| FEBBRAIO 1999 |

Stenio Solinas
DUBLINO: Ci sono cinque povere, striminzite corone di fiori sulla tomba di Bobby Sands, nel camposanto di Milltown,
a Belfast. Sessantasei giorni di sciopero della fame per crepare, a 27 anni, in una prigione inglese, l'ottobre di diciassette anni fa... E' sepolto dove c'è il Country Antrim Memorial dell'IRA, un impressionante elenco di nomi e di morti “caduto in azione”, “impiccato”, “assassinato”, “ucciso incidentalmente” a scandire il Novecento... Gialle lampade elettriche, in una mattina d'inverno
piovosa e battuta dal vento, illuminano malamente croci e marmi, uffici cimiteriali e baracche per gli attrezzi color verde acqua marina o grigio, un'atmosfera e una luce di desolante tristezza. In lontananza si estende quella che un tempo fu un'imponente periferia industriale e ora è poca cosa. Capannoni, fabbriche, il traffico stradale di una media città italiana per la capitale di uno Stato negato o affermato con rabbia e che adesso suscita più apprensioni che passioni. Per gli irlandesi, l'Ulster ha smesso di essere le “Sei contee” separate di una madrepatria e più semplicemente, più pragmaticamente, è ormai Irlanda del Nord, un altro Paese... I cui abitanti, a propria volta, non guardano più al resto dell'isola con il disprezzo più o meno accondiscendente riservato ai parenti poveri, straccioni e peccatori, ma con lo stupore invidioso di chi si trova a constatare lo sviluppo e i progressi di quella che viene definita “la tigre celtica”, uno dei miracoli economici d'Europa. Dopo settant'anni di rivendicazioni, Dublino si rende conto che un'Irlanda unita sarebbe una iattura: un milione di protestanti arrabbiati e in crisi economica e mezzo milione di cattolici con la sindrome del perseguitato e la forma mentis del martire a cui tutto è dovuto da prendere sulle proprie spalle. Nei prossimi mesi, il processo di pace cominciato lo scorso anno vedrà ciascuna delle parti rinunciare a qualcosa: il Sud all'idea di una unica nazione, il Nord a quella di un unico partito di guida e di governo, etnicamente separato e senza legami e di una minoranza cattolica priva di potere politico. E quest'ultima, più fiduciosa e in crescita, a quelle scritte murali che negli anni Settanta riempivano Falls Road, l'enclave dov'era confinata: “C'è vita prima della morte?”, può finalmente rispondere con un “sì”. Rarefattisi i posti di blocco, sparita la presenza militare, Falls Road e la sua omologa e opposta Shankill Road, regno dei protestanti, si avviano a essere un percorso turistico. Per 20 sterline il taxi ti porta a visitare le stazioni di polizia, la sede dello Sinn Fein, si ferma davanti ai murales, sempre più rari, dove le opposte fazioni hanno esercitato per decenni il loro talento e il loro odio. Non che sia tutto finito, o che niente possa più accadere, ma la sensazione è quella di una generale tendenza a attutire, ovattare, sopire. Le bombe scoppiano ancora, ma l'Irish Times le mette in quarta pagina, a due colonne: in terza vanno i dati sul boom del turismo: record annuale di visitatori, cinque milioni e mezzo, record in percentuale d'aumento, più nove per cento, record in valuta straniera, più di due miliardi in sterline... Ai primi del '900 il rettore del Trinity College, J. P. Mahaffy, disse che “In Irlanda non succede mai l'inevitabile, arriva sempre l'inaspettato”. Il secolo irlandese che si chiude sembra dargli ragione e le povere, striminzite corone di fiori che ricordano il sacrificio di Bobby Sands ne sono la commossa constatazione. Si è chiuso un ciclo, insomma, o forse è il vento della Storia, lo spirito del Tempo, che hanno preso a soffiare in un'altra direzione. La pianta del nazionalismo si è isterilita e ci si è accorti che intanto era andata seccandosi quella dell'integralismo. Protestanti, cattolici, oramai al Sud non vuol dire più niente, e il Nord lentamente finisce con l'assomigliargli. Al Trinity, nelle bacheche riservate alle comunicazioni studentesche, cappellani metodisti, presbiteriani e apostolici romani si autopublicizzano a fianco del gruppo Alpha che s'interroga sul significato dello Spirito santo e alla Lesbian Gay & Bisexual Society che organizza i suoi incontri e le sue “Settimane dell'Arcobaleno” con tanto di posta elettronica e sito Internet. Accettata la contraccezione, facilitato l'aborto, i costumi sono quelli della normale gioventù europea. Quando venne fuori lo scandalo sessuale del vescovo Casey, gli studenti si misero a portare delle T-shirt con la scritta “Wear a condom. Just in Casey...”. E' una società laicizzata e un'altra Irlanda rispetto agli stereotipi ancora di pochi anni fa: ha una delle più basse consumazioni di alcolici pro capite del
Continente e, non avendo conosciuto l'industrializzazione, è passata senza colpo ferire alla società postindustriale, ignorando così tensioni sindacali, chiusure di fabbriche, ristrutturazioni. Un terzo della popolazione è a Dublino, dove l'aver investito sull'istruzione, il veicolo della lingua inglese, l'uso intelligente dei fondi della Comunità europea (14 miliardi di sterline fra il 1973 e il 1991), l'apertura a un mercato internazionale, la flessibilità nell'impiego assicurano un presente di benessere e di tranquillità economica.Alle soglie del Duemila, l'Irlanda si presenta dunque con la testa ben tesa a tagliare il nastro di un futuro diverso da quello che il suo passato sembrava avergli preparato. Non che lo ignori o non ci si interroghi sopra: nelle librerie del centro, di Belfast come di Dublino, da Waterstones's come da Hodges Figgs, gli scaffali sono strapieni di libri che ne ripercorrono la storia politica e insurrezionale, i conflitti dichiarati e quelli clandestini. Ancora adesso per capire l'invisibile differenza fra il Fianna Fail e il Fine Gael, i due principali partiti politici, bisogna risalire al fatto che il loro elettorato è il frutto della contrapposizione di 60 anni fa, quando il primo fu fondato da Eamon de Valera e il secondo raccolse l'eredità di Michael Collins, i due giganti dell'indipendenza irlandese che per un anno si presero a cannonate.Le guerre civili lasciano solchi che attraversano
famiglie, tranciano amicizie, percorrono generazioni... Quella irlandese, con tutta l'assurdità che la caratterizza e che la fa assomigliare al conflitto fra il popolo dei Tacchi Alti e quello dei Tacchi Bassi raccontato da Swift nei Viaggi di Gulliver, nato su quale estremità dell'uovo sodo si dovesse rompere prima di mangiarlo, non fa eccezione. Tim Pat Coogan e George Morrison la hanno appena raccontata in "The Irish Civil War" (Weindenfeld & Nicolson), uno splendido album fotografico che è in testa alle vendite della saggistica insieme con "The Irish Century", scritto da Michael MacCarty Morrogh sempre per lo stesso editore. Oggi Grafton Street è la via dello shopping, percorsa da una fiumana di gente, involgarita e imbruttita da centri commerciali che la popolano senza soluzione di continuità. Nella Dublino insanguinata del primo dopoguerra ci sfilavano le brigate dell'IRA, armate con fucili tedeschi, impermeabile, giacca e cravatta. Le Four Court che fronteggiano il fiume Liffey, e che ora ospitano l'Alta Corte di Giustizia, nella foto d'epoca rimandano al loro essere il Quartier generale dei ribelli di de Valera contrari all'autogoverno nel nome dell'indipendenza totale. I sacchetti di sabbia sono posti a protezione dei cancelli, i bambini giocano a fare i soldati. Quando un'esplosione ne distrusse l'archivio storico, per giorni il cielo sopra Dublino si popolò di anneriti frammenti cartacei. Winston Churchill commentò alla Camera inglese: “Meglio uno Stato senza archivio che un archivio senza Stato”. Una volta tanto Michael Collins fu d'accordo con lui. E' al College Green dove sorge la Banca d'Irlanda che quest'ultimo tenne lo storico discorso dell'aprile del 1922, a capo scoperto sotto una pioggia torrenziale, in cui spiegava agli irlandesi il perché si doveva dire sì all'accordo raggiunto con l'Inghilterra. Per giustificare il suo no, de Valera gli aveva contestato il modo in cui ci si era arrivati: dovevano trattare, non avevano l'autorità di firmare. “Sono come il capitano di una nave lasciato a terra dal suo equipaggio”, aveva detto.”Un capitano che mandò il suo equipaggio al largo e poi pretendeva di guidare la nave dalla terra ferma”, fu la risposta. E' a O'Connel Street, la maggiore strada della capitale, con i suoi monumenti, i grandi magazzini, le banche, gli uffici pubblici e i cinema, che gli uomini di de Valera si asseragliarono nel luglio del 1922 per l'ultima difesa nel “Block”, un complesso di case e alberghi fra loro collegati da tunnel e cantine. Il Gresham Hotel, un gioiellino georgiano che ancora oggi, restaurato, fa bella mostra di sé, fu l'ultimo a cadere al cannoneggiamento delle truppe del neonato Stato irlandese. Cathal Brugha, che guidava gli insorti, ordinò ai suoi uomini di arrendersi. Poi, da solo, uscì con due pistole: era uno degli eroi della lotta per l'indipendenza, e da ambo le parti lo supplicarono di metter giù le armi. Lui fece fuoco e un attimo dopo cadde riempito di piombo. Quattro mesi più tardi venne fucilato Erskine Childers, un'altra figura d'eccezione. Suo figlio diverrà, in seguito, presidente della Repubblica. La Phoney War, la “finta guerra”, come venne ribattezzato lo scontro intestino che per un anno dilaniò il Paese, fece un migliaio di morti, causò danni ingenti, trascinò con sé un corteo di atrocità: nella contea di Kerry, devastata dagli attentati dinamitardi, il generale James Daly legò nove insorti intorno a un albero con una striscia di esplosivo, poi la fece esplodere. “Nessuno mi aveva detto di usare i guanti bianchi”, replicò quando lo sollevarono dal comando. Esecuzioni pubbliche videro nel plotone dei fucilieri testimoni di nozze, amici, parenti dei fucilati...Collins finì assassinato, cosa che del resto aveva messo in conto: “Ho firmato la mia condanna a morte politica”, gli aveva detto al momento dell'accordo con l'Inghilterra il suo alter ego britannico, lord Birkenhead. “E io la mia condanna a morte vera e propria”. De Valera fu arrestato e una foto struggente mostra il figlio, in miniatura il ritratto del padre, mentre in pantaloni corti e calzettoni tiene un discorso in sua difesa. Liberato e tornato alla vita politica, seguì la linea che il suo avversario nella guerra civile aveva tracciato nel '22.
Più che una guerra finta, era una guerra inutile. Forse è anche la consapevolezza dell'insensatezza di tante scelte e passioni e odii e contrapposizioni del passato a spiegare il nuovo corso del presente in un Paese dove il 40 per cento della popolazione è al di sotto dei 25 anni. E forse l'affievolirsi di un secolare complesso di inferiorità nei confronti dell'Inghilterra, che di scelte insensate, colpevoli ritardi, incapacità a prevedere i tempi non ha rivali nel suo rapporto con l'Irlanda, permette una più realistica visione delle cose, un calcolo di costi e benefici non viziato da irrazionalismi. Nel Temple Bar, il quartiere alternativo di Dublino dove la bruttura architettonica moderna celebra il suo trionfo, sciami di ragazze e ragazzi entrano ed escono dai pub, affollano le discoteche, si inventano una dimensione artistica, assaporano una identità europea che non stona a petto di una sensibilità nazionale sentita ma non esibita. Nel Giardino delle Rimembranze di Parnell Square, l'epitaffio per i caduti per l'Irlanda recita: “Generazioni della libertà, ricordatevi di noi, generazioni della visione”. Ma a volte si deve saper dimenticare per non trovarsi costretti a rinnegare.
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