|
In
Italia il teatro di fine Ottocento - inizio Novecento presentò una dimensione
locale ben caratterizzata da testi dialettali.
Essi
rappresentarono, in alcune regioni, una proposta teatrale che suscitò
nel pubblico interesse e grande seguito.
Gli
autori che si dedicarono a creare queste opere, quasi sempre furono
di buona levatura ed ottennero risultati di qualità, avendo optato per
il dialetto onde guadagnare maggiore espressività linguistica.
Eduardo
Scarpetta (Napoli 1854-1925) si dedicò fin da giovanissimo
al teatro in vernacolo esordendo come atore nel 1868. Grazie alle sue
esperienze professionali già nel 1870 creò il personaggio di Felice
Sciosciammocca, con il quale raggiunse la grande notorietà.
Eduardo
Scarpetta, tra l'altro, fu il padre naturale di Titina, Eduardo e Peppino
De Filippo, e a loro passò il testimone della sua arte. Dal 1880 egli
attuò una riforma del teatro in lingua napoletana, costringendo i diversi
personaggi a riferirsi con precisione al testo scritto, fatto che in
precedenza era lasciato per lo più all'improvvisazione del singolo interprete
o al caso. Numerose sue commedie furono liberamente tratte o rielaborate
dal teatro francese da "vaudeville".
Dei
vari testi di Scarpetta ricordiamo Lo Scarfietto (1881), Santarella
(1889) e l'arcinota Miseria e nobiltà (1888).
Quest'ultima
è sicuramente il suo capolavoro, opera che si distingue per l'incredibile
vivezza del dialogo e del ritmo, che l'autore attribuisce alla vicenda
narrata. Essa segue le vicissitudini di Pascale, salassatore ambulante,
sempre più in crisi per l'avvento della medicina ufficiale.
Egli
divide la propria povertà con la moglie Concetta e con la figlia Pupella,
con l'amico coinquilino Felice Sciosciammocca, scrivano nella pubblica
via, rovinato dal diffondersi dell'istruzione obbligatoria, con Luisella,
la sua convivente, e Peppeniello, figlio del Sciosciammocca.
Tutti
versano in condizioni di estrema indigenza. Luigino, giovane facoltoso,
figlio di Don Gaetano, ex-cuoco arricchitosi grazie al lascito del proprio
padrone, ama Pupella e si ripromette di parlare con Pascale, il padre
della ragazza. Parallelamente il marchesino Eugenio viene a chiedere
un favore: egli ama perdutamente la figlia di Don Gaetano, il quale
intende concedergli la mano della figlia solo quando il padre e la zia
nobili di Eugenio manifestino il loro assenso con una visita ufficiale.
Il
marchesino propone a Pascale e a tutti gli altri di impersonare questi
nobili e, in tal senso, mangiare a sazietà forse anche per più giorni.
La proposta viene accettata da tutti con entusiasmo. In casa di Don
Gaetano, in occasione del compleanno di Gemma, sorella di Luigino, faranno
la loro comparsa i falsi aristocratici. Arriverà anche Luigino, sorpreso
di trovare a casa l'amata Pupella, sotto le spoglie della contessina
del Pero.
La
parte più spassosa della commedia è l'interpretazione dei nobili da
parte di popolani affamati di fronte a Don Gaetano che, per fortuna,
non conosce a fondo modi ed etichetta dell'aristocrazia. Gli equivoci
imperversano, le "gaffe" si sommano e la vis comica permea le scene.
Nemmeno l'arrivo dei veri nobili sovvertirà il lieto fine: il marchesino
convolerà a nozze con l'amata Gemma, Luigino sposerà Pupella e tutti
si riuniranno alle famiglie, con l'allontanamento della convivente Luisella
e il ritorno della moglie di Sciosciammocca.
Mentre
Scarpetta rappresentava con intenti comici un teatro leggero, non certo
prodotto di una cultura libresca, Salvatore
Di Giacomo (Napoli 1860 -1934) era, invece, autore di testo
eruditi tratti da novelle o da un gruppo di sonetti.
Egli
si contrappose violentemente con un' azione polemica al teatro imitativo
francese di Scarpetta, proponendo drammi di passioni primitive, dove
nei personaggi prevale l'istintività, a scapito, talvolta, di una analisi
psicologica profonda. Ma laddove attorno al protagonista l'atmosfera
rimane inespressa o non ben delineata, lì finisce per crearsi quel quid
in più, che fa di questo autore uno dei drammaturghi di spicco del teatro
partenopeo. Anche Di Giacomo si pone come scrittore teatrale in vernacolo,
la lingua autentica in cui gli attori, calandosi nei personaggi, trasportano
la realtà di ogni giorno sulle tavole del palcoscenico.
Per
il teatro scrive 'O voto (1889), 'O mese mariano (1898)
e la più nota Assunta Spina (1909). Tutti e tre i testi sono
connotati da elementi comuni: il brusio della folla, la preferenza per
i casi pietosi, la passione che stravolge la mente e porta a compiere
l'omicidio.
Così
si attua il dramma che conduce a un finale sempre commovente. Il dialetto
partenopeo, normalmente parlato dalle facse più povere, diviene lingua
immediata, spontanea, solo attraverso un'attenta osservazione del costume
e pensiero popolare.
In
"Assunta Spina" Michele, ingelositosi, ha sfregiato una giovane stiratrice,
l'amata Assunta, e per questo viene portato in giudizio. Assistiamo
al processo nel primo atto: anche se la donna ritratta per amore, Michele
viene condannato a due anni di reclusione.
Dopo
la sentenza, Assunta si sente perduta, non sapendo se Michele resterà
a Napoli o se verrà trasferito chissà dove. Interviene Federigo, che
in cambio dei favori della donna , evita il trasferimento. I due anni
quasi passano e intanto la relazione con Federigo è proseguita.
Assunta
però sente sempre di appartenere a Michele, che in seguito a buona condotta
viene scarcerato e torna a casa. Da principio Michele mostra quasi indifferenza
per la tresca della sua donna, ma Assunta riesce a stravolgere d'ira
e gelo sia la mente dell'amato fino a spingerlo ad uccidere Federigo,
a coltellate. Poi la fuga. Allora Assunta, per salvare Michele, si accusa
di omicidio.
|