FEBBRAIO 1999 
 

 

 
   
                                                                                       Carlo Franza
Da qualche anno le attive presenze nel campo dell’arte di Gabriele Cancedda hanno dato serio lavoro alla critica che ha sempre commentato benevolmente le notevoli affermazioni. E tutto questo non solo per la tenace ricerca del pittore, ma per le capacità tecniche di argomentare il vissuto interiore che certamente non si discosta dal lavoro giornaliero dell’artista impegnato nella grafica pubblicitaria come Art director. Tra una dimensione fantastica, talvolta attraversata da un dato ipernaturalistico, da una spinta al vero, e un recupero di classicità intensa, forte ed emotiva, sensuosa, corre tutta la pittura ad olio o ad acquerello del Cancedda. Pittore di genere e di costume, di tradizioni(specie quelle della sua terra sarda), di nature morte e di sublime fantasia. Ha una assoluta padronanza di mezzi formali con un equilibrio di linea, colore, luce e forma. La sua capacità è rivolta alle esigenze strutturali e all’interesse narrativo, con un’evoluzione stilistica carica di immagini con intima introspezione psicologica. Un singolare senso realistico che lo tiene radicato dentro la vita, tanto che oggi la sua pittura può ben definirsi pittura della realtà. D’altronde è dall’età di quindici anni che Gabriele Cancedda ha dimestichezza con colori e forme. E seppur giovane ha ormai tenuto ben 24 mostre personali in Italia e all’estero, acquisendo una notevole fama d’artista sardo di talento. La classicità dei soggetti, una classicità adeguata alla pittura regionale con colori e toni singolari, mai freddi ma talvolta carichi di emotività, si spinge verso una luce che è memoria di bellezze antiche, quasi scavo di simboli scandita da una sgranatura di contorni. Le immagini sono sensibili a un racconto del suo e del nostro tempo, scavate meglio in quel circondario di luoghi in cui l’artista vive, attualità e cronaca che necessitano respiro e continua riflessione. Questi appunti pittorici che offrono talvolta il lato alla sociologia e all’antropologia culturale (vedi le donne sarde vestite con abiti neri) esprimono una coscienza antica, s’intridono di un gioco sensitivo che nei toni più delicati, da maestro d’atelier, evocano una preziosità che solleva la sua stagione artistica in mirabile fortuna. Qualcuno ne ha parlato come di un nuovo caposcuola della Variation Art, ma più che la denominazione del nome conta la motivazione articolata della ricerca, il suo appassionato, forte sentire il mondo e le cose. L’arte pur con tutte le sue variazioni alla fine si concretizza in un’esplosione di energie che transitano fulminee non solo nell’immaginazione ma solleticano la sua esperienza che si colora alla fine di poesia. Cancedda non ha proprio bisogno di ricitare immagini, le sue sono come scoperte dall’interno, provengono da buona scuola e da solida accademia, da quel mondo in cui i colori, che qui si travasano a rimovimentare la materia pulviscolare, tessono una intelligente spazialità. 
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