Anno XVII - n.02-2001

 

 

 

 

 

Giulio Nascimbeni

E'arrivato il 2001, e poco o nulla dell'avventura spaziale dell'uomo assomiglia a quella immaginata dallo scrittore inglese Arthur Charles Clarke e resa celebre da "2001: Odissea nello spazio", il film, uscito nel 1968, di Stanley Kubrick (1928-1999).

Un giornale americano si è preso la briga di notare come molte delle previsioni di Clarke - che lavorò quattro anni con Kubrick per scrivere la sceneggiatura del film - si siano rivelate sbagliate.

Ma credo sia giusto rammentare quale storia (anzi, quali storie) venivano raccontate in quello che è considerato un capolavoro assoluto del cinema di fantascienza. L'inizio è all'alba dell'umanità. Un gruppo di scimmie vegetariane, in lotta per il possesso d'una pozza d'acqua con le rivali scimmie carnivore, scopre una lastra geometricamente perfetta di pietra, un misterioso monolite nero. Una scimmia si serve di un osso come arma e uccide.

Quattro milioni di anni dopo, appunto nel 2001, uno scienziato americano va sulla luna perchè vi è stato trovato un monolite nero che emette segnali indirizzati verso il pianeta Giove.

Bisogna andare là per dare una spiegazione all'arcano, e così parte con destinazione Giove l'astronave "Discovery", che reca a bordo gli astronauti Frank Poole e David Bowman, insieme a tre scienziati in stato d'ibernazione.

La "Discovery" è guidata dal sofisticatissimo computer parlante Hal 9000. Durante il viaggio, Hal si ribella, provoca con una falsa informazione la morte di Frank Poole e tronca la vita dei tre uomini ibernati. Il delirio d'onnipotenza di Hal è fermato da David Bowman che riesce a disattivarlo.

Bowman prosegue il volo, incontra il monolite nero su Giove, ma viene risucchiato in una nuova dimensione spazio-temporale che lo fa arrivare in una stanza settecentesca dove, invecchiatissimo, rivede il monolite e rinasce diventando un feto che fluttua sopra la terra. Ispirata da un racconto di Clarke scritto nel 1948, "2001: Odissea nello spazio" racconta una vicenda ardua e molto visionaria, dominata dalla presenza del monolite nero, che è stato variamente interpretato come un simbolo di Dio o degli extraterrestri o di un'imprecisata forza cosmica.

Oltre all'impiego strepitoso dei colori (ispirato al regista anche dall'uso di allucinogeni), il successo del film di Kubrick fu anche dovuto alla colonna sonora con musiche di Richard Strauss (l'inizio del poema sinfonico "Così parlò Zarathustra"), Johann Strauss, Aram Khacaturjan e Gyorgy Ligeti. Torniamo al nostro inizio.

Quali sono le previsioni sbagliate di Clarke e di Kubrick? Nessuna compagnia aerea porta i passeggeri nello spazio e nessuna multinazionale ha ancora aperto alberghi spaziali. La stazione spaziale è, nella realtà attuale, un gelido modulo con ali ricoperte di pannelli solari e non certamente l'accogliente ed elegante "doppia ruota" che si vede nel film.

E poi c'è Hal, il terribile computer parlante che decide di sabotare la missione della "Discovery". Nonostante i progressi indiscutibili ottenuti in questo campo, nulla del genere è stato ancora sviluppato, anche se gli elaboratori che viaggiano oggi nello spazio sono molto più piccoli di Hal. Ma qualcuna delle previsioni del film si è avverata.

Prodotto nel 1968, in piena "guerra fredda", "2001, Odissea nello spazio" mostrava astronauti americani e russi che lavoravano insieme: nessuno all'epoca lo avrebbe mai immaginato. Inoltre, la cabina di pilotaggio della "Discovery" è piena di schermi come lo "Shuttle" di oggi, mentre allora le cabine dei vettori spaziali erano piene di contatori e di manometri. A questo punto, viene spontanea una domanda: perchè hanno successo, e se ne discute per anni, film come "2001: Odissea nello spazio", "Guerre stellari" di George Lucas, "Incontri ravvicinati del terzo tipo" di Steven Spielberg?

L'ipotesi più accreditata sembra questa: si è reso inevitabile un ampliamento dei margini dell'avventura, essendo troppo diminuita la razione di avventura concessa all'uomo moderno.

La domanda continua ad essere; dove spostare le rassicuranti colonne d'Ercole oltre le quali, come ha scrittto un poeta "cominciano i turbini, i mostri, le luminose Atlantidi"?

Prima di Verne, di Wells, di Asimov, di Bradbury e di Clarke, la risposta è stata data dal genio di Baudelaire: "N'importe où, hors de ce monde !", "non importa dove, importa che sia fuori da questo mondo !".

E' difficile stabilire se questo sia l'indice di una specie di spiritualizzazione dell'universo o una reazione inconscia allo "spazio curvo" teorizzato da Einstein o una delle tante liturgie che celebrano la fede nella scienza.

Tutto si è svolto secondo una regola non scritta: non appena si sono raggiunti i limiti estremi del globo terrestre ed essi sono apparsi come inamovibili segnali di confine, è tornata a primeggiare la fantasia. Attenzione, però: la fantasia non è più, come in altre epoche, il varco verso mitici regni o isole del felice oblio. Nel mondo che ha visto Lager e Gulag, nel mondo in cui la ragione è stata condannata alle ombre di lunghe notti e di sonni quasi mortali, la fantasia è diventata "un impasto di speranza e di terrore, di entusiasmo e di thrilling".

La fantasia è costretta, per obbedienza alla sua stessa natura, a guardare al cosmo e al futuro, ma anche là, nelle infinite distanze spaziali e temporali, trasferisce le dittature, le leggi spietate, gli spaventevoli automatismi, l'indifferenza del progresso. Eppure, non resta altra via, forse per provare che "la fisica può sognare non meno della metafisica".

Qualsiasi agenzia turistica ci fa velocemente arrivare dove un tempo andavano soltanto gli esploratori e i mitici navigatori. Rimane soltanto il viaggio immaginario, una voglia sedentaria di vertiginosi sorvoli.

Al fondo dei ricorrenti discorsi e delle varie ipotesi sulle apparizioni dei dischi volanti, c'è un'ansia d'ignoto. Rileggiamo la poetica profezia di uno scrittore: "Forse l'anima di oggi insegue anche questa speranza: che il silenzio infinito degli spazi, il quale sgomentava Pascal, alla fine si desti e risponda.

L'uomo è stanco di sentirsi solo in un universo vuoto". Voglio ricordare che lo slogan con cui fu lanciato il film "Incontri ravvicinati del terzo tipo" diceva: "Noi non siamo soli".