Anno XVII - n.02-2001

 

 

 

 

 

Paolo Ghisoni

Sono storie che piace raccontare a chi ne ha vissuto, da testimone, i vari episodi. Come un libro da sfogliare capitolo per capitolo, passando dalle gioie alle delusioni, senza che manchi un lieto fine adeguato. Fra Jennifer Capriati e il tennis vi è una storia di amore e odio, fatta di precoci traguardi e di pericolanti precipizi. Tutto comincia quando papà Stefano, italiano di origine ma americano d’adozione, decide che il futuro della figlioletta sarà con una racchetta in mano. Quattro anni e la bambina viene affidata alle sapienti cure di Jimmy Evert, il padre della famosa tennista Chris. Naturalmente la grande campionessa è il punto di riferimento come stile di gioco. Ma crescendo Jennifer comincia ad avere misure molto diverse da quelle del modello cui si ispira, che ha dominato con il suo tennis-fioretto gli anni Ottanta. Forse per questo mamma Denise decide di imporre alla figlia una dieta drastica. Così tutto procede secondo le direttive del padre: la Capriati a soli dodici anni è già un fenomeno da esportazione, arriva in Italia e si aggiudica l’Avvenire, torneo che ha sempre visto tra i vincitori future stelle del tennis mondiale. Jennifer è pronta per il debutto nel professionismo ma le regole del circuito femminile la bloccano sino ai quattordici anni, quando debutta nel torneo praticamente di casa (Boca Raton) e va subito in finale, tenendo la ruota della più esperta Sabatini per un paio di set. Ironia del destino, quella stessa deroga concessale dalla WTA diventerà, in seguito alla sua storia fatta di sbandate adolescenziali, una regola ferrea che innalzerà sino ai 16 anni il divieto alle teenagers di partecipare ai tornei. Jennifer però è già alla svolta, visto che televisioni e tornei fanno carte false per accaparrarsene la presenza. Ma della ragazzina che alle prime vittorie sul circuito telefonava dagli spogliatoi ai compagni di scuola per comunicare i risultati, cominciano a perdersi le tracce. Alberghi a cinque stelle, aerei in first class, file per un suo autografo sono il cocktail inebriante che porta la bambina prodigio del circuito a perdere il filo. In più papà Stefano e mamma Denise attraversano una crisi matrimoniale; quando la Capriati nel 1992 ottiene la vittoria più importante della giovane carriera, trionfando a Barcellona nel torneo Olimpico, il divario tra la possibilità dei genitori di gestire la figlia e l’atteggiamento ribelle di Jennifer è ormai troppo accentuato. Si sono completamente perse le tracce di quella adolescente paffutella che il padre orgogliosamente presentava non solo come prodigio della racchetta ma anche come piccola donna di casa capace di cucinare e rifarsi il letto. E a dire il vero le tracce della figlia, soprattutto fisiche, cominciano a perderle tutti i parenti. E’ l’inizio del 1993 quando “Jenni”, armi e bagagli, abbandona il tetto familiare. Dice di aver bisogno dei propri spazi, di volere una vita e delle amicizie fuori dal tennis. Si trasferisce in un piccolo appartamento a Coral Gable, in Florida, e comincia una nuova esistenza fatta di vestiti trasandati, di atteggiamenti provocatori e di orari sregolati. Come possono intervenire due genitori in crisi d’identità, con qualche problema anche economico? E con quale potere visto che ormai per la legge americana la Capriati è a tutti gli effetti maggiorenne? Gli psicologi che papà Stefano contatta, dopo il divorzio, spiegano che la fase adolescenziale che turba Jennifer è assolutamente di circostanza: deve sbagliare per poter crescere. Un conto però è lasciare sbagliare chi non ha nulla in mano, tutt’altra cosa è consentire ad una ragazza con un paio di miliardi in banca - alla quale il tennis ha rubato l’infanzia - di voler provare le piccole trasgressioni di tutti i giorni. Dalle amicizie nuove a quelle sbagliate poi il passo è breve. Che bisogno avrebbe la campionessa che fa sognare gli States di rubare un braccialetto d’oro in un grande magazzino? Nessuno, eppure succede. Così come succede che nei festini privati organizzati nel suo appartamento dalla nutella si passi alla cocaina. Estate 1994. L’irruzione della polizia di Coral Gable in quelle mura ora troppo frequentate da ragazzi sospetti è uno schock per l’America puritana. Tra i tanti teenagers in manette c’è anche una Capriati irriconoscibile, abbracciata ad un improbabile fidanzato in mutandoni hawaaiani. Quattro mesi dopo, in piena terapia disintossicante, l’ex-bambina prodigio confessa in un’intervista al New York Times di aver pensato in più di un’occasione al suicidio, di sentirsi oppressa, sola, pronta a qualsiasi cosa pur di trovare qualcuno che la ami come persona. Papà Stefano è l’unico a rimanerle vicino, anche se tenuto a debita distanza. Chi la scuote, chi crede che dentro di lei ci sia ancora del potenziale tennistico inutilizzato, è Harold Solomon, tennista di successo negli anni ’80. Jennifer con lui capisce che il tennis non è un lavoro ma un gioco, che sul campo bisogna cercare di fare male agli altri e non a se stessa. Torneo dopo torneo, arrivano le prime tracce di rinascita. Gennaio 2000, l’Australia scopre che la nuova Capriati può ancora infastidire le prime della classe; arriva in semifinale e cede alla vincitrice Davenport. Il resto della stagione è un po’ altalenante, tra problemi al tendine d’Achille e prestazioni incerte. Passa un anno ed ecco il trionfo di Melbourne ancora negli Open d’Australia: Jennifer mette in fila Seles, Davenport e Hingis, la crème del tennis femminile. Se dubbi c’erano sulle sue possibilità di recuperare il terreno perduto, vengono spazzati via dalla perentorietà degli schemi dell’americana, che diviene uno dei migliori esempi di riabilitazione sportiva.