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Sono
storie che piace raccontare a chi ne ha vissuto, da testimone, i vari
episodi. Come un libro da sfogliare capitolo per capitolo, passando
dalle gioie alle delusioni, senza che manchi un lieto fine adeguato.
Fra Jennifer Capriati e il tennis vi è una storia di amore e odio, fatta
di precoci traguardi e di pericolanti precipizi. Tutto comincia quando
papà Stefano, italiano di origine ma americano d’adozione, decide che
il futuro della figlioletta sarà con una racchetta in mano. Quattro
anni e la bambina viene affidata alle sapienti cure di Jimmy Evert,
il padre della famosa tennista Chris. Naturalmente la grande campionessa
è il punto di riferimento come stile di gioco. Ma crescendo Jennifer
comincia ad avere misure molto diverse da quelle del modello cui si
ispira, che ha dominato con il suo tennis-fioretto gli anni Ottanta.
Forse per questo mamma Denise decide di imporre alla figlia una dieta
drastica. Così tutto procede secondo le direttive del padre: la Capriati
a soli dodici anni è già un fenomeno da esportazione, arriva in Italia
e si aggiudica l’Avvenire, torneo che ha sempre visto tra i vincitori
future stelle del tennis mondiale. Jennifer è pronta per il debutto
nel professionismo ma le regole del circuito femminile la bloccano sino
ai quattordici anni, quando debutta nel torneo praticamente di casa
(Boca Raton) e va subito in finale, tenendo la ruota della più esperta
Sabatini per un paio di set. Ironia del destino, quella stessa deroga
concessale dalla WTA diventerà, in seguito alla sua storia fatta di
sbandate adolescenziali, una regola ferrea che innalzerà sino ai 16
anni il divieto alle teenagers di partecipare ai tornei. Jennifer però
è già alla svolta, visto che televisioni e tornei fanno carte false
per accaparrarsene la presenza. Ma della ragazzina che alle prime vittorie
sul circuito telefonava dagli spogliatoi ai compagni di scuola per comunicare
i risultati, cominciano a perdersi le tracce. Alberghi a cinque stelle,
aerei in first class, file per un suo autografo sono il cocktail inebriante
che porta la bambina prodigio del circuito a perdere il filo. In più
papà Stefano e mamma Denise attraversano una crisi matrimoniale; quando
la Capriati nel 1992 ottiene la vittoria più importante della giovane
carriera, trionfando a Barcellona nel torneo Olimpico, il divario tra
la possibilità dei genitori di gestire la figlia e l’atteggiamento ribelle
di Jennifer è ormai troppo accentuato. Si sono completamente perse le
tracce di quella adolescente paffutella che il padre orgogliosamente
presentava non solo come prodigio della racchetta ma anche come piccola
donna di casa capace di cucinare e rifarsi il letto. E a dire il vero
le tracce della figlia, soprattutto fisiche, cominciano a perderle tutti
i parenti. E’ l’inizio del 1993 quando “Jenni”, armi e bagagli, abbandona
il tetto familiare. Dice di aver bisogno dei propri spazi, di volere
una vita e delle amicizie fuori dal tennis. Si trasferisce in un piccolo
appartamento a Coral Gable, in Florida, e comincia una nuova esistenza
fatta di vestiti trasandati, di atteggiamenti provocatori e di orari
sregolati. Come possono intervenire due genitori in crisi d’identità,
con qualche problema anche economico? E con quale potere visto che ormai
per la legge americana la Capriati è a tutti gli effetti maggiorenne?
Gli psicologi che papà Stefano contatta, dopo il divorzio, spiegano
che la fase adolescenziale che turba Jennifer è assolutamente di circostanza:
deve sbagliare per poter crescere. Un conto però è lasciare sbagliare
chi non ha nulla in mano, tutt’altra cosa è consentire ad una ragazza
con un paio di miliardi in banca - alla quale il tennis ha rubato l’infanzia
- di voler provare le piccole trasgressioni di tutti i giorni. Dalle
amicizie nuove a quelle sbagliate poi il passo è breve. Che bisogno
avrebbe la campionessa che fa sognare gli States di rubare un braccialetto
d’oro in un grande magazzino? Nessuno, eppure succede. Così come succede
che nei festini privati organizzati nel suo appartamento dalla nutella
si passi alla cocaina. Estate 1994. L’irruzione della polizia di Coral
Gable in quelle mura ora troppo frequentate da ragazzi sospetti è uno
schock per l’America puritana. Tra i tanti teenagers in manette c’è
anche una Capriati irriconoscibile, abbracciata ad un improbabile fidanzato
in mutandoni hawaaiani. Quattro mesi dopo, in piena terapia disintossicante,
l’ex-bambina prodigio confessa in un’intervista al New York Times di
aver pensato in più di un’occasione al suicidio, di sentirsi oppressa,
sola, pronta a qualsiasi cosa pur di trovare qualcuno che la ami come
persona. Papà Stefano è l’unico a rimanerle vicino, anche se tenuto
a debita distanza. Chi la scuote, chi crede che dentro di lei ci sia
ancora del potenziale tennistico inutilizzato, è Harold Solomon, tennista
di successo negli anni ’80. Jennifer con lui capisce che il tennis non
è un lavoro ma un gioco, che sul campo bisogna cercare di fare male
agli altri e non a se stessa. Torneo dopo torneo, arrivano le prime
tracce di rinascita. Gennaio 2000, l’Australia scopre che la nuova Capriati
può ancora infastidire le prime della classe; arriva in semifinale e
cede alla vincitrice Davenport. Il resto della stagione è un po’ altalenante,
tra problemi al tendine d’Achille e prestazioni incerte. Passa un anno
ed ecco il trionfo di Melbourne ancora negli Open d’Australia: Jennifer
mette in fila Seles, Davenport e Hingis, la crème del tennis femminile.
Se dubbi c’erano sulle sue possibilità di recuperare il terreno perduto,
vengono spazzati via dalla perentorietà degli schemi dell’americana,
che diviene uno dei migliori esempi di riabilitazione sportiva.
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