FEBBRAIO1999                            

 

Per gli innamorati di tutto il mondo il 1999 è cominciato con un lutto. Il 14 gennaio, all'ospedale di Mougins in Francia, è morto Raymond Peynet, il creatore di “les amoureux”, in Italia battezzati Valentino e Valentina, poetica coppia di “fidanzatini”. Peynet aveva compiuto novant'anni il 16 novembre scorso: viveva ad Antibes, sulla Costa Azzurra. Il suo declino fisico si era avvertito soltanto nel 1996, quando si spense la moglie Denise, compagna indissolubile della sua vita. Si erano conosciuti diciottenni. Denise aveva un cognome carico di dolcissimo destino: si chiamava Damour. Ho conosciuto e intervistato Peynet a Milano, alla presentazione di un suo libro, “Come parlare d'amore sorridendo”. Era il dicembre 1968, un anno importante se si pensa che fu l'anno del Maggio francese e della contestazione giovanile. No, “les amoureux” non erano stati sulle barricate. In quel mese di primavera piena, andavano per boschi e giardini tenendosi per mano. “Si convinca, monsieur - disse Peynet - le barricate sono fallite perché non c'era solo voglia di tirar sassi e bombe molotov. Con la violenza non si può ottenere tutto. Ad esempio, non si ottiene l'amore di una donna. E quei giovani che hanno sconvolto Parigi, fanno anche la corte alle ragazze, le desiderano...” Peynet, parlando, continuava a sorridere, cercava consenso alle sue parole. Aggiunge: “Nessuno contesta più dei miei 'amoureux'. Basta guardarsi attorno, vedere com'è il mondo. Loro imperterriti, vanno a caccia di stelle. Se leggessero i libri di Marcuse, riempirebbero le pagine di cuori, di Cupidi alati come fossero cortecce di alberi”. Era sempre stato così, fin dagli inizi. Era il 1942 quando Peynet, figlio di un commerciante in legno e carbone, giovane disegnatore di etichette per profumi e caramelle, fece la sua prima vignetta. La Francia mostrava tristissimi panorami: i nazisti in casa, le ferite della sconfitta militare, tonnellate di bombe dal cielo. Nel parco pubblico di Valence, Peynet s'incantò a guardare un “kiosque à musique” solitario. Il romantico rudere lo affascinò. Disegnò uno sparuto violinista in bombetta e redingote. Gli altri suonatori si allontanavano, le sedie intorno erano vuote. “Potete andare tranquilli - diceva il violinista ai compagni - finisco da solo”. Titolo della vignetta: “L'incompiuta”.Il mondo di Peynet si fermò là, sotto la tettoia del “kiosque à musique” che era a forma di paralume liberty. Allora l'Europa in guerra era un continente crudele e spettrale. Quando avvenne l'incontro milanese era un continente inquieto tra le barbe e le zazzere della protesta. Che importava? Il discorso del volersi bene non ha tempo. Il violinista del 1942 era diventato “il poeta”. Gli era stata data una compagna, come Eva con Adamo, un'esile fanciulla con i capelli pettinati a coda di cavallo.Il loro paradiso terrestre non cambiò più. Lo si poteva ormai ricostruire a memoria: aeree voliere, nuvole di cuori, traffico petulante di amorini, ragnatele fittissime di pampini, scuole di zucchero come nelle favole, la cui principale materia d'insegnamento era la galanteria. Ecco una battuta divenuta famosa di Peynet.

Dall'alto d'una cattedra una maestra ammoniva “les amoureux” e altri alunni come loro “Quelli che non sapranno la lezione staranno a pane e rugiada e dovranno scrivere cento volte in tutti i suoi tempi il verbo amare”. Ma torniamo a quella sera milanese. Fui insistente, cercai di opporre il mio scetticismo alla tenerezza di Peynet. Gli dissi: “Perché non si stacca dai suoi 'amoureux'? Quale battaglia vuole condurre in un mondo che ha così poco posto per i sussurri, per la poesia, per il romanticismo?” Mi rispose mostrandomi due vignette nelle quali era presente un minimo d'aggiornamento, appena qualche brivido del mondo che cingeva d'assedio “les amoureux”. In una “lui”, il poeta, arrivava sotto la finestra di “lei” con un piccolissimo pacchetto in mano. “Mi hai portato dei cioccolatini?”. “No, ti ho portato una minigonna”. Nell'altra vignetta, “lui” si librava nell'aria indossando lo scafandro di James Bond, ma accompagnato da uno stormo di rondini e con tre rose in mano. La meta del volo era l'altissimo abbaino dove “lei” lo aspettava. La battuta diceva: “Al tuo richiamo sono venuto in 007 secondi”. Era la lieve misura di sempre, una specie di acrobazia sentimentale sul filo invisibile del sorriso. Poi Peynet parlò: “L'amore - disse - è necessario alla vita quanto il sangue che scorre nelle vene”. - Lei non riesce a immaginare creature umane senza amore? “Senza amore non saremmo altro che miserabili esseri inebetiti”. - Però ci sono anche i cambiamenti imposti dal progresso... “So benissimo che non si può fermare il progresso, ma non per questo si distruggerà l'amore”. - In un'intervista a un settimanale francese lei ha dichiarato che i suoi “amoureux” sono lontani da tutto ciò che è doloroso e volgare. Ciò significa che essi vivono fuori dalla vita reale? “Io so che la vita reale è triste. Ma di sognare abbiamo bisogno. La poesia non è guerra, morte, malattia; la poesia vive tra i fiori, gli uccelli, la natura. Altri hanno scelto di darsi alla politica; io ho scelto di disegnare l'amore, la gentilezza, la tenerezza”. Adesso che Raymond Peynet è morto, quella sera milanese di tanti anni fa sembra ancora più lontana. Le immagini degli “amoureux” sono andate in giro per il mondo, hanno decorato foulard, posacenere, porcellane, boccette di profumi, scatole di dolciumi. “Les amoureux” sono diventati bambolotti di plastica riprodotti in milioni di esemplari. In onore di Peynet e dei due personaggi sono nati due musei, uno nell'Alvernia e uno, inaugurato qualche mese fa, ad Antibes. Il “kiosque à musique” di Valence è stato conservato come un monumento nazionale. Ma l'omaggio di cui Peynet era maggiormente orgoglioso si trova a Hiroshima, la città simbolo degli orrori della guerra, della morte e della distruzione: in un giardino di Hiroshima, c'è una statua in bronzo dei due “fidanzatini” a simboleggiare la pace e l'amore. Quella sera a Milano, nelle ultime pagine del libro che era stato presentato, vidi che la coppia degli “amoureux” si sposava e arrivava un figlio. Allora scrissi, e adesso ripeto, che gli ammiratori di Peynet potevano stare in pace. Tutto restava come prima: un po' di sogno, un po' d'ironia, la solita grazia. E il neonato, per essere coerente, dormiva nella coda d'un immaginario “pianoforte a dondolo”.

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