Anno XVII-n.02-2001

 

 

 

 

 

Stenio Solinas

Parigi - “L’occhio di Napoleone” è il titolo della grande mostra del Louvre su Dominique-Vivant Denon, suo ispiratore e padre nobile, tenutasi nei mesi scorsi a Parigi.

L’avessero chiamata “L’artiglio dell’imperatore”, si sarebbero avvicinati di più alla realtà, perché mai come in quel primo Ottocento nel segno di Bonaparte si consumò il “sacco”, intellettuale e raffinato dell’Europa, l’idea di un museo universale che ospitasse l’arte di tutti i tempi, il sogno superbo di una rivoluzione fattasi impero, di una Francia sovrana incontrastata, di un generale mecenate.

“Ho appena fatto un raccolto di cose superbe”, scrive Denon dopo la vittoria di Iéna che vede la Prussia sconfitta.

Duecentocinquanta casse lasciano la Germania, Danzica e Varsavia alla volta di Parigi: “Statue, busti, bassorilievi, bronzi e altre antichità, dipinti, disegni e oggetti curiosi conquistati dalla Grande Armata”, recita il catalogo dell’esposizione che li riunisce il 14 ottobre 1807, primo anniversario della battaglia.

Nella Rotonda di Apollo, al primo piano del museo, il gigantesco busto in bronzo di Napoleone, opera di Lorenzo Bertolini, sovrasta la grande tela di Rubens “Marte incoronato dalla Vittoria” requisita a Cassel: la contornano scudi, armi e bandiere inquadrate dalle armature di Francesco I e Rodolfo d’Asburgo issate su cavalli finemente bardati.

A Johann Friedrich Emperius, direttore del museo di Brunswick, che a suo tempo aveva contemplato attonito la razzia, Denon spiegherà: “Il miglior utilizzo che faremo a Parigi di questi monumenti dell’arte sarà di tale natura da consolarvi ampiamente del sacrificio fatto”.

Nel 1808 toccherà alla Spagna, nell’11 ci sarà una seconda “campagna”, questa volta privata, in Italia, dopo la “raccolta incomparabile” della discesa di Napoleone non ancora imperatore ma già conquistatore. Ci sono i Veronese, i Tintoretto e i Tiziano presi a Venezia, i Raffaello e gli Andrea del Sarto a Firenze, Domenichino a Bologna, Ribera a Napoli…

L’ “occhio” è allenato, il gusto è sicuro, l’artiglio è chiuso in un guanto di velluto. Qual è l’idea che lo muove? In una sua frase c’è il programma di una vita. “Nato con la passione delle arti, ho dedicato loro un culto, più che un’adorazione”. Il suo Louvre non può essere un museo, ma Il Museo dove raccogliere tutte le scuole della pittura, dove vedere, in unico colpo d’occhio, il percorso dell’arte “dalla sua rinascita ai nostri giorni”.

L’apoteosi è nel 1814: paradossalmente il servitore di Napoleone è sopravvissuto al suo signore e all’impero che da tre mesi non esistono più. Il suo canto del cigno, anche se non lo sa, ma ancora resiste l’idea universale e nel Salon Carrè viene allestita l’esposizione delle “scuole primitive”, 123 dipinti, da Bruegel a Carpaccio, da Cima al Ghirlandaio, da Memling a Pontormo, da Van der Weyden a Zurbaran…

Sono in 200mila a inaugurare questa incredibile rassegna che raccoglie l’arte prima del Rinascimento, pur con inserimenti arbitrari, cronologie zoppicanti, apporti più tardivi. Coronamento di un sogno a lungo atteso, è frutto di selezione e non della frenesia che provoca l’abbondanza.

“Su più di 4000 quadri esaminati, la mia scelta è caduta solo sulla produzione di 60 maestri, del tutto sconosciuti in Francia”, scrive ancora nel 1812 ricapitolando per il ministero dell’Interno gli obiettivi della sua missione. “Ho operato, dunque, con la massima cura: non ho indicato che un dipinto per ciascun maestro, al massimo due quando vedevo che così facendo non avrei comunque privato le città della totalità delle opere dei loro artisti”.

I responsabili dei musei interessati, per la verità non la pensarono così: “Ai 18 d’agosto è partito da Parigi Denon”, scrive il milanese Giordani a Leopoldo Cicognara, direttore dell’Accademia di Venezia: “Credesi che venga per nuovi spogli. Pazienza: i cervelli almeno non si imbarcano, e non si carreggiano”. Di questi “alti lai” patriottici e nazionali, sarà Canova il più fiero ispiratore.

Denon è un suo ammiratore: “Nel nome di un secolo dove tutto dev’essere grande, si accordi alla scultura un carattere sacro”, è la sua divisa. Ma sa altresì di averne preso il posto. Napoleone, che all’“artista celebre” aveva assicurato, per “diritto particolare”, la protezione dell’esercito già nel 1797, ha altresì cercato di averlo con sé a Parigi, teorico di una visione dell’arte che sia all’altezza del suo genio militare. Solo al suo rifiuto la scelta cadde su Denon.

Combattuto fra ammirazione e rancore, il Corso non dimenticherà: il capolavoro di Canova che lo ritrae nelle vesti di “Marte pacificatore” e che Denon avrebbe voluto al Louvre, lì dove era il “Laocoonte”, non gli piace. Troppo nudo, troppo muscoloso, troppo lontano da quell’idea di calma sovrana che l’imperatore vorrebbe tramandare. Ironia della sorte, oggi è nell’androne della dimora di Wellington, a Londra.

Come che sia, lo scontro Denon-Canova sul delicato tema spoliazioni e/o restituzioni rientra nella temperie di un’epoca. Nel secolo che precede la Rivoluzione, le opere d’arte seguono soprattutto la legge economica del più forte. La collezione degli Este a Modena viene venduta nel 1746 all’elettore di Sassonia, pochi anni dopo è Winckelmann a deplorare la “fuga” da Roma verso l’Inghilterra di pezzi unici dell’antichità.

La Francia degli Immortali principi mette la baionetta delle sue armate al posto dell’argento dei sovrani che la precedettero, ma si dà una giustificazione ideologica: il vero domicilio di un’opera d’arte è nel Paese della libertà, perché l’opera d’arte è, per sua essenza, una creazione di libertà e non può che indirizzarsi a uomini liberi. L’argomentazione è capziosa e può reggersi solo se chi la fa ha dalla sua l’egemonia militare.

Ma un domani, a rapporti di forze mutati, chi impedirà di attaccare l’arte al carro della vittoria? Altresì vero, però, che l’idea del carattere simbolico e identitario che l’arte riveste nei singoli Paesi che la ospitano, è fragile, soggetta com’è stata, nel corso del tempo, a più di una eccezione.

Perché dovrebbe essere Roma il luogo deputato dell’antica bellezza greca? E la storia, antica e moderna, non è stata forse a lungo un susseguirsi di depredazioni e di trasferimenti, marmi e bronzi, archi e colonne? Nella sua megalomania, il progetto di Denon, il Louvre come immenso spazio pubblico a disposizione del continente, a tutti visibile, per tutti accessibile, museo enciclopedico e universale, prodigio di sicurezza e di conservazione, è destinato a franare non appena cambiano le regole del gioco bellico e diplomatico. La restaurazione dei Borboni nel 1814 dà per un momento l’illusione che si possa lasciare ogni cosa com’è.

Luigi XVIII ringrazia il duca di Brunswick e il re di Prussia per l’aiuto ricevuto e restituisce loro ciò che l’Impero dieci anni prima a loro aveva tolto, ma il trattato di pace firmato a Parigi stabilisce che quanto esposto o accatastato al Louvre rimanga di proprietà della corona.

Arrivano però i 100 giorni prima, Waterloo dopo, e questa volta si va sino in fondo. Si poteva perdonare ai francesi finché rimettevano sul trono la vecchia dinastia, non gli si può perdonare il riallineamento al fascino nefasto del “nemico dell’umanità”. La lettera del duca di Wellington a Lord Castlereagh, braccio destro di Pitt, pubblicata sul Journal des débats il 18 ottobre 1815, è in tal senso emblematica.

“La condotta alleata, relativamente al Museo, all’epoca del Trattato di Parigi dev’essere attribuita al desiderio di fare una cosa gradita all’Armata francese e sancire in tal modo quella sua riconciliazione con l’Europa cui sembrava ben disposta. Ma oggi l’Armata ha ingannato la giusta attesa del mondo, si è rivoltata alla prima occasione contro il suo sovrano nel disegno di tornare a quel tempo terribile e di saccheggio contro cui il mondo ha fatto sforzi così prodigiosi. Disfatta e dissolta, non c’è ora più alcuna ragione perché la si debba soddisfare.

Per il bene della Francia e del Mondo si faccia sentire al popolo francese, se ancora non si è convinto che l’Europa è troppo forte per lui, che per grandi che possano essere stati i vantaggi temporali e parziali su una o più potenze del continente, il giorno della restituzione è, infine, arrivato”. Svuotato, il Museo si trasforma in ricordo sfolgorante, “un colosso che diverrà ancor più gigantesco nell’immaginazione”, scrive fiero e mesto Denon al sottosegretario agli Esteri inglese Hamilton.

Nel rimettere il suo mandato di direttore a Tallerand, pur nella sconfitta, il tono rimane superbo: “Fu necessario vincere l’Europa per formare questo trofeo, è stato necessario che l’Europa si riunisse per distruggerlo. Il tempo ripara i mali della guerra, ma un tale insieme, questa rassegna di sforzi dello spirito umano in tutti i secoli, questa camera ardente dove il talento era incessantemente giudicato dal talento, si è spenta. E non ritornerà”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il barone Dominique Vivant-Denon

 

 

 

Vivant Denon al lavoro bella Sala di Diana al Louvre