

N.Gasbarro, M. Brusati, P. Lupo, A. Togliani
INTRODUZIONE
Il trattamento della
donna con incontinenza urinaria da sforzo (Genuine Stress Incontinence, GSI)
rimane uno dei più controversi della chirurgia ginecologica.
Nel corso degli anni sono stati proposti oltre
200 interventi chirurgici diversi (6, 14, 24) che possono essere ricondotti
a tre gruppi principali: gli interventi di plicatura della fascia pubocervicale
(colporrafia anteriore, Kelly), gli interventi di colposospensione ad ago
del collo vescicale (Pereyra, Pereyra modificata, Stamey, Raz, Gittes) e gli
interventi di colposospen sione retropubica (Marshall- Marchetti-Krantz, Burch).
L’obiettivo perseguito da tutti questi interventi è il ripristino della continenza
attraverso l’innalzamento del collo vescicale e la stabilizzazione dell’uretra
prossimale secondo la teoria di Enhorning (11) della trasmissione della pressione
addominale all’uretra prossimale e di Beck (2) per cui la continenza durante
l’aumento della pressione addominale dipende da un effetto di “kinking” o
ripiegamento uretrale.
Più recentemente, DeLancey (10) ha formulato una nuova ipotesi sul meccanismo
della continenza, l’ipotesi dell’amaca. Secondo questa ipotesi l’uretra prossimale
è sostenuta posteriormente dalla parete vaginale anteriore: sotto sforzo,
l’uretra viene spinta contro la parete vaginale e ciò ne provoca la chiusura
impedendo fughe di urina. In presenza di rilassamento pelvico, si determina
una ipermobilità della parete vaginale che non è più in grado di sostenere
l’uretra durante lo sforzo.
Un intervento chirurgico efficace dovrebbe allora ripristinare il sostegno
dell’uretra o riparando i punti di cedimento della “amaca anatomica” (interventi
di riparazione dei difetti paravaginali) o sostituendo a quest’ultima una
nuova amaca artificiale. Questo è il principio della TVT (Tension-free Vaginal
Tape) che consiste nel posizionare a livello dell’uretra media, con tecnica
miniinvasiva, un nastro in rete di prolene che non modifica la normale dinamica
minzionale e determina compressione dell’uretra solo sotto sforzo
ANATOMIA FUNZIONALE DEI SUPPORTI URETRALI
Secondo
la descrizione di DeLancey (8, 9, 10), basata su una serie di dissezioni anatomiche
e sezioni istologiche di pelvi di cadaveri, il supporto dell’uretra prossimale
è costituito dalla parete vaginale anteriore e dalla fascia endopelvica che
la riveste (fascia pubo-cervicale) che, a loro volta, sono fissate all’arco
tendineo della fascia endopelvica ed al margine mediale del muscolo elevatore
dell’ano (Schema 1).
L’arco tendineo della fascia endopelvica, da non confondersi con l’arco tendineo
dell’elevatore dell’ano, è un inspessimento delle aponeurosi dei muscoli otturatorio
interno ed elevatore dell’ano che si inserisce anteriormente alla branca ischio-pubica,
in un’area che dista approssimativamente un centimetro dal suo margine inferiore
ed un centimetro dal piano sagittale, e posteriormente alla spina ischiatica.
La parete vaginale anteriore con la fascia pubo-cervicale è mantenuta sospesa
attraverso la pelvi dall’arco tendineo della fascia endopelvica e su di essa
si adagia, come su di una amaca, l’uretra prossimale (Schema
2).
Durante gli aumenti della pressione endoaddominale l’uretra viene compressa
contro questa amaca garantendo la continenza. L’integrità delle connessioni
tra vagina, fascia pubo-cervicale e arco tendineo è fondamentale per l’efficienza
del meccanismo della continenza: infatti solo in questo caso è garantita la
stabilità dell’amaca e quindi una efficiente compressione uretrale.
La teoria di DeLancey spiega anche la meccanica del controllo volontario della
minzione con l’intervento dei muscoli elevatori dell’ano: il rilasciamento
di questi muscoli, allentando l’amaca, permette al collo vescicale di abbassarsi
e quindi l’inizio della minzione; al contrario, la loro contrazione tende
l’amaca, comprime l’uretra e quindi interrompe il mitto.
CLASSIFICAZIONE
ED APPROCCIO CHIRURGICO
ALLA GENUINE STRESS INCONTINENCE
Impiegando
la cistografia retrograda o, più recentemente, l’ecografia perineale e gli
esami urodinamici a canali multipli (cistometria, profilo pressorio uretrale,
studio della pressione di perdita o Valsalva leak point pressure) è possibile
distinguere tre tipi di stress incontinence genuina (TABELLA
1) (1, 5).
Il tipo I è definito dalla assenza di ipermobilità dell’uretra (mobilità rotazionale
< 45o), massima pressione di chiusura uretrale (Maximum Urethral Closure Pressure,
MUCP) > 60 cm H2O, e pressione al punto di fuga (Valsalva Leak Point Pressure,
VLPP) > 60 cm H2O.
Al tipo II corrisponde un quadro di evidente ipermobilità rotazionale dell’uretra
( > 45o), MUCP > 30 < 60 cm H2O e VLPP > 40 cm H2O. Il tipo III, infine, risulta
da una MUCP £ 30 cm H2O e da una VLPP £ 40 cm H2O (£ 60 nel caso di coesistente
ipermobilità). Inoltre la cistografia o l’ecografia perineale evidenziano
“funneling” del collo vescicale, cioè un collo aperto anche in condizioni
di riposo. Il tipo III è ulteriormente suddiviso in III a, in cui non è presente
ipermobilità uretrale, e III b, con ipermobilità uretrale.
Non tutti i casi di GSI ricadono in uno di questi tipi, esistendo molte forme
miste: tipo I-II; tipo II-III; tipo III-II e così via.
Più semplicemente e sinteticamente, si è concluso che esistono due varietà
principali di GSI: il tipo cosiddetto “anatomico”, corrispondente al tipo
I e II della classificazione internazionale, dovuto a deficit dei supporti
uretrali e responsabile dell’80-90% dei casi; e il tipo cosiddetto “funzionale”,
corrispondente al tipo III di questa classificazione, dovuto ad una intrinseca
debolezza dell’apparato muscolare uretrale, e responsabile del rimanente 10-20%
dei casi (12, 13).
Sulla base di questa dicotomia è stato proposto un algoritmo chirurgico che
indica gli interventi di sospensione del collo vescicale, sovrapubica o retropubica,
per la cura della incontinenza di tipo anatomico e le procedure di sling o
le iniezioni periuretrali di collagene per la cura della incontinenza di tipo
funzionale. L’esperienza maturata negli anni ha però evidenziato i limiti
di questo approccio semplicistico. Infatti, più che ad una vera e propria
dicotomia bisogna pensare ad un continuum di situazioni in cui l’una e l’altra
condizione, incontinenza “anatomica” e “funzionale”, coesistono, pur con diversa
preponderanza (24 ).
Questa consapevolezza ha comportato un sempre maggior impiego degli interventi
di sling come procedura di prima scelta per il trattamento della GSI. La “fionda”,
infatti, risulta efficace nella correzione della GSI con bassa pressione uretrale
(tipo II) e di quella con deficit intrinseco dello sfintere (tipo III), ma
anche di quella “abituale” (tipo I) e della ipermobilità della base vescicale
e diversi autori propongono la realizzazione di uno sling pubo-vaginale in
tutti le forme di GSI (4, 5, 18).
Tuttavia, un grosso problema incontrato con l’impiego di queste metodiche
è la difficoltà allo svuotamento vescicale postoperatorio che riguarda sino
al 30% dei pazienti e richiede l’assunzione di particolari posizioni per facilitare
la minzione o, nei casi estremi, l’autocateterismo (16, 26). Questa complicanza
può ancora essere tollerata da quelle pazienti in cui il fallimento di precedenti
interventi non aveva permesso di liberarle dal problema della incontinenza
e lo sling rappresenta “l’ultima spiaggia”, ma certamente lo è molto di meno
dopo un primo intervento e per una incontinenza di grado modesto. Mentre il
dibattito tra sostenitori e detrattori dello sling pubovaginale continua,
Petros e Ulmsten, a metà degli anni ‘90 (21, 23), hanno proposto una nuova
tecnica per il trattamento della GSI denominata TVT (Tensio-free Vaginal Tape),
che consiste nel posizionare al di sotto dell’uretra media, senza applicare
alcuna tensione, un nastro in rete di prolene.
La sospensione uretrale senza tensione rappresenta un nuovo concetto di trattamento
della stress incontinence, poiché agisce solo quando l’azione è richiesta,
cioè sotto sforzo, riproducendo quel sostegno ad “amaca” che è attualmente
considerato il fattore determinante nel mantenere la continenza (10).
Questo intervento ha anche il vantaggio della miniinvasività, potendosi eseguire
in anestesia locale, permettendo anche la verifica immediata della continenza
facendo eseguire alla paziente la manovra di Valsalva. La pubblicazione del
follow-up delle prime serie di pazienti trattate (15, 20, 22, 25) ha mostrato
i buoni risultati ottenuti con questa tecnica, che ha raggiunto percentuali
di cura dell’ 86-90%, e la TVT è stata presto adottata da molti uroginecologi.
Tuttavia, a causa della tecnica di applicazione alla cieca del nastro di prolene,
è anche riportata una rilevante incidenza di complicanze intraoperatorie,
in particolare perforazioni vescicali ed ematomi(15, 23, 25). Inoltre è stato
descritto un caso di perforazione della vena iliaca esterna (17).
Per questo, ispirandoci allo stesso principio, abbiamo sviluppato una nuova
metodica per l’applicazione del nastro tension-free che descriviamo nelle
pagine seguenti. uretrosospensione free tension con benderella di prolene
Indicazione GSI tipo II. L’intervento può essere attuato anche nei casi di
GSI tipo III o misto, tipo II-III, applicando però una appropriata tensione
alla benderella e trasformandolo quindi in una procedura sling.
La procedura può essere eseguita da sola o come parte di un intervento più
complesso che comporta la riparazione di un cistocele e/o di un rettocele.
TECNICA
L’intervento viene eseguito con blocco epidurale. Con paziente in posizione
litotomica e dopo posizionamento di catetere vescicale Foley 18 CH, si praticano
due incisioni di 1 cm. ciascuna a livello dei solchi vaginali, lateralmente
al collo vescicale (Foto 1).
In presenza di cistocele si pratica invece una incisione vaginale longitudinale
mediana e si procede preliminarmente alla sua correzione. Introdotto l’indice
nella incisione e muovendolo a cavaturacciolo, si prepara lo spazio parauretrale,
per via retropubica, bilateralmente, scollando l’inserzione della fascia endopelvica
sulla branca ischiopubica (Foto 2).
Quindi si scolla la mucosa vaginale sottouretrale, creando a questo livello
un tunnel che collega le due incisioni vaginali laterali (Foto
3), attraverso il quale viene fatta scorrere una benderella
in rete di prolene lunga 35 cm. e larga 1.5 cm. (Foto
4 e 5).
A questo punto ci si sposta in regione sovrapubica: qui vengono praticate
due piccole incisioni cutanee trasversali, a livello del margine superiore
della sinfisi pubica, di circa 1 cm. (Foto
6), attraverso le quali, prima da un lato e poi dall’altro,
si introduce un robusto ago curvo a punta smussa, come quello della Fig.3,
che viene spiccatamente lateralizzato e guidato nell’attraversamento dello
spazio parauretrale con l’indice dell’altra mano, secondo la tecnica usuale
della Pereyra-Raz, sino ad emergere dalla incisione vaginale (Foto
7 e 8).
Una estremità della benderella di prolene viene legata all’ago (Foto
9 e 10) e quindi, ritirando l’ago,
trasportata in sede sovrapubica (Foto
11), dove viene temporaneamente ancorata con una Kelly (Foto
12) per evitarne lo spostamento durante le successive manovre.
La stessa manovra viene ripetuta dall’altro lato, trasportando in sede sovrapubica
l’altra estremità della benderella. Quindi si controlla la reale assenza di
tensione della benderella a livello uretrale, introducendo la punta di una
pinza al di sotto di essa (Foto 13)
e infine si verifica la continenza riempiendo la vescica con 250 cc di soluzione
fisiologica ed invitando la paziente a tossire dopo avere sfilato il catetere
(Foto 14 e 15).
Praticati gli eventuali aggiustamenti necessari, si tagliano le estremità
in eccesso della benderella e si suturano le incisioni vaginali e sovrapubiche.
CASISTICA
Dal
1 maggio 1999 al 31 agosto 2001, 35 pazienti affette da genuine stress incontinence
primaria sono state sottoposte presso la nostra Divisione a uretrosospensione
free tension con benderella di prolene secondo la tecnica descritta. In tutte
era presente una incontinenza di tipo 2; solo in due pazienti l’incontinenza
era di tipo 3 ed in queste si è determinata una maggiore trazione sulla benderella,
trasformando la procedura in un intervento di sling. In 19 pazienti è stata
l’unica procedura chirurgica, mentre in 12 è stata associata ad isterectomia
vaginale semplice, in 13 a cistopessi e in 11 a riparazione di rettocele.
L’intervento è stato eseguito senza complicanze intraoperatorie in tutti i
casi. La degenza media è stata di due giorni. Il decorso postoperatorio è
stato complicato da due casi di infezione delle basse vie urinarie, un caso
di ritenzione risolto diminuendo la tensione del nastro, in anestesia locale,
e un caso di granuloma retropubico, rimosso sempre in anestesia locale. Il
follow-up medio è di 13 mesi (range 15 giorni - 27 mesi) e la percentuale
di cura è risultata del 92%.
CONCLUSIONI
Anche
in ambito uroginecologico si è osservata una progressiva evoluzione verso
tecniche chirurgiche miniinvasive. Gli interventi di colposospensione ad ago,
con tutte le loro varianti (Pereyra, Pereyra modificata, Stamey, Raz, Gittes)
hanno sicuramente il pregio della miniinvasività, ma si sono rivelati inefficaci
a lungo termine, con una percentuale di cura a 5 anni di solo il 40% (3).
Una delle possibili spiegazioni di tale insuccesso è che i fili di sospensione
erodono progressivamente i tessuti a cui sono ancorati finendo col perderne
l’aggancio. D’altra parte, gli interventi di sospensione per via addominale
(Marshall-Marchetti-Krantz, Burch) raggiungono una alta percentuale di cura,
pari a circa il 95%, ma a prezzo di una maggiore invasività (3, 7). Nel tentativo
di rendere un intervento altamente efficace come la Burch, anche miniinvasivo,
si sono sviluppate negli ultimi anni tecniche di colposospensione laparoscopica.
Tuttavia, dai primi confronti prospettici fra Burch laparotomica e laparoscopica
sembrerebbe risultare che il tasso di successo di quest’ultima è più basso
rispetto alla procedura tradizionale (80% versus 95%) (19). La TVT, introdotta
da Petros e Ulmsten, ha rappresentato l’unico vero intervento innovativo in
campo uroginecologico, da molti anni a questa parte, perché si ispira a un
nuovo principio di trattamento della incontinenza da sforzo, che non modifica
la normale dinamica minzionale, ma determina la compressione dell’uretra solo
quando serve, e cioè sotto sforzo. Tuttavia, la tecnica di posizionamento
della benderella, alla cieca e dal basso verso l’alto con due grossi aghi
appuntiti, ha causato, nelle diverse casistiche, una percentuale troppo alta
di lesioni vescicali (sino al 5%) e vascolari (sino al 15% ) per giudicarlo
un intervento veramente miniinvasivo ( 15, 17, 23, 25).
La nostra tecnica di applicazione della benderella prevede invece l’uso di
un ago a punta arrotondata, introdotto dall’alto verso il basso sulla guida
del dito e con essa non abbiamo registrato nessuna di queste complicanze a
fronte di una percentuale di cura pressoché sovrapponibile (92%). A ciò si
deve aggiungere il vantaggio di un costo notevolmente inferiore alla tecnica
TVT che prevede l’utilizzo di un costoso set monouso.
N.
Gasbarro, M. Brusati, P. Lupo, A. Togliani
Regione Piemonte ASL 7,
Chivasso Ospedale Civico -
Reparto di ostetricia e ginecologia

N.Gasbarro
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