FEBBRAIO 1999 
 
  
 
                                  Livio Caputo 
Una improvvisa svolta autoritaria e una strisciante crisi economica proiettano pesanti ombre sul Paese più popoloso del mondo.

Per un Paese come la Cina tradizionalmente ossessionato dagli anniversari, il 1999 rappresenta un anno cruciale: a giugno saranno dieci anni dalla strage di piazza Tienanmen, il 1o Ottobre saranno cinquant'anni dalla fondazione della Repubblica popolare. Due eventi di segno chiaramente opposto, che susciteranno passioni da parte di fazioni opposte della popolazione. Tienanmen, in quanto tappa fondamentale della repressione del dissenso politico, fornirà ai riformisti una importante occasione per ribadire le loro rivendicazioni e cercare di strappare al regime nuove concessioni in materia di libertà di pensiero, di associazione e soprattutto di rispetto dei diritti umani, visto che Pechino, per venire incontro alle pressioni occidentali, ha di recente firmato anche la relativa Convenzione internazionale. L'anniversario della fondazione dello Stato comunista ad opera di Mao Ze Dong darà, al contrario, spazio ai nostalgici del marxismo-leninismo, agli avversari delle riforme economiche, ai “puri e duri” del partito che negli ultimi quindici anni hanno dovuto battere progressivamente in ritirata. Presi nel mezzo tra queste due cruciali date, il segretario del partito Jiang Ze Min e il primo ministro Zhu Rongji stanno cercando di mantenere il controllo del Paese 
tornando ad inasprire il trattamento degli avversari politici, reprimendo con durezza le agitazioni sociali e venendo nel contempo incontro alle esigenze più pressanti della popolazione. Ma si tratta di una strada disseminata di ostacoli, perché il 1999 coincide con una fase economica molto complessa, in cui la ristrutturazione dell'industria pubblica ha già creato trenta milioni di disoccupati, la protesta popolare per l'oppressione fiscale e la corruzione dei funzionari provoca continue sommosse e gli ambiziosi traguardi di crescita sono messi in pericolo dalla crisi asiatica. A mano a mano che la Cina cerca di affermare la sua “normalità” e di trovare una definitiva posizione nell'economia complessiva, vengono al pettine tutti i nodi di un Paese di un miliardo e trecento milioni di abitanti, tuttora formalmente socialista e a regime di partito unico, ma ormai in fase di avanzata – e molto tumultuosa - transizione verso l'economia di mercato: crescente disparità tra ricchi e poveri, malessere nelle campagne, scontro aperto tra le ricche e un po' dissipate provincie costiere e quelle molto più arretrate dell'interno, difficoltà a mantenere gli standard finanziari e commerciali indispensabili per ottenere l'agognata ammissione alla Organizzazione mondiale del Commercio. E, soprattutto, difficoltà a coniugare la mancanza di libertà politiche con l'esistenza di una libertà economica che spesso tende a sconfinare nella licenza: basti pensare che circa il 20 per cento delle importazioni della Cina sono frutto di contrabbando, con perdite astronomiche per l'erario. L'inizio dell'anno è stato, per Pechino, foriero di tempesta. Nel 1998, la stampa occidentale aveva salutato con entusiasmo una certa apertura del regime nei confronti della dissidenza, segnata dal viaggio in Cina del presidente Clinton, dalla visita dell'Alto commissario ONU per i diritti umani Mary Robinson e dalla firma della Convenzione internazionale sui diritti politici ed umani. Il governo aveva addirittura chiuso un occhio di fronte al tentativo di registrare, in quattordici città, un Partito della Democrazia cinese, la prima organizzazione politica di opposizione sorta dal 1949. Tre dissidenti storici erano stati autorizzati, dopo anni di detenzione, ad andare in esilio negli Stati Uniti. Le autorità avevano anche accentuato la loro tolleranza nei confronti delle case editrici e degli istituti di ricerca che cominciavano ad illustrare nuove idee, considerate eretiche fino a poco tempo fa, e a pubblicare articoli con titoli come “Libertà di pensiero e democrazia politica”, “La solitudine del dissidente” e “Tutti i vantaggi del mercato”. Qualche politologo entusiasta era arrivato a parlare di “primavera di Pechino”, (forse senza ricordare come finì quella di Praga di trent'anni prima) e della possibilità della nascita di una prima, vera, dialettica democratica. Poi, a gennaio, quasi senza preavviso, la gelata.Un tribunale ha condannato rispettivamente a 13,12 e 11 anni di reclusione Xu Wenli, Qin Yongmin e Wang Youcai, tre veterani dello storico “muro della democrazia” coinvolti nella fondazione del Partito della democrazia cinese, sotto l'accusa di atti di sovversione. Una settimana dopo, dieci anni di prigione sono stati comminati da un tribunale dello Hunan al sindacalista Zhang Shanguang, colpevole di avere concesso una intervista sui problemi dei contadini a Radio Asia libera, una emittente finanziata dagli Stati Uniti. Infine, un tribunale di Shanghai ha inflitto due anni di prigione a Lin Hai, un ingegnere elettronico che aveva fornito a una agenzia statunitense considerata “ostile” 30.000 indirizzi cinesi di posta elettronica, apparentemente utilizzati per distribuire “un gran numero di articoli diretti a incitare la ribellione contro il potere statale e il sistema socialista”. Quest'ultima condanna, in particolare, è stata accolta con molta preoccupazione, perché ha tutta l'aria di una misura intimidatoria nei confronti dei circa 2 milioni di cinesi che, avendo accesso a Internet e potendo “navigare” liberamente nell'etere, sono più ricettivi nei confronti di idee provenienti dall'estero. Contemporaneamente, le autorità sono intervenute per limitare le attività intellettuali ed accademiche che stavano sconfinando nel dissenso politico. Il dipartimento propaganda del partito ha ordinato la temporanea chiusura, in attesa di “correzione delle deviazioni ideologiche”, di una delle case editrici più influenti e coraggiose nella pubblicazione di libri fuori del coro: l'Editrice Cina Oggi. La sua colpa principale, secondo gli analisti, è stata di pubblicare una inchiesta molto incisiva sulla corruzione delle forze armate e della burocrazia, e un'altra che mette sotto accusa chi ancora ostacola l'avvento dell'economia di mercato. Entrambe le pubblicazioni avevano avuto un successo strepitoso, raggiungendo anche molti cittadini al di fuori della ristretta cerchia degli studiosi. Altre misure di prevenzione sono state adottate nei confronti di case editrici di provincia, che approfittando della lontananza dalla capitale si erano concesse vistose licenze ideologiche.Per adesso, il giro di vite nei confronti degli intellettuali non appare generalizzato, e restano sul mercato numerose pubblicazioni ai limiti dell'ortodossia. Ma è probabile che, se la situazione generale del Paese dovesse peggiorare, se il regime vedesse che quella stabilità sociale che esso considera ormai il bene supremo, fosse in pericolo, il bastone tornerebbe immediatamente in azione. Gli strumenti sono comunque già stati apprestati: in coincidenza con gli ultimo arresti, il governo ha emanato una “interpretazione giudiziaria” della legge antisovversione, che prevede pene dai tre anni all'ergastolo per artisti, scrittori, musicisti, editori e registi cinematografici che “incitino alla ribellione contro i poteri dello Stato”, una formula che si presta alla repressione di qualsiasi dissenso. I China watchers si stanno interrogando sul significato di questo improvviso giro di vite. Alcuni ritengono che il disgelo dello scorso anno sia stato determinato solo dalla necessità di preparare la visita di Clinton, e che sostanzialmente l'attuale leadership non abbia alcuna intenzione di effettuare aperture sostanziali. Altri attribuiscono i provvedimenti alla necessità di dare un esempio (per dirla alla cinese, “punirne uno per spaventarne mille”) in un momento assai delicato, in cui potrebbe bastare una scintilla per dare fuoco alle polveri. Le avvisaglie della tempesta che si sta addensando non mancano di certo, e il fatto che la stampa ufficiale le registri dimostra che vengono prese molto sul serio. Nel solo mese di gennaio ci sono stati lo scoppio di una bomba su un autobus a Liaoning (diciannove morti), violentissimi scontri a Daolin tra migliaia di contadini infuriati e reparti dell'esercito (un morto e decine di feriti), un altro autobus saltato in aria a Changsha (37 feriti), una bomba in un grattacielo di Canton (due morti).Per un Paese della dimensioni della Cina, non è certo il caos, ma sicuramente la spia di un malessere molto profondo, della degradazione del clima sociale che induce un numero crescente di individui a sfidare l'ordine costituito. Ma c'è di più: da qualche tempo ha preso piede l'abitudine, assai poco cinese, di protestare nelle piazze e nelle strade, contro i ritardi nel pagamento dei salari, contro le malversazioni delle autorità locali, contro sentenze dei tribunali considerate troppo severe, contro i licenziamenti ordinati nel settore pubblico per limitarne le perdite (che, infatti, sono stati frenati di autorità in attesa di creare un meccanismo per il riciclaggio di questi nuovi disoccupati). “Da moltissimo tempo” ha osservato Le Monde, “non si assisteva a simili e così frequenti espressioni di malcontento”. Si ha l'impressione che la mancanza di istituzioni come i sindacati indipendenti, le associazioni autonome, i gruppi di pressione, che ormai caratterizzano tutte le democrazie, ma che in Cina sono state messe rigorosamente all'indice dopo Tienanmen, rendano il Paese difficilmente governabile. E a peggiorare le cose, si registra anche un balzo inconsueto delle statistiche della criminalità comune, a dispetto del fatto che, per un furto di una certa entità, un cittadino cinese può finire anche davanti al plotone di esecuzione. Per cercare di calmare le inquietudini della popolazione, il regime si era impegnato in una grande campagna di moralizzazione e di lotta alla corruzione, che avrebbe dovuto investire tutta la pubblica amministrazione e perfino le intoccabili Forze armate, perentoriamente invitate a ritirarsi progressivamente dalle attività economiche in cui si erano impegnate negli ultimi vent'anni. E' stato preso di mira particolarmente il contrabbando che, come abbiamo detto, ha in Cina dimensioni sconosciute nel resto del mondo e crea, specie nelle provincie costiere, squilibri spaventosi. E' stato lo stesso primo ministro Zhu Rongji a lanciare questa campagna, con un viaggio molto pubblicizzato nelle regioni meridionali e una serie di discorsi molto forti. Ma i risultati, fin qui, non sono stati entusiasmanti: la Cina rimane la Cina, e molto spesso le squadre anticorruzione si sono lasciate corrompere dai corrotti, i funzionari hanno fatto muro e perfino l'esercito ha fatto muro di gomma, pretendendo per l'abbandono delle sue attività economiche (si ritiene che l'impero dei militari, con ramificazioni in tutti i settori dell'economia, comprenda non meno di quindicimila imprese) un risarcimento spropositato. Una delle ragioni principali del malessere è senza dubbio il rallentamento dell'economia, che risente della crisi asiatica. Il governo ha annunciato che il traguardo dell'8% di crescita per il 1998 è stato mancato di un soffio, ma gli analisti ritengono che (e non sarebbe certo la prima volta) le cifre siano state truccate per ragioni politiche. Per mantenere la sua credibilità di fronte all'occidente, la Cina non ha seguito gli altri Paesi asiatici nella politica di svalutazione della moneta, ma l'avere sostenuto lo yuan durante la fase di maggior turbolenza finanziaria della regione non è stato indolore: la competitività delle esportazioni è diminuita, molte industrie ne hanno risentito e sono cominciati i fallimenti. Il più clamoroso, oggetto di molta preoccupazione in Occidente, è stato quello della Guangdong International Trust & Investment Corporation, un gigante finanziario di Canton che aveva ottenuto generosi prestiti da numerose banche francesi, tedesche, svizzere e giapponesi. Queste ritenevano che i debiti della Guangdong fossero garantiti dallo Stato, ma Pechino ha invocato una pressoché sconosciuta legge sui fallimenti e ha respinto qualsiasi richiesta di indennizzo. Il risultato è stato di seminare il panico tra gli investitori stranieri, esposti nei confronti delle 240 società costituite dalle provincie cinesi per finanziare l'industrializzazione per almeno 20 miliardi di dollari, e di “congelare” almeno temporaneamente il flusso di danaro verso il Paese. In un certo senso, la cosa non dispiace al potere centrale, preoccupato per l'eccessiva autonomia che le province più ricche si stavano conquistando; ma, certamente, non aiuterà nella creazione di nuovi posti di lavoro. La crisi ha già avuto forti ripercussioni anche a Hong Kong, dove la disoccupazione, quasi sconosciuta quando era un possedimento britannico, sta toccando livelli patologici, e la Borsa è in preda a continui terremoti. Se la decisione di Pechino di non correre in aiuto della GITIC rappresenta, in un certo senso, un passo avanti nella accettazione delle regole di mercato, ha anche messo in allarme la comunità finanziaria sul reale ammontare – non conosciuto – del debito estero della Cina e quindi sulla solidità del sistema nel suo complesso. In Europa, c'è una certa tendenza a “rimuovere” la Repubblica popolare, dando per scontata una sua graduale – sia pure lenta – evoluzione verso l'economia di mercato e una forma asiatica di democrazia. Purtroppo, non è così: il Pianeta Cina, tuttora così pieno di misteri, è uno dei maggiori fattori di instabilità in un mondo già tanto instabile. E ogni sua evoluzione va tenuta attentamente d'occhio. 

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