ vero che, secondo gli scienziati, l’incubazione della malattia dura da 5 a 30 trent’anni, e che perciò in teoria potremmo già essere tutti portatori. E’ anche vero che, per quanto se ne è visto in TV, la morte da mucca pazza è piuttosto orribile. Ma, da quel poco che sappiamo sui meccanismi di trasmissione del male, sembrerebbe che il rischio di contrarla sia, per gli esseri umani, molto molto basso, e che mangiare carne bovina non sia per il momento più pericoloso che andare in motocicletta.

Il fatto è che, mentre chi va in motocicletta crede (erroneamente) di essere in controllo, nel rapporto con la carne bovina è subentrato, anche in seguito all’azione allarmistica dei media, quella che all’inizio ho chiamato la paura dell’ignoto. Nella mente dei consumatori si sovrappongono concetti allarmanti: la polemica sui cibi transgenici, il disagio per avere trasformato i bovini da erbivori in carnivori, il timore (peraltro alimentato, un po’ irresponsabilmente, anche dalla FAO) di avere innescato un meccanismo infernale che finirà con il contagiare il mondo intero.

Nel dubbio, si mangia pollo, in attesa che mucca pazza esca dalle cronache e che un’altra paura collettiva la soppianti. Non ci sono solo l’effetto serra ed i timori di epidemie ad angosciarci. C’è anche una paura più concreta, sollevata per la prima volta dal cosiddetto “Club di Roma” quasi cinquant’anni fa, accantonata per un certo periodo e riemersa di recente: che l’uomo, rincorrendo il Dio sviluppo, stia dando fondo troppo velocemente alle risorse del pianeta, con il risultato che le generazioni future si ritroveranno senza idrocarburi, senza acqua, forse senza altre cose difficilmente sostituibili. Qui usciamo dal regno dell’irrazionale per tornare su quello, molto più solido, delle previsioni economiche.

E’ vero che la paura di restare senza petrolio si affacciò già negli anni Settanta, quando arrivò la prima grande ondata di rincari, e che le intensificate ricerche che seguirono quello shock hanno permesso di ricostituire riserve sufficienti per almeno una generazione. Ma ora che stiamo imparando a ragionare su tempi più lunghi, non possiamo fare a meno di chiederci che cosa accadrà dopo, quando avremo davvero raschiato il fondo del barile.

Dovremo tornare al nucleare, avremo le auto all’idrogeno, la tecnologia avrà reso più sfruttabili vento e sole? Con la fiducia che la gente nutre ormai in un eterno progresso, la maggioranza tende a rispondere di sì, ma non può essere sicura. Lo stesso vale per la scarsità di acqua dolce, che già affligge molti Paesi del Terzo mondo e che gli organismi internazionali cominciano a pronosticare anche per quello industrializzato. Potremmo, è la risposta, sempre desalinizzare quella del mare.

Ma con quale energia? E come faremo a farla arrivare a migliaia di chilometri all’interno? Finora l’uomo è sempre riuscito a scacciare queste paure, razionali e irrazionali, grazie al progresso scientifico e tecnologico. Ha trovato rimedi contro le nuove malattie, sta cambiando i processi industriali troppo inquinanti, reperisce nuove riserve di energie nelle viscere della terra a profondità fino a ieri inaccessibili. Quando si è prospettata la possibilità che non riuscissimo più a nutrire tutta la popolazione della terra, abbiamo inventato i cibi transgenici, la pianta di riso che rende tre volte tanto, nuovi fertilizzanti più efficaci. Nella eterna battaglia per la salute ci siamo avventurati da alcuni anni per sentieri sconosciuti, come quello della clonazione, che hanno suscitato a loro volta nuove paure.

Adesso ci stiamo preparando a sostituire uno dei re del XX secolo, il motore a scoppio, con qualcosa di completamente rivoluzionario. Ci siamo tutti tuffati con entusiasmo nel mondo di Internet, anche se solo una minoranza di noi capisce davvero come funziona. Ma proprio perché tante cose sono difficili da comprendere, tutto ci lascia addosso un senso di inquietudine.

La vera incognita è se saremo all’altezza delle nuove sfide e chi dovrà farsene carico. Personalmente, non condivido affatto le proteste contro la globalizzazione, i tentativi anche violenti di fermare il progresso e di congelare, per così dire il mondo. Ma non si può negare che questo progresso ha creato nuovi problemi per cui non siamo bene attrezzati. Assistiamo a una evidente confusione di competenze, per non dire a continui conflitti di potere.

E’ evidente, per esempio, che in assenza del mitico governo mondiale in grado di farsi carico dei problemi del pianeta la responsabilità di applicare gli accordi di Kyoto ricade sui singoli governi nazionali; ma, per mantenere i loro impegni, questi devono combattere contro interessi potentissimi e impegnare milioni di miliardi. Per alcuni sarà più facile, per altri pressoché impossibile, con il risultato che si sta perdendo moltissimo tempo.

C’è poi il conflitto, peraltro non nuovo, tra scienza e religione, e in certi casi perfino tra scienza e morale comune. Fino dove possiamo spingerci nelle manipolazioni genetiche, nelle procreazioni assistite, nelle pratiche della nuova frontiera? E’ indubbio che oggi come oggi la scienza sarebbe in grado di risolvere molti problemi, ma anche in questo caso interviene la paura del nuovo a bloccarla, come accade per i cibi transgenici, che non risulta abbiano finora fatto male a nessuno ma che milioni di persone si rifiutano di mangiare.

Non c’è alcun dubbio che il XXI secolo ha il potenziale per diventare il migliore nella storia dell’umanità.

Dobbiamo tuttavia evitare di correre troppo in fredda, rallentare alle curve e se il motore comincia ad imballarsi, provvedere in tempo.