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Al nostro inviato a Bou Saada, Algeria.
“Lei è il primo turista europeo da otto anni a questa parte”, mi dice sconsolato Ahmed Boudiaf, cugino del presidente della Repubblica assassinato nel 1994, membro del governo locale di Bou Saada e suo probabile futuro sindaco.
Bou Saada era la “città della felicità”, la “porta del deserto” per i viaggiatori dell’Ottocento, prima che l’occupazione francese e poi il nuovo Stato socialista di Boumediène, costruendo villaggi e asfaltando strade, spostassero di fatto quell’ ingresso quattrocento chilometri più a sud, a Guardai
.

Da Algeri disti un trecento chilometri e ti sembra di essere in un’altra Algeria. Terra rossa, niente macchie e filari di alberi, contrafforti montuosi, la steppa.
Quando i militari fecero fuori politicamente Ben Bella, fu tra queste solitudini che lo tennero agli arresti domiciliari per più di un decennio.
Chissà se gli avranno mai concesso di andare a Sidi Ameur, dove c’è il mausoleo dell’omonimo marabut, un luogo di culto e di meditazione distante una cinquantina di chilometri. “Agli inizi del terrorismo – mi racconta Azzedine, la mia guida – ci sono andato in pellegrinaggio. Avevo degli attacchi di panico, il cuore mi andava a mille. Mi fu detto di lasciare una mia maglietta e di affidarmi al santone. Mi ci sono voluti due anni per venirne fuori, ma ce l’ho fatta senza farmaci. A volte, facendo questa strada da solo, in macchina, tiravo giù il finestrino e urlavo la mia paura”. A Sidi Ameur puoi dormire, essere ospitato, pregare.
Nel momento più forte della lotta armata i barbus, gli integralisti dalle lunghe barbe, ne proibirono la frequentazione e che degli esegeti della fede impedissero l’esercizio della fede stessa dà un’idea del parossismo cui si era arrivati.
Adesso la gente è tornata a pregare, così come sono tornati i mercatini di ceramiche lungo la strada che da Bouira a Sour El Ghozlane, “il muro delle gazzelle” porta alla steppa e alla regione dei nomadi, l’Algeria araba, l’Algeria dei beduini.
Chi non se n’è ancora andato è l’esercito, con i suoi posti di blocco, le torri di avvistamento, i convogli e le caserme. “A Bou Saada il terrorismo arrivò nel ‘93”, racconta Boudiaf, “C’era un gruppo di turisti italiani e spagnoli all’hotel El Cai”d, ci fu un’imboscata ai militari lungo la strada che porta al mercato.
Tre anni fa, l’ultimo colpo di coda: diedero fuoco all’albergo, andò distrutta un’intera ala. Adesso stiamo cercando di ripartire. Lo abbiamo ricostruito, lavoriamo per riaprire l’Atlantique, il gioiello di Bou Saada”. Costruito dai francesi ai primi del Novecento, l’Atlantique rispecchia perfettamente quello che uno studioso attento come Edward W. Said ha definito “orientalismo”, ovvero l’Oriente visto attraverso gli occhi e i desideri dell’Occidente, il languore e il folklore della diversità addomesticati e resi compatibili con i gusti e le aspettative degli europei.
Le cartoline dell’albergo che Boudiaf mi mostra sembrano appartenere a un’altra epoca, e invece sono di nemmeno vent’anni fa, quando oleandri e bouganville riempivano il giardino e ai bordi della piscina si allungavano sdraio, corpi, asciugamani e camerieri impeccabili con vassoi colmi di bicchieri. Dalla terrazza, il Sahara alle spalle, le palme davanti, il vecchio forte coloniale sullo sfondo, il panorama è incantevole.
Un pianoforte Lafayette tutto intarsi e decorazioni, recuperato e restaurato, se ne sta coperto da un panno nel salone da pranzo. “Fra un anno riapriremo e Bou Saada tornerà a essere quella che era sempre stata, la prima oasi del Sahara venendo da Algeri, lo snodo per Djelfa, Laghouart e Guardai” a ovest, per Bistra e El Oued a est, i palmizi, il deserto, le città d’arte dei mozabiti che incantarono Le Courbusier…”
Girando per Bou Saada, fra suk e città vecchia, fra antenne paraboliche e spiedini agli angoli delle strade, fra macchine e asini, ti rendi conto come la struttura sociale e familiare algerina sia più complessa di quello che l’Europa pensa e gli algerini più occidentalizzati si sforzano di presentare.
Su un’altura la moschea di El Hammel con la sua scuola coranica, il centro di accoglienza per pellegrini e fedeli, il plastico della futura università islamica; vecchi pigramente accovacciati lungo le mura e giovani studenti di una religione da imparare a memoria fanno da singolare contrasto con l’estendersi della città sul lato opposto, di fronte ai resti di quello che era il mulino Ferrero, ieri rigoglioso di acqua e set privilegiato di western all’italiana, oggi discarica di rifiuti su cui preme uno sviluppo edilizio senza capo né coda, nidiate di bambini, un’umanità femminile visibile fino ai dodici, tredici anni e che poi scompare, come inghiottita alla vista. Nella capitale, nelle grandi città, la presenza della donna è ancora un qualcosa di paragonabile con ciò che essa è da noi, pur con tutti gli aggiustamenti e i compromessi che un simile paragone può comportare.
Secondo Benjamin Stora, direttore del dipartimento “Maghreb” in Francia e fresco autore di La guerre invisibile, “in quale altro Paese del mondo arabo e mussulmano è possibile trovare, contemporaneamente, una direttrice d’un grande giornale (Salima Ghezali), una donna alla testa di un partito politico (Louise Hannoune), una pasionaria della laicità (Khalida Messaoudi), una scrittrice di risonanza internazionale (Assia Djebai)?” Ma qui è ancora tutto come un secolo fa, quando Jules–Gervais Courtellemont scattò le sue prime fotografie di donne velate, soltanto un occhio libero allo sguardo del mondo, l’eguaglianza assoluta dei corpi grazie alla loro negazione, la scomparsa del bello e del brutto, della giovinezza e della vecchiaia, della ricchezza e della povertà, l’estrema difesa, se vogliamo, contro i guasti del tempo e dell’età, i difetti fisici, le seduzioni, i condizionamenti e le ossessioni delle mode. Anche questo spiega perché un’imposizione per noi intollerabile possa essere intesa come una difesa e non come una offesa, una tutela e una salvaguardia e non una costrizione.
Le uniche donne a volto scoperto sono le prostitute del Cai”d che vedi la mattina presto fare colazione, occhi cerchiati, corpi spesso informi, a fianco dei loro occasionali amanti sauditi, “dei maiali”, è il commento algerino più benevolo, chiusi in stanza per una settimana a fare sempre e soltanto quello, un sesso stanco e abbruttito che è la pallida copia della “Printemps de coeurs” che Etienne Dinet dipinse proprio a Bou Saada ai primi del Novecento, cortigiane dai vivaci colori toccate e brancicate da arabi in calore. Come Courtellemont, anche Dinet si convertì all’Islam e se quello è sepolto ad Algeri, lui ha la sua tomba a due passi dall’Atlantique, entrambi europei di sabbia che trovarono qui l’Oriente della loro immaginazione.
Il museo che porta il suo nome è vuoto.
Conteneva abiti e suppellettili che il futuro sindaco Boudiaf si portò a casa, per precauzione, nei giorni caldi del delirio algerino, quando anche il ricordo di un francese divenuto musulmano poteva diventare fonte di odio e di conflitto. “Adesso rimetteremo ogni cosa al suo posto”, mi dice, “L’incubo, forse, è finito”.

Un viaggio in Algeria in fondo è anche questo. Il prendere atto che può più la speranza della paura.

 

 

 

 

 

 

 

 

Benjamin Stora

Khalida Messaoudi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Stenio Solinas