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Uno degli argomenti che nella recente
storia della bioetica è stato spesso affrontato riguarda la determinazione
di quale etica debba fare da fondamento o almeno da sfondo alla bioetica.
Risulta
evidente, infatti, che non è possibile risolvere alcuni dei dilemmi
etici che lo sviluppo della biomedicina pone alla coscienza dell’uomo
senza individuare dei criteri, delle norme, dei principi.
Ad
uno sguardo attento, però, la questione è, per certi versi, anche più
complessa. Infatti, non soltanto per rispondere ai problemi morali,
ma persino per definire una situazione particolare in termini di “problema
morale” occorre un’analisi che trascende la pura descrizione fattuale.
Detto in altri termini: la morale costituisce un punto di vista globale
sull’azione umana e interessa, in linea di principio, ogni atto libero
e consapevole dell’uomo.
Quando
parliamo di dilemmi morali, infatti, intendiamo semplicemente segnalare
come non sia facile determinare, qui ed ora, che cosa sia bene o no
fare. Ma la dimensione morale dell’azione umana, benché venga posta
raramente a tema, e fatta oggetto di riflessione critica, è già presente
in ogni nostra scelta libera e consapevole. Sotto questo aspetto, avevano
ragione i positivisti quando segnalavano un fatto, e cioè che la morale
è prima di tutto l’ambiente culturale (e quindi anche il linguaggio)
con cui ogni uomo partecipa alla vita della società a cui appartiene.
La morale, perciò, diventa problema, e problema filosofico, soltanto
quando si incomincia ad interrogarsi sulle ragioni che ci portano a
considerare come buono o cattivo un determinato comportamento.
Ma
per lo più ognuno di noi è abituato a vivere e a valutare in base ai
criteri, ai principi, ai valori che ha, per così dire, “succhiato con
il latte materno”.
Anche
chi svolge la ricerca scientifica partecipa di questi convincimenti
e di fatto orienta le sue scelte, svolge le sue considerazioni, in base
all’idea che ci sia qualcosa che valga o no la pena di ricercare, proclama
la sua fedeltà alla verità della sua ricerca, ne rivendica la libertà
e spesse volte ne proclama l’utilità per il bene dell’umanità stessa.
Insomma, ricerca e valuta insieme. Infatti, chiunque voglia motivare
ciò che sta facendo ed indicarne la rilevanza deve far ricorso ad un
orizzonte di senso e di valori che ritiene condiviso o, perlomeno condivisibile.
La
familiarità che ogni uomo ha con i termini della morale indica semplicemente
che, in linea di principio, nella dimensione morale non c’è alcuna estraneità
tra gli uomini, poiché i conflitti, le divergenze, le valutazioni differenti
riguardano il “che cosa sia bene fare” e non certo l’idea che, se qualcosa
è bene, esso debba essere fatto. Questa osservazione non vuole certo
ridimensionare la consapevolezza che esistono valutazioni morali tra
loro contrastanti, persino opposte, ma soltanto segnalare la ragion
d’essere della riflessione filosofica. Infatti, se è vero, per certi
versi, che non bisogna essere filosofi per agire moralmente bene, e
che, da questo punto di vista la filosofia sembra essere “inutile”,
per un altro aspetto risulta chiaro che è proprio dell’indagine filosofica
tentare di spiegare e di giustificare, fin dai tempi Aristotele, che
cosa si debba intendere per bene e quali siano i differenti beni che
l’uomo è chiamato a realizzare.
Questo
compito di chiarificazione non è semplice e la storia della filosofia
testimonia questo incessante sforzo di comprensione. Ma per chi è estraneo
alla metodologia propria dell’indagine filosofica, questa storia di
disamine e di controversie sembra, per dirla con Hegel, una galleria
dei pazzi, destinata più a confondere le idee che a chiarificarle. Il
procedimento dialettico della filosofia, che non riconosce altra autorità
che non sia l’evidenza guadagnata tramite l’argomentazione e la confutazione
delle tesi che si oppongono a quella che si vuole sostenere, genera
sconforto in chi, invece, è abituato a procedere per accumulazione di
dati e vorrebbe avere a portata di mano delle affermazioni “indiscutibili”,
avallate una volta per tutte dal consenso generale.
Ma
in filosofia il criterio del puro consenso non ha mai avuto molto ascolto
poiché il compito della filosofia è prima di tutto quello di essere
“critica”, cioè incessante verifica dei convincimenti che l’uomo esprime
intorno al senso della sua vita e al significato delle sue azioni. A
parte il fatto che un’attenta analisi della storia della filosofia permetterebbe
di rilevare non soltanto conflitti, ma anche profonde ed articolate
convergenze, magari espresse con linguaggi differenti, va rilevato che
questa storia si è costruita in termini di discussione perché ha conservata
una certa fiducia nei confronti della ragione umana e della sua capacità
di trovare delle verità capaci di reggere nel tempo e di orientare nei
suoi aspetti fondamentali l’esistenza umana.
Ma
quando la filosofia non si accontenta di essere ancilla (sia essa ancilla
theologiae o scientiarum o tecnologiae) risulta, per certi versi, una
presenza scomoda.
Una
certa insofferenza nei confronti della presenza dei filosofi nella discussione
bioetica, che non risulta più appannaggio soltanto delle considerazioni
dei medici o dei giuristi, nasce anche dalla difficoltà di comprendere
le caratteristiche proprie dell’indagine filosofica, che sembra spostare
i termini delle questioni e rimandare il momento della decisione e della
scelta, collegandolo ad un impianto che per molti appare astratto ed
inutilmente complicato. In parte questa impressione ha le sue ragioni:
per chi è chiamato, nella prassi concreta, a decidere in tempi rapidi
e in situazioni particolari, “che cosa fare”, il piano argomentativo
della filosofia e la sua propensione a distinguere, a discutere anche
persuasioni che sembrano consolidate, risulta una specie di “perdita
di tempo”.
Da
più parti, infatti, da parte di chi pure riconosce una qualche autorevolezza
al sapere filosofico, si chiedono prima di tutto soluzioni, proposte
e non disamine e dibattiti. Salvo poi, quando le indicazioni che vengono
fornite non risultano conformi ai convincimenti personali del medico
o dello scienziato, ritornare a trincerarsi dietro l’idea che, sul piano
morale, alla fine ognuno deve decidere in conformità alla propria coscienza,
intendendo con coscienza morale il puro verdetto del soggetto e non,
come intende la filosofia, la capacità del soggetto di individuare ciò
che è veramente bene in quella situazione particolare. Eppure, proprio
questa scorciatoia soggettivistica evidenzia quanto mai sia necessaria
la filosofia e il suo spirito critico: infatti la pretesa scelta soggettivistica
è molto più intrisa di convincimenti assimilati dall’ambiente di appartenenza
di quanto non si pensi.
Ma
quando si intende scegliere in chiave morale, si vuole scegliere non
soltanto per se stessi ma, come direbbe Sartre, in “nome dell’intera
umanità”. Questo coinvolgimento dell’immagine dell’umano nell’ambito
della scelta morale è ciò che chiede di essere pensato: in un’epoca
in cui la ragione accelera i tempi delle scoperte e induce alla rapidità
delle scelte, i tempi lunghi della riflessione filosofica risultano
essere sempre più indispensabili, anche se spesso fraintesi.
L’impresa
bioetica, se non vuole ridursi ad una procedura formale dettata dalle
consuetudini della cultura prevalente, o dalle norme stabilite dalle
singole società, ha bisogno dell’apporto specifico della filosofia.
Adriano
Pessina
Docente
di Filosofia Morale e Bioetica Università Cattolica di Milano
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