Anno XVII - n.02-2001

 

 

 

 

 

Franco Manzoni

In Italia il teatro di fine Ottocento - inizio Novecento presentò una dimensione locale ben caratterizzata da testi dialettali.

Essi rappresentarono, in alcune regioni, una proposta teatrale che suscitò nel pubblico interesse e grande seguito.

Gli autori che si dedicarono a creare queste opere, quasi sempre furono di buona levatura ed ottennero risultati di qualità, avendo optato per il dialetto onde guadagnare maggiore espressività linguistica.

Eduardo Scarpetta (Napoli 1854-1925) si dedicò fin da giovanissimo al teatro in vernacolo esordendo come atore nel 1868. Grazie alle sue esperienze professionali già nel 1870 creò il personaggio di Felice Sciosciammocca, con il quale raggiunse la grande notorietà.

Eduardo Scarpetta, tra l'altro, fu il padre naturale di Titina, Eduardo e Peppino De Filippo, e a loro passò il testimone della sua arte. Dal 1880 egli attuò una riforma del teatro in lingua napoletana, costringendo i diversi personaggi a riferirsi con precisione al testo scritto, fatto che in precedenza era lasciato per lo più all'improvvisazione del singolo interprete o al caso. Numerose sue commedie furono liberamente tratte o rielaborate dal teatro francese da "vaudeville".

Dei vari testi di Scarpetta ricordiamo Lo Scarfietto (1881), Santarella (1889) e l'arcinota Miseria e nobiltà (1888).

Quest'ultima è sicuramente il suo capolavoro, opera che si distingue per l'incredibile vivezza del dialogo e del ritmo, che l'autore attribuisce alla vicenda narrata. Essa segue le vicissitudini di Pascale, salassatore ambulante, sempre più in crisi per l'avvento della medicina ufficiale.

Egli divide la propria povertà con la moglie Concetta e con la figlia Pupella, con l'amico coinquilino Felice Sciosciammocca, scrivano nella pubblica via, rovinato dal diffondersi dell'istruzione obbligatoria, con Luisella, la sua convivente, e Peppeniello, figlio del Sciosciammocca.

Tutti versano in condizioni di estrema indigenza. Luigino, giovane facoltoso, figlio di Don Gaetano, ex-cuoco arricchitosi grazie al lascito del proprio padrone, ama Pupella e si ripromette di parlare con Pascale, il padre della ragazza. Parallelamente il marchesino Eugenio viene a chiedere un favore: egli ama perdutamente la figlia di Don Gaetano, il quale intende concedergli la mano della figlia solo quando il padre e la zia nobili di Eugenio manifestino il loro assenso con una visita ufficiale.

Il marchesino propone a Pascale e a tutti gli altri di impersonare questi nobili e, in tal senso, mangiare a sazietà forse anche per più giorni. La proposta viene accettata da tutti con entusiasmo. In casa di Don Gaetano, in occasione del compleanno di Gemma, sorella di Luigino, faranno la loro comparsa i falsi aristocratici. Arriverà anche Luigino, sorpreso di trovare a casa l'amata Pupella, sotto le spoglie della contessina del Pero.

La parte più spassosa della commedia è l'interpretazione dei nobili da parte di popolani affamati di fronte a Don Gaetano che, per fortuna, non conosce a fondo modi ed etichetta dell'aristocrazia. Gli equivoci imperversano, le "gaffe" si sommano e la vis comica permea le scene. Nemmeno l'arrivo dei veri nobili sovvertirà il lieto fine: il marchesino convolerà a nozze con l'amata Gemma, Luigino sposerà Pupella e tutti si riuniranno alle famiglie, con l'allontanamento della convivente Luisella e il ritorno della moglie di Sciosciammocca.

Mentre Scarpetta rappresentava con intenti comici un teatro leggero, non certo prodotto di una cultura libresca, Salvatore Di Giacomo (Napoli 1860 -1934) era, invece, autore di testo eruditi tratti da novelle o da un gruppo di sonetti.

Egli si contrappose violentemente con un' azione polemica al teatro imitativo francese di Scarpetta, proponendo drammi di passioni primitive, dove nei personaggi prevale l'istintività, a scapito, talvolta, di una analisi psicologica profonda. Ma laddove attorno al protagonista l'atmosfera rimane inespressa o non ben delineata, lì finisce per crearsi quel quid in più, che fa di questo autore uno dei drammaturghi di spicco del teatro partenopeo. Anche Di Giacomo si pone come scrittore teatrale in vernacolo, la lingua autentica in cui gli attori, calandosi nei personaggi, trasportano la realtà di ogni giorno sulle tavole del palcoscenico.

Per il teatro scrive 'O voto (1889), 'O mese mariano (1898) e la più nota Assunta Spina (1909). Tutti e tre i testi sono connotati da elementi comuni: il brusio della folla, la preferenza per i casi pietosi, la passione che stravolge la mente e porta a compiere l'omicidio.

Così si attua il dramma che conduce a un finale sempre commovente. Il dialetto partenopeo, normalmente parlato dalle facse più povere, diviene lingua immediata, spontanea, solo attraverso un'attenta osservazione del costume e pensiero popolare.

In "Assunta Spina" Michele, ingelositosi, ha sfregiato una giovane stiratrice, l'amata Assunta, e per questo viene portato in giudizio. Assistiamo al processo nel primo atto: anche se la donna ritratta per amore, Michele viene condannato a due anni di reclusione.

Dopo la sentenza, Assunta si sente perduta, non sapendo se Michele resterà a Napoli o se verrà trasferito chissà dove. Interviene Federigo, che in cambio dei favori della donna , evita il trasferimento. I due anni quasi passano e intanto la relazione con Federigo è proseguita.

Assunta però sente sempre di appartenere a Michele, che in seguito a buona condotta viene scarcerato e torna a casa. Da principio Michele mostra quasi indifferenza per la tresca della sua donna, ma Assunta riesce a stravolgere d'ira e gelo sia la mente dell'amato fino a spingerlo ad uccidere Federigo, a coltellate. Poi la fuga. Allora Assunta, per salvare Michele, si accusa di omicidio.

 

 

 

Eduardo Scarpetta

 

Eduardo De Filippo

 

Totò in una scena famosissima di "Miseria e Nobiltà"

 

Salvatore Di Giacomo

Francesca Bertini in "Assunta Spina"