FEBBRAIO 1999 
 
  

                            SPORT SCANDALI

                     La doppia morale dei soliti noti

                                                                                   Oliviero Beha

Un sofisticato aforisma romanesco dice che “la ragione è dei fessi”. Figuratevi come si deve sentire in questo inverno mediatico-sportivo, a colpi di scandalo doping (ne abbiamo già parlato qui), partite di calcio “accomodate” e soprattutto corruzione della nomenklatura olimpica chi ha dedicato vari anni della sua vita (professionale? e perché, per voi non coincidono, anche se non combaciano?) a tutto ciò. Venendone un po' aggredito, un po' sbertucciato , alla fine espulso- dal “mondo sportivo”. Riflettevo su questa ragione ritardata seguendo le prime pagine dei quotidiani una mattina di fine gennaio. Cito quella di Repubblica, a me più vicina avendo trascorso una decina d'anni al suo interno, avendo iniziato un “nuovo modo di vedere e parlare di sport” (virgolettato degli altri, dopo che nel gennaio '76 quel fortunato giornale era nato senza sport e di ciò il padre fondatore Scalfari, a lungo presidente della Repubblica, menava grande, snobistico vanto), essendone stato defenestrato per una formidabile censura “sportiva”, cioè politico-economica, lo scandalo dei Mondiali di calcio '82. Dunque, cito: ”Sospetti su Venezia-Bari. Tuta, l'uomo-gol: Mi avevano detto di non segnare”. "La Federcalcio apre un'inchiesta: rissa per una combine non riuscita?.” E a fianco un editoriale a firma di un collaboratore prestigioso, Andrea Manzella: “Sport schiavo del mercato. Lo scandalo delle Olimpiade comprate”. Con lo spirito del fesso di cui sopra, ho cominciato a leggere il “fondo”, prima con attenzione, poi con perplessità, infine con rabbia. L'articolo era molto lucido, e veniva lucidato ancora di più da una serie di termini anglosassoni (uno a caso, governance) che potevano parere un vezzo, una penalità per il riottoso, ma che invece saranno stati sicuramente un tributo a padri fondatori dello sport moderno, condito nella seconda metà del secolo scorso e riconducibile alle voglie della borghesia. Il succo era l'emulsione del concetto del titolo in alcune colonne non equivoche. Con la conclusione che tutto il baraccone non può più autoriformarsi ma deve rifarsi a controlli e regole più generali, politiche e socio-economiche. Bell'articolo, anche se (forse solo per me? Ma no, via...) abbastanza scontato se non banale. E allora da dove nasceva la mia perplessità, e la successiva rabbia?Mentre andavo avanti con la lettura, e annuivo, se non con la testa con il pensiero, ho cominciato a chiedermi se non conoscessi l'autore del testo. Ma sì, come no, Andrea Manzella, dotto costituzionalista, studioso del diritto, persona ultrapresentabile (con una moglie che fa stravedere i salotti in cui entrambi operano), vicino da sempre al potere e forse se non ricordo malissimo anche con qualche rilevante incarico istituzionale. Insomma, un “saggio” contemporaneo. E' stata la parola “saggio" che mi ha fatto traslocare dalla perplessità alla rabbia. Ma certamente, un

 

saggio, che negli ultimi quindici anni mentre io, con supponenza autolesionista, facevo le pulci allo sport e ne radiografavo la (pessima) gestione, più volte ha ricoperto professionalmente proprio quel ruolo: un “saggio” è stato per la Federcalcio quando a stagioni alterne si adombrava una qualche rifondazione dell'Ente, “saggio” è stato come consulente del Coni e di federazioni, più o meno formalmente; più volte è stato fatto il suo nome come eventuale “ commissario” di uno di questi organismi in crisi, di solito in crisi con qualche Procura della Repubblica (quella di Scalfaro stavolta). E non credo mai “a gratis”. Dunque a stigmatizzare lo “sport schiavo del mercato” è il signorile Manzella, che questo mare procelloso ha traversato più volte per mestiere? Ecco la ragione del mio avvilimento. Siamo alla solita “doppia morale”, a chi predica bene e razzola male ecc. ecc. E siamo soprattutto a quella impossibilità per il lettore, per l'opinione pubblica, per il cittadino, per l'elettore, di vedere il mosaico della realtà con tutte le tessere sistemate assieme, così, da far percepire la trama complessiva a chi guarda. Lo stesso Manzella che può -o avrebbe potuto - impegnarsi per cambiare, non solo non si è impegnato, ma poi fa la morale, e tutto resta a livello di recita mediatica, in cui della verità, o della ricerca di essa, non importa a nessuno, ma anzi è meglio tenersene alla larga. Una cerchia oligarchica che nello sport e nel resto la fa da padrona, non vuole controlli, se la canta e se la suona, e coltamente inneggia alla “democrazia”, purché però il concetto di democrazia non intacchi materialmente il potere e il portafoglio. Firmato: un fesso.

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