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G U S T A V H O L S T

La musica è sempre stata il sottile “fil-rouge” che ha collegato tutti i mondi che ci circondano.
La natura, la filosofia, la pittura ed altro ancora non hanno trovato estranea la musica, presente come sintesi o come efficace “collante” nel globale concepimento della materia.
Ebbene ora non rimane altro che proiettarsi al di fuori dell’emisfero terrestre per analizzare se esistono strette analogie fra il mondo e lo spazio.
Questo problema lo possiamo dividere in tre punti:
1- spazio fisico
2- catarsi
3- spazialità del proprio pensiero
Tre ipotesi che hanno la finalità di concentrare la dimensione spazio in un’ambientazione psicologica oltre che musicale. Nello spazio fisico sorge spontanea la definizione di Platone riguardante il ritmo: infatti egli scrisse che “il ritmo nasce dal moto delle sfere” cioè dei pianeti. Un collegamento inedito per i suoi tempi, ma efficace nel XX secolo per cogliere la complessità di questo pensiero. I compositori che hanno considerato e studiato in modo approfondito il fenomeno non sono stati numerosi, perché negli annali del tempo lo spazio non è mai diventato una moda o un fenomeno di massa, quindi in pochi hanno scoperto lo spazio come momento di ricerca.
Per esempio il musicista inglese G. Holst con il suo famoso “The Planets” ha sondato in profondità i suoni creati dall’uomo in rapporto allo spazio, dedicando ciascun brano ad un pianeta. All’ascolto si ha la sensazione di trovarsi di fronte ad una mediazione fra la tradizione musicale determinata dai suoni degli strumenti acustici e la filosofia dell’elettronica. Un compromesso ben riuscito. Holst visse a contatto con lo spazio, pur legandosi al gusto terrestre, quindi, non riesce a raggiungere quella levità e quel gusto dell’impalpabile che rimane, come comune denominatore, nella raffigurazione dello spazio.
Al contrario Henri Pousseur è riuscito ad identificare i caratteri principali dello spazio musicale, realizzando una serie di suoni bianchi, freddi ed isolati fra di loro.
Un esempio dell’incomunicabilità che prende le mosse dalle immense distanze dei pianeti stessi. Inoltre nel musicista possiamo notare un netto distacco della funzione temporale, in quanto questo spazio nella misura dell’uomo non ha più alcun significato. Tutto ciò è riscontrabile nel brano: “Trois chants sacres” per soprano, violino, viola, e violoncello del 1951. Nel secondo caso, la “catarsi” di ordine cartesiana, trova riscontro nella volontà di vivere in una dimensione senza parametri nei vincoli psicologici.
Di conseguenza lo spazio diventa un’ottimale risoluzione, testimoniata da musicisti quali Brian Eno, Philip Glass. Nelle loro composizioni lo spazio diventa una costante allucinazione, vissuta in positivo e realizzata attraverso la manipolazione di sonorità spettrali, senza contatti con il suono della tradizione. La liberazione, citata in precedenza, riguarda l’eliminazione delle regole e dei vincoli accademici, ricercando un messaggio semplici e alternativo. Se vogliamo trovare un collegamento con il mondo classico non possiamo dimenticare Luigi Nono, il quale con il suo brano “Al gran Sole carico d’amore” è riuscito a coniugare le simbologie terrene con le sonorità elettroniche che sono l’unico elemento che, attualmente, caratterizza lo spazio.
Esiste una frase di Armando Gentilucci nella quale si può cogliere l’idea della spazialità nel rigore e nella ricerca di Nono: “….nel senso che per il compositore non si tratta solo di tenere ben fermi i concetti di espressione, testimonianza, impegno civile, ma appunto di condizionare e referenziare ideologicamente la stessa fisionomia linguistica, anche quando, come è avvenuto recentemente, si è trattato di lavorare su materiali acustici nuovissimi ove il suono indeterminato poteva condurre all’informe.” E’ appunto l’informe che caratterizza il senso dello spazio e la volontà di riappropriarsi della materia per riassumerla. L’ultimo punto riflette i limiti e i contrasti del pubblico che riceve il messaggio. Non a caso il fornitore pensa allo spazio come a un mondo lontano, svincolato dalla terra, ma dimentica che noi stessi facciamo parte dello spazio e quindi la ricerca attuata dai compositori considera questo aspetto che può sembrare elementare, ma che non fa ancora parte del pensiero comune. Le innovazioni e le teorie della “spazialità del pensiero” sono i risultati da perseguire per il nostro futuro, aiutati dai ricercatori che, però, non hanno ancora scoperto una musica fuori dal tempo e dai luoghi comuni.

Gustav Holst

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Adriano Bassi