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Da qualche mese insegno all’università La Sapienza, di Roma, facoltà di architettura, ”mitica” Valle Giulia. Fin qui, saremmo ancora nell’ambito del celebre “e chi se ne frega”. Se nonché insegno “Sociologia dei processi culturali e comunicativi”, ovverosia qualcosa che non è strettamente legato ad architettura: certo, non è poi un’impresa spiegare come gli edifici “parlino”, facciano parte di un codice di comunicazione, rimandino immediatamente a una visione del mondo ecc. Ma insomma, non essere un architetto, avere circa 500 ragazzi la maggior parte dei quali matricole sotto i vent’anni, godere in partenza di uno straccio di notorietà radiotelevisiva, mi ha ben presto indirizzato a dialogare con loro diversamente da come forse me lo ero immaginato. Gradualmente, mi sono liberato da “orpelli” pseudodidattici, non ho “fatto” il professore ma, nella profondissima distinzione semantico-esistenziale che usano alla lettera gli anglosassoni, ”sono stato” e “sono” il professore. Credo che funzioni, perché l’aula magna è sempre piena, pur senza obbligo di frequenza, e con l’iniziale difficoltà anche dei ragazzi abituati a “recitare” la parte degli studenti come si aspettano che il loro interlocutore “reciti” la parte del docente. La faccio breve: nessuno recita più di tanto, la comunicazione sgorga a fiotti, la sistematicità è data da un corso di teoria della comunicazione, l’animazione dal fare associazioni di idee a braccio. Costa più fatica, ma desta se non le scienze le coscienze. Il corso è stato istantaneamente ribattezzato “Legittima difesa”, dall’inquinamento mediatico soprattutto, e i ragazzi stanno imparando a difendersi e a decodificare. Esemplifico, tra le tante occasioni di decostruzione dei meccanismi. Nella settimana della sentenza di primo grado nel delitto di Novi Ligure da parte dei due minorenni, Erika ed Omar, c’era stato un can can televisivo che aveva spremuto il limone del presunto nuovo ragazzo di Erika, tal Mario, fino alla buccia. Lui che girava per i media come un “eroe” da Grande Fratello, le tv che se lo contendevano pagandolo salato. Il tutto sulle tracce giudiziarie di una tragedia che aveva vissuto fin dall’inizio vari stadi di orrore: quello della cronaca nera, quello delle accuse “sono stati gli albanesi”, quello del sospiro di sollievo dei concittadini “meno male, non gli albanesi ma semplicemente la figlia e il fidanzatino”… Ma insomma, sapete bene di cosa stia parlando. Grandi polemiche perché la tv di stato, leggi il canone, aveva invitato il tal Mario prima a “Domenica in”, intervistato da Mara Venier, poi a “Porta a Porta”, da Bruno Vespa. La mia lezione di “legittima difesa” è consistita nel far sentire, attenzione, sentire, solo audio niente video, le due interviste consecutivamente. Pian piano, gli studenti hanno cominciato a ragionare: è vero, con differenze infinitesimali sembravano la stessa cosa, le parole, perfino i toni si somigliavano. E dunque perché potevano essere sembrate diverse, strappate dall’essenza specifica, radiofonica diciamo così, della parola e recepite nel contesto dei due programmi, apparentemente così diversi? Perché appunto la premessa, il sentore, l’alone, il pregiudizio davano alla Venier un’aura da casalinga, a Vespa da autorevole giornalista. Ma erano molto più forti nella sostanza le analogie, nella ricerca dell’audience nel solito mercato, che non le diversità. E comunque ciò che avvolgeva tutto in un cellophane, era il mezzo televisivo. I ragazzi hanno ascoltato, commentato, discusso, concordato. Vedete voi da un semplice corsetto, con ragazzi da tener desti, ignoranti in senso tecnico (nessuno sembra mai sapere nulla), vivi e disponibili grazie a Dio come qualunque loro sodale generazionale del passato pur tra mille differenze, quel che può venir fuori, per “legittima difesa”….

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Oliviero Beha