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improvvisa svolta autoritaria e una strisciante crisi economica proiettano
pesanti ombre sul Paese più popoloso del mondo.
Per
un Paese come la Cina tradizionalmente ossessionato dagli anniversari,
il 1999 rappresenta un anno cruciale: a giugno saranno dieci anni dalla
strage di piazza Tienanmen, il 1o Ottobre saranno cinquant'anni dalla
fondazione della Repubblica popolare. Due eventi di segno chiaramente
opposto, che susciteranno passioni da parte di fazioni opposte della
popolazione. Tienanmen, in quanto tappa fondamentale
della repressione del dissenso politico, fornirà ai riformisti
una importante occasione per ribadire le loro rivendicazioni e cercare
di strappare al regime nuove concessioni in materia di libertà
di pensiero, di associazione e soprattutto di rispetto dei diritti umani,
visto che Pechino, per venire incontro alle pressioni occidentali, ha
di recente firmato anche la relativa Convenzione internazionale. L'anniversario
della fondazione dello Stato comunista ad opera di Mao Ze Dong darà,
al contrario, spazio ai nostalgici del marxismo-leninismo, agli avversari
delle riforme economiche, ai “puri e duri” del partito che negli ultimi
quindici anni hanno dovuto battere progressivamente in ritirata.
Presi nel mezzo tra queste due cruciali date, il segretario del partito
Jiang Ze Min e il primo ministro Zhu Rongji stanno cercando di mantenere
il controllo del Paese
tornando ad inasprire il trattamento
degli avversari politici, reprimendo con durezza le agitazioni sociali
e venendo nel contempo incontro alle esigenze più pressanti della
popolazione. Ma si tratta di una strada disseminata di ostacoli, perché
il 1999 coincide con una fase economica molto complessa, in cui la ristrutturazione
dell'industria pubblica ha già creato trenta milioni di disoccupati,
la protesta popolare per l'oppressione fiscale e la corruzione dei funzionari
provoca continue sommosse e gli ambiziosi traguardi di crescita sono
messi in pericolo dalla crisi asiatica. A
mano a mano che la Cina cerca di affermare la sua “normalità”
e di trovare una definitiva posizione nell'economia complessiva, vengono
al pettine tutti i nodi di un Paese di un miliardo e trecento milioni
di abitanti, tuttora formalmente socialista e a regime di partito unico,
ma ormai in fase di avanzata – e molto tumultuosa - transizione verso
l'economia di mercato: crescente disparità tra ricchi e poveri,
malessere nelle campagne, scontro aperto tra le ricche e un po' dissipate
provincie costiere e quelle molto più arretrate dell'interno,
difficoltà a mantenere gli standard finanziari e commerciali
indispensabili per ottenere l'agognata ammissione alla Organizzazione
mondiale del Commercio. E, soprattutto, difficoltà a coniugare
la mancanza di libertà politiche con l'esistenza di una libertà
economica che spesso tende a sconfinare nella licenza: basti pensare
che circa il 20 per cento delle importazioni della Cina sono frutto
di contrabbando, con perdite astronomiche per l'erario. L'inizio dell'anno
è stato, per Pechino, foriero di tempesta. Nel 1998, la stampa
occidentale aveva salutato con entusiasmo una certa apertura del regime
nei confronti della dissidenza, segnata dal viaggio in Cina del presidente
Clinton, dalla visita dell'Alto commissario ONU per i diritti umani
Mary Robinson e dalla firma della Convenzione internazionale sui diritti
politici ed umani. Il governo aveva addirittura chiuso un occhio di
fronte al tentativo di registrare, in quattordici città, un Partito
della Democrazia cinese, la prima organizzazione politica di opposizione
sorta dal 1949. Tre dissidenti storici erano stati autorizzati, dopo
anni di detenzione, ad andare in esilio negli Stati Uniti. Le autorità
avevano anche accentuato la loro tolleranza nei confronti delle case
editrici e degli istituti di ricerca che cominciavano ad illustrare
nuove idee, considerate eretiche fino a poco tempo
fa, e a pubblicare articoli con titoli come “Libertà di pensiero
e democrazia politica”, “La solitudine del dissidente” e “Tutti i vantaggi
del mercato”. Qualche politologo entusiasta era arrivato a parlare di
“primavera di Pechino”, (forse senza ricordare come finì quella
di Praga di trent'anni prima) e della possibilità della nascita
di una prima, vera, dialettica democratica. Poi, a gennaio, quasi senza
preavviso, la gelata.Un tribunale ha condannato rispettivamente a 13,12
e 11 anni di reclusione Xu Wenli, Qin Yongmin e Wang Youcai, tre veterani
dello storico “muro della democrazia” coinvolti nella fondazione del
Partito della democrazia cinese, sotto l'accusa di atti di sovversione.
Una settimana dopo, dieci anni di prigione sono stati comminati da un
tribunale dello Hunan al sindacalista Zhang Shanguang, colpevole di
avere concesso una intervista sui problemi dei contadini a Radio Asia
libera, una emittente finanziata dagli Stati Uniti. Infine, un tribunale
di Shanghai ha inflitto due anni di prigione a Lin Hai, un ingegnere
elettronico che aveva fornito a una agenzia statunitense considerata
“ostile” 30.000 indirizzi cinesi di posta elettronica, apparentemente
utilizzati per distribuire “un gran numero di articoli diretti a incitare
la ribellione contro il potere statale e il sistema socialista”. Quest'ultima
condanna, in particolare, è stata accolta con molta preoccupazione,
perché ha tutta l'aria di una misura intimidatoria nei confronti
dei circa 2 milioni di cinesi che, avendo accesso a Internet e potendo
“navigare” liberamente nell'etere, sono più ricettivi nei confronti
di idee provenienti dall'estero. Contemporaneamente, le autorità
sono intervenute per limitare le attività intellettuali ed accademiche
che stavano sconfinando nel dissenso politico. Il dipartimento propaganda
del partito ha ordinato la temporanea chiusura, in attesa di “correzione
delle deviazioni ideologiche”, di una delle case editrici più
influenti e coraggiose nella pubblicazione di libri fuori del coro:
l'Editrice Cina Oggi. La sua colpa principale, secondo gli analisti,
è stata di pubblicare una inchiesta molto incisiva sulla corruzione
delle forze armate e della burocrazia, e un'altra che mette sotto accusa
chi ancora ostacola l'avvento dell'economia di mercato. Entrambe le
pubblicazioni avevano avuto un successo strepitoso, raggiungendo anche
molti cittadini al di fuori della ristretta cerchia degli studiosi.
Altre misure di prevenzione sono state adottate nei confronti di case
editrici di provincia, che approfittando della lontananza dalla capitale
si erano concesse vistose licenze ideologiche.Per adesso, il giro di
vite nei confronti degli intellettuali non appare generalizzato, e restano
sul mercato numerose pubblicazioni ai limiti dell'ortodossia. Ma è
probabile che, se la situazione generale del Paese dovesse peggiorare,
se il regime vedesse che quella stabilità sociale che esso considera
ormai il bene supremo, fosse in pericolo, il bastone tornerebbe immediatamente
in azione. Gli strumenti sono comunque già stati apprestati:
in coincidenza con gli ultimo arresti, il governo ha emanato una “interpretazione
giudiziaria” della legge antisovversione, che prevede pene dai tre anni
all'ergastolo per artisti, scrittori, musicisti, editori e registi cinematografici
che “incitino alla ribellione contro i poteri dello Stato”, una formula
che si presta alla repressione di qualsiasi dissenso. I China watchers
si stanno interrogando sul significato di questo improvviso giro di
vite. Alcuni
ritengono che il disgelo dello scorso anno sia stato determinato solo
dalla necessità di preparare la visita di Clinton, e che sostanzialmente
l'attuale leadership non abbia alcuna intenzione di effettuare aperture
sostanziali. Altri attribuiscono i provvedimenti alla necessità
di dare un esempio (per dirla alla cinese, “punirne uno per spaventarne
mille”) in un momento assai delicato, in cui potrebbe bastare una scintilla
per dare fuoco alle polveri. Le avvisaglie della tempesta che si sta
addensando non mancano di certo, e il fatto che la stampa ufficiale
le registri dimostra che vengono prese molto sul serio. Nel solo mese
di gennaio ci sono stati lo scoppio di una bomba su un autobus a Liaoning
(diciannove morti), violentissimi scontri a Daolin tra migliaia di contadini
infuriati e reparti dell'esercito (un morto e decine di feriti), un
altro autobus saltato in aria a Changsha (37 feriti), una bomba in un
grattacielo di Canton (due morti).Per un Paese della dimensioni della
Cina, non è certo il caos, ma sicuramente la spia di un malessere
molto profondo, della degradazione del clima sociale che induce un numero
crescente di individui a sfidare l'ordine costituito. Ma c'è
di più: da qualche tempo ha preso piede l'abitudine, assai poco
cinese, di protestare nelle piazze e nelle strade, contro i ritardi
nel pagamento dei salari, contro le malversazioni delle autorità
locali, contro sentenze dei tribunali considerate troppo severe, contro
i licenziamenti ordinati nel settore
pubblico per limitarne le perdite (che, infatti, sono stati frenati
di autorità in attesa di creare un meccanismo per il riciclaggio
di questi nuovi disoccupati). “Da moltissimo tempo” ha osservato Le
Monde, “non si assisteva a simili e così frequenti espressioni
di malcontento”. Si ha l'impressione che la mancanza di istituzioni
come i sindacati indipendenti, le associazioni autonome, i gruppi di
pressione, che ormai caratterizzano tutte le democrazie, ma che in Cina
sono state messe rigorosamente all'indice dopo Tienanmen, rendano il
Paese difficilmente governabile. E a peggiorare le cose, si registra
anche un balzo inconsueto delle statistiche della criminalità
comune, a dispetto del fatto che, per un furto di una certa entità,
un cittadino cinese può finire anche davanti al plotone di esecuzione.
Per cercare di calmare le inquietudini della popolazione, il regime
si era impegnato in una grande campagna di moralizzazione e di lotta
alla corruzione, che avrebbe dovuto investire tutta la pubblica amministrazione
e perfino le intoccabili Forze armate, perentoriamente invitate a ritirarsi
progressivamente dalle attività economiche in cui si erano impegnate
negli ultimi vent'anni. E' stato preso di mira particolarmente il contrabbando
che, come abbiamo detto, ha in Cina dimensioni sconosciute nel resto
del mondo e crea, specie nelle provincie costiere, squilibri spaventosi.
E' stato lo stesso primo ministro Zhu Rongji a lanciare questa campagna,
con un viaggio molto pubblicizzato nelle regioni meridionali e una serie
di discorsi molto forti. Ma i risultati, fin qui, non sono stati entusiasmanti:
la Cina rimane la Cina, e molto spesso le squadre anticorruzione si
sono lasciate corrompere dai corrotti, i funzionari hanno fatto muro
e perfino l'esercito ha fatto muro di gomma, pretendendo per l'abbandono
delle sue attività economiche (si ritiene che l'impero dei militari,
con ramificazioni in tutti i settori dell'economia, comprenda non meno
di quindicimila imprese) un risarcimento spropositato. Una delle ragioni
principali del malessere è senza dubbio il rallentamento dell'economia,
che risente della crisi asiatica. Il governo ha annunciato che il traguardo
dell'8% di crescita per il 1998 è stato mancato di un soffio,
ma gli analisti ritengono che (e non sarebbe certo la prima volta) le
cifre siano state truccate per ragioni politiche. Per mantenere la sua
credibilità di fronte all'occidente, la Cina non ha seguito gli
altri Paesi asiatici nella politica di svalutazione della moneta, ma
l'avere sostenuto lo yuan durante la fase di maggior turbolenza finanziaria
della regione non è stato indolore: la competitività delle
esportazioni è diminuita, molte industrie ne hanno risentito
e sono cominciati i fallimenti. Il più clamoroso, oggetto di
molta preoccupazione in Occidente, è stato quello della Guangdong
International Trust & Investment Corporation, un gigante finanziario
di Canton che aveva ottenuto generosi prestiti da numerose banche francesi,
tedesche, svizzere e giapponesi. Queste ritenevano che i debiti della
Guangdong fossero garantiti dallo Stato, ma Pechino ha invocato una
pressoché sconosciuta legge sui fallimenti e ha respinto qualsiasi
richiesta di indennizzo. Il risultato è stato di seminare il
panico tra gli investitori stranieri, esposti nei confronti delle 240
società costituite dalle provincie cinesi per finanziare l'industrializzazione
per almeno 20 miliardi di dollari, e di “congelare” almeno temporaneamente
il flusso di danaro verso il Paese. In un certo senso, la cosa non dispiace
al potere centrale, preoccupato per l'eccessiva autonomia che le province
più ricche si stavano conquistando; ma, certamente, non aiuterà
nella creazione di nuovi posti di lavoro. La crisi ha già avuto
forti ripercussioni anche a Hong Kong, dove la disoccupazione, quasi
sconosciuta quando era un possedimento britannico, sta toccando livelli
patologici, e la Borsa è in preda a continui terremoti. Se la
decisione di Pechino di non correre in aiuto della GITIC rappresenta,
in un certo senso, un passo avanti nella accettazione delle regole di
mercato, ha anche messo in allarme la comunità finanziaria sul
reale ammontare – non conosciuto – del debito estero della Cina e quindi
sulla solidità del sistema nel suo complesso. In Europa, c'è
una certa tendenza a “rimuovere” la Repubblica popolare, dando per scontata
una sua graduale – sia pure lenta – evoluzione verso l'economia di mercato
e una forma asiatica di democrazia. Purtroppo, non è così:
il Pianeta Cina, tuttora così pieno di misteri, è uno
dei maggiori fattori di instabilità in un mondo già tanto
instabile. E ogni sua evoluzione va tenuta attentamente d'occhio.

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