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Nonostante lo schock degli attentati alle torri gemelle, ostilità e risentimento verso gli Stati Uniti sono in ripresa in tutto il mondo: le cause variano da paese a paese

Uno degli effetti collaterali più scioccanti degli attentati dell’11 settembre è stato il rilancio dell’antiamericanismo, proprio nel momento in cui, per la prima volta in due secoli, gli Stati Uniti sono stati proditoriamente attaccati in casa propria. All’inizio, le manifestazioni di giubilo per l’eccidio delle torri gemelle parvero circoscritte ai palestinesi di Gaza e ai Talebani di Kandahar, con tutto il resto del mondo – Russia e Cina comprese - schierato invece compatto al fianco degli Stati Uniti. Era una impressione errata, creata dai media, dalle dichiarazioni dei politici, dalle esigenze del politically correct. Quasi subito, infatti, sono cominciati i distinguo: “Sono solidale con le vittime innocenti, ma Bush se l’è proprio cercata”, era una delle frasi che si sentivano ripetere più spesso, insieme con l’elenco delle colpe, vere o presunte, degli americani nei confronti del Terzo Mondo. Nelle conversazioni private, molti si rifiutavano perfino di attribuire la responsabilità degli attentati ad Al Qaeda e ne facevano risalire la paternità alla CIA, al Mossad, a speculatori di borsa. La tendenza a dissociarsi dall’America si è ulteriormente accentuata quando è cominciato l’attacco all’Afghanistan, traducendosi dapprima nell’uso di termini non appropriati come “vendetta” o “rappresaglia”, poi in una aperta critica alla legittimità dell’intervento. Lo slogan più in voga negli ambienti di una certa sinistra europea è diventato “Né con Bush né con Bin Laden”. Peggio ancora sono andate le cose nel mondo islamico. Per centinaia di milioni di musulmani, Bin Laden è diventato addirittura un eroe, mentre l’America che lo inseguiva sulle montagne di Tora Bora con le sue superbombe assumeva sempre più quelle vesti di “Grande Satana”, che già vent’anni or sono le aveva cucito addosso l’ayatollah Khomeini. Giornali e televisioni facevano quasi a gara nel mostrare le vittime civili del conflitto, nel sottolineare i continui errori delle bombe intelligenti, nel denunciare la crudezza dell’intervento. Non appena si è prospettata l’eventualità che Washington allargasse il conflitto ad altri Paesi implicati con il terrorismo, sono fioccate le proteste. A giudicare dal tono di certi editoriali, sembrava quasi che Al Qaeda fosse una invenzione della Casa Bianca per riaffermare con la forza delle armi la propria supremazia mondiale. Nonostante gli enormi meriti che gli Stati Uniti hanno acquisito, prima accorrendo per due volte in mezzo secolo in difesa delle democrazie europee, poi fornendo loro uno scudo contro l’espansionismo sovietico, l’antiamericanismo non è certo una novità per il vecchio continente. Con la possibile eccezione della Gran Bretagna, dove l’antica fratellanza ha sempre finito con il prevalere su occasionali motivi di contrasto, nessun paese ne è andato esente. Se esso era particolarmente radicato nella sinistra, che individuava nella presenza americana in Europa il principale ostacolo al trionfo del comunismo, neppure la destra scherzava. Per tutti, basterà ricordare il generale De Gaulle e la sua decisione di portare la Francia fuori dalla NATO. In Italia i sentimenti antiamericani erano diffusi, oltre che nel PCI, in parte della DC, nell’MSI, perfino nel PSI (vedi Sigonella). Il periodo di maggiore tensione coincise con la guerra del Vietnam, che gli italiani consideravano a torto o a ragione il prodotto di una nuova forma di imperialismo. Negli anni di piombo che seguirono la rivoluzione sessantottina, l’abitudine di accusare l’America delle maggiori nefandezze, dall’assistenza occulta al terrorismo di destra alla complicità nel rapimento Moro, era diffusissima, in particolare quando la Casa Bianca aveva un inquilino repubblicano. Tuttavia, fin quando è durata la guerra fredda, la maggioranza degli italiani si rendeva conto che solo l’ombrello protettore degli Stati Uniti ci consentiva di vivere al sicuro da aggressioni esterne, anche se spendevamo per la Difesa solo una frazione di quanto avremmo dovuto. Perfino Enrico Berlinguer, a un certo punto, lo riconobbe. “Questi americani sono terribili” si soleva dire “ma sono gli unici americani che abbiamo”; e sia pure con qualche giro di valzer di troppo, ora con Mosca ora con i paesi arabi, quando si arrivava alle strette finivamo sempre con lo schierarci dalla loro parte. Infatti, nel momento decisivo del braccio di ferro tra Reagan e Gorbaciov, accettammo di installare i missili Cruise a Comiso; in occasione della Guerra del Golfo, le principali obiezioni all’intervento contro l’Iraq vennero, nella scia delle prese di posizione del Papa, dagli ambienti cattolici. La fine del mondo bipolare ha, paradossalmente, approfondito i contrasti tra le due sponde dell’Atlantico. Anziché essere riconoscenti agli americani per avere abbattuto il Muro, liquidato l’Impero del Male e creato così le premesse per la riunificazione dell’Europa, abbiamo assunto posizioni critiche verso di loro su molti fronti. Il fatto che siano ormai l’unica superpotenza, senza il cui consenso e collaborazione è difficile prendere iniziative, li ha fatti diventare antipatici. Se interferivano nelle vicende degli altri continenti, erano accusati di arroganza; se se ne lavavano le mani, di indifferenza verso i mali del mondo. Il successo del movimento “no global” è dovuto soprattutto alle sue chiare connotazioni antiamericane, come la campagna contro la MacDonald. E’ gradualmente invalsa la tendenza a scaricare sugli Stati Uniti tutte le responsabilità dei danni, talvolta reali ma assai più spesso immaginari, provocati dal trionfo del liberismo nel mondo. Per molti giovani, preda di una propaganda partigiana e senza scrupoli, l’America è non solo la culla del razzismo, ma anche la principale colpevole della fame e delle malattie che affliggono il Terzo Mondo. Finché alla Casa Bianca c’era Clinton, queste critiche erano in qualche modo stemperate dalla sua reputazione di “progressista”. Da quando c’è Bush, le polemiche sono diventate sempre più aspre, alimentate da un certo unilateralismo della nuova amministrazione repubblicana nell’assumere le sue decisioni: per esempio la denuncia dei protocolli di Kyoto contro l’effetto serra, la insistenza nel perseguire l’obbiettivo dello scudo spaziale nonostante le obiezioni europee, il persistente appoggio allo Stato d’Israele nel suo scontro con gli arabi. Sembrava che l’ondata di solidarietà seguita agli attentati dell’11 settembre potesse invertire la tendenza. Invece, nel giro di pochi mesi è accaduto il contrario, come dimostra il progressivo calo di consensi, nell’opinione pubblica europea, alla partecipazione alla guerra contro un terrorismo che pure ci minaccia tutti. Se usciamo dai confini dell’Europa, il fenomeno diventa ancora più palpabile. In America latina i “gringos” non sono mai stati molto amati, tant’è vero che il loro unico avversario dichiarato, Fidel Castro, è riuscito a sopravvivere fino adesso e ha tuttora un buon numero di simpatizzanti: sebbene molta acqua sia passata sotto i ponti da quando le aziende americane consideravano i paesi a sud del Rio Grande terre di conquista, e la CIA soleva ordire colpi di stato dove si profilava la minaccia di regimi ostili, la diffidenza nei confronti di Washington rimane forte soprattutto a livello popolare. Gli asiatici, a loro volta, sono abbastanza insofferenti della “tutela” americana, ancora associata alla memoria dell’avventura vietnamita, anche se si rendono conto che essa è indispensabile per contenere la crescente pressione della Cina. Ma la centrale principale dell’antiamericanismo è, ormai da molto tempo, il mondo islamico, nonostante la rete di alleanze che lega gli Stati Uniti ad alcuni dei principali Paesi arabi. Qui, la dicotomia è addirittura clamorosa: per i governi di Egitto, Arabia Saudita, Kuwait, Unione degli Emirati ed altri ancora i legami con l’America sono addirittura essenziali per la sopravvivenza. Se re Fahd non avesse la protezione militare statunitense, se Moubarak non ricevesse ogni anno due miliardi e mezzo di dollari da Washington, se il Kuwait non fosse stato salvato da “Tempesta nel deserto”, la mappa geopolitica della regione sarebbe molto diversa. Ciò nondimeno, questi Paesi hanno potuto aderire solo formalmente alla grande coalizione contro il terrorismo, perché la maggioranza della loro popolazione, e perfino certi media più o meno controllati dall’alto, tenevano (e tengono tuttora) senza vergogna per Bin Laden e Al Qaeda. Le testimonianze raccolte in proposito dalla stampa occidentale sono impressionanti. Joseph Lelyveld, del New York Times, ha intervistato un buon numero di egiziani, di palestinesi, di yemeniti e di sudanesi pronti ad arruolarsi in Al Qaeda e a sacrificare la propria vita per infliggere all’America una nuova “umiliazione”. Bernardo Valli racconta su La Repubblica che, in una serie di conversazioni avute nel corso di un viaggio dall’Afghanistan al Cairo, anche con persone dell’alta società, ha percepito un odio contro l’America quasi viscerale, alimentato dalla sua amicizia per Israele, dalla sua indifferenza verso i morti arabi, dalla sua pretesa di imporre i propri valori al mondo islamico. Bin Laden è ammirato come “il musulmano che ha saputo ferire la potenza americana” e che “ha distrutto i simboli del suo potere”. Nello stesso Egitto, che pure è in pace con lo stato ebraico da quasi trent’anni, la canzone più popolare in questo momento è intitolata “Io amo Amr Moussa (il segretario generale della Lega Araba – ndr) e odio Israele”, ed è piena di riferimenti ostili anche verso gli Stati Uniti. Perfino Saddam Hussein, che un tempo era odiato dalla maggioranza degli arabi, è diventato popolare perché – nonostante bombardamenti e sanzioni – ha saputo resistere per dieci anni alla superpotenza americana e se oggi Washington lo attaccasse avrebbe una grossa fetta dell’opinione pubblica dalla sua parte. Un’analisi approfondita delle cause dell’antiamericanismo non è facile, perché ovviamente esse variano da paese a paese. Per gli arabi l’operazione è più lineare, basta andare ad ascoltarsi l’ultimo video di Osama Bin Lade, in cui accusa l’Occidente di “odiare” l’Islam: le ragioni principali per cui questo immaginario odio è così violentemente ricambiato sono da un lato l’appoggio accordato ad Israele e dall’altro la violenta contrapposizione tra due civiltà sostanzialmente incompatibili. Per gli europei in generale, e per gli italiani in particolare, la ricerca è invece più complessa e ci porta talvolta fuori dai confini della politica, quasi nel regno della psichiatria. Un motivo di rancore è senza dubbio dovuto a una certa arroganza degli americani nei nostri confronti, che va dai “diktat” della signora Luce al governo De Gasperi nell’immediato dopoguerra al comportamento un po’ “colonialista” di Washington dopo la tragedia del Cermis. Un altro ha radici, per così dire, cattocomuniste: il modello economico americano, con la sua combinazione di efficienza e di darwinismo sociale, non piace a larghi strati dell’opinione pubblica, che vanno appunto dalla sinistra estrema a molti ambienti vicini alla Chiesa. Un terzo riguarda l’amministrazione della giustizia: non è un caso che l’Italia sia all’avanguardia nella lotta contro la pena di morte, arrivando a trasformare spietati assassini condannati alla sedia elettrica in vittime sacrificali, se non proprio in eroi, come quel tale O’Dell cui Leoluca Orlando ha conferito la cittadinanza onoraria di Palermo. Ma basta parlare un po’ con la gente per scoprire altre cause, talvolta banali, talvolta supersofisticate, talvolta prive di qualsiasi fondamento. Ecco un piccolo campionario di giudizi, raccolti dopo il fatale 11 settembre. “L’America nutre un sostanziale disprezzo per il resto del mondo, che si traduce nel suo atteggiamento di sfiducia nei confronti dell’ONU, nella pretesa di ingerirsi negli affari interni di tutti gli stati, nella indisponibilità a mettere a repentaglio la vita dei propri soldati mentre l’esistenza degli altri conta poco o nulla”. “Non credo mai alle nobili intenzioni degli americani: ovunque intervengano, lo fanno solo per tutelare i propri interessi, soprattutto per il controllo del petrolio mondiale. La stessa NATO non è altro che uno strumento nelle loro mani”. “Gli americani sono un popolo spietato, come si vede non solo dal modo di gestire i rapporti con il resto del mondo, ma anche da come trattano le loro minoranze, i loro poveri, i loro emarginati. Chi non ha soldi, in America, può anche morire”. “La pretesa degli americani di imporre la propria cultura al resto del mondo è ridicola e insolente. Essa è solo un sottoprodotto della nostra e varrebbe molto poco se non avesse la forza del dollaro alle spalle”. “Per gli americani non provo avversione, ma invidia: con una popolazione formata dagli scarti degli altri continenti, sono riusciti a costruire uno stato capace di dominare, per chissà quanto tempo ancora, il mondo intero”. Con queste premesse, è facile prevedere che l’antiamericanismo ci accompagnerà ancora per lungo tempo, e potrebbe anche influenzare i comportamenti dell’Unione Europea se questa acquisisse una maggiore statura politica. Gli americani stessi, peraltro, non sembrano preoccuparsene gran che. Nel bene e nel male, sanno che, a Tokio come al Cairo, a Berlino come a Buenos Aires, vale ancora l’adagio “sono gli unici americani che abbiamo”; e – dal loro punto di vista giustamente – non vedono perché dovrebbero cambiare soltanto al fine di compiacere critici e avversari.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Livio Caputo