

Il premio Nobel ha
compiuto cent’anni, ma è giusto dire prima di tutto chi era l’uomo che lo
ideò e lo fondò. Alfred Bernhard Nobel, nato a Stoccolma nel 1833 e morto
a San Remo nel 1896, chimico e industriale svedese, cominciò fin dalla giovinezza
a interessarsi di esplosivi. Si
dedicò a esperimenti sulla nitroglicerina allo scopo di renderne utilizzabili
le proprietà.
Dopo alcuni tentativi non riusciti, uno dei quali costò la vita al fratello
Emil, Alfred Nobel raggiunse lo scopo mescolando la nitroglicerina
a una sostanza inerte, la farina fossile. Nacque così la dinamite, un composto
che, pur mantenendo elevate capacità esplosive, non risente come la nitroglicerina
pura degli urti e delle variazioni di temperatura. Sfruttando il successo
commerciale della dinamite e successivamente di un’altra invenzione, quella
della balistite, Nobel fondò un impero industriale.
Uomo di elevata cultura, amante della scienza e della letteratura, Nobel destinò
una parte del suo ingente patrimonio all’istituzione di cinque premi annuali
per la chimica, fisica, la medicina, la letteratura e le attività volte a
promuovere la pace tra le nazioni.
Dal 1969 i premi sono diventati sei con l’aggiunta di quello per le scienze
economiche.
Il lettore prenda nota dei vincitori della prima edizione del 1901.
Per la fisica, il tedesco Wilhelm Conrad Rontgen, lo scopritore dei
raggi X, per la chimica, l’olandese Jacoubus Van’t Hoff, il fondatore
della stereochimica; per la medicina, il tedesco Emil von Behring,
lo scopritore del siero antidifterico; per la pace, ex aequo tra lo svizzero
Jean-Henry Dunant, che promosse la fondazione della Croce Rossa, il
francese Frédéric Passy, che fondò la Lega internazionale per la pace
e la Società per l’arbitrato fra le nazioni. Com’è evidente, tutti grandi
nomi.
Fece scandalo, invece (e fu il primo scandalo di tanti altri che si ebbero
nel futuro), l’assegnazione del Nobel per la letteratura al francese Sully-Prudhomme,
un modestissimo poeta. Erano ancora vivi giganti come i russi Tolstoj e Cechov,
uno scrittore del calibro di Henry James, un geniale drammaturgo come August
Strindberg, il battagliero Emile Zola.
Nella lista delle omissioni riguardanti la letteratura, la più clamorosa è
probabilmente quella riguardante l’argentino Jorge Luis Borges, che ebbe il
torto di elogiare il regime franchista in Spagna. Ma non sono da dimenticare,
tra i meritevoli di Nobel ignorati dai giudici di Stoccolma, un poeta e saggista
come Paul Valéry, un poeta immenso come Rainer Maria Rilke, un narratore grandioso
come Hermann Broch, il nostro sontuoso Gabriele D’Annunzio, il rivoluzionario
James Joyce e, perché no?, il più grande narratore di atmosfere, il “Monsieur
Atmosphère” per eccellenza, il padre di Maigret: Georges Simenon.
Ho avuto il privilegio di assistere alla cerimonia di consegna del premio Nobel. Fu il 10 dicembre 1975, quando il massimo riconoscimento per la letteratura toccò a Eugenio Montale.
La rigida liturgia concesse
una variante per il nostro poeta. Re Carlo Gustavo di Svezia fece qualche
passo in più di quelli prescritti. Si alzò dalla poltrona dorata e raggiunse
il punto dove Montale lo aspettava in piedi.
La variante era prevista fin dalla prova generale del mattino. Montale non
era in grado di muoversi senza dare il braccio a qualcuno. La liturgia del
Nobel ha le sue stranezze: poteva eccezionalmente consentire che fosse il
re a raggiungere il premiato, non che il premiato avesse al suo fianco un
accompagnatore. Quell’anno il Nobel celebrava i suoi 75 anni di vita, il numero
degli invitati era stato raddoppiato e la cerimonia avvenne in un immenso
padiglione che di solito ospita, in settembre, la Fiera di Sant’Enrico.
Ammesso con altri giornalisti anche alla prova generale del mattino, vidi
che i premiati (tra i quali, per la medicina, c’era Renato Dulbecco) furono
costretti a ripetere per tre volte il breve corteo dell’ingresso. Sbucavano
da un sottopassaggio, preceduti da due valletti. Montale era appoggiato al
braccio di Anders Osterling, il novantenne italianista che più di ogni altro
aveva sostenuto la candidatura del nostro poeta. La prova era diretta in ogni
movimento dal Sig. Stig Ramell, presidente della Fondazione Nobel. Il Sig.
Ramell recitava la parte del re, aveva anche una medaglia e un diploma perché
la prova fosse assolutamente fedele alla cerimonia del pomeriggio: stringeva
le mani, fingeva di congratularsi, applaudiva. Uno dei premiati, il chimico
Vladimir Prelog, si confuse e fece cadere la medaglia. Meno male, disse severamente
il Sig. Ramell, che si tratta soltanto della prova generale. Intanto gli inservienti
disponevano i garofani arrivati da San Remo e toglievano le pesanti coperte
che avvolgevano le poltrone regali.
Il momento magico di Montale, al pomeriggio, durò in tutto quattordici minuti.
L’orchestra filarmonica di Stoccolma attaccò un motivo dalle “antiche danze
e arie” di Respighi, la musica scelta per il vincitore italiano. I tic del
volto pallido e scavato di Montale si accesero tutti all’improvviso. L’emozione
del poeta era profonda. Sembrava una creatura affaticata e anche un po’ smarrita.
Si udirono le parole di Anders Osterling. Il vecchio italianista disse che
“lo stile lirico di Montale è in perfetta armonia con il severo profilo del
paesaggio della costa ligure, con un mare procelloso che si abbatte contro
bastioni di rocce scoscese”.
L’incantesimo fu breve, ma intensissimo.
Parve che il mare delle Cinque Terre, il mare che domina nelle poesie degli
“Ossi di seppia”, fosse arrivato fino a Stoccolma, dove un altro mare, più
cupo e gelido, scorre davanti ai palazzi e ai viali della città. Erano le
17.50 quando Osterling concluse il suo discorso con queste parole pronunciate
in italiano: “Caro Sig. Montale…” Il re portò il diploma e la medaglia d’oro
che reca l’effigie di Alfred Nobel fino alla poltrona davanti alla quale il
poeta si era sollevato puntando le mani tremanti sui braccioli.
Il re disse qualche frase, poi diede il segnale dell’applauso.
Il momento magico era finito. Per il giorno del Nobel il cielo fu d’un azzurro
incredibile. Soltanto il freddo vento ricordava il Nord. A sera vi fu un banchetto
con milleottantasei commensali. Il menu prevedeva: mousse di rombo, gallinella
delle nevi arrosto con salsa tartufata, patatine e insalata, gelato con biscotti,
vino Château Lacaussade 1970, champagne, cognac, liquore al mandarino e caffè.
Il giorno dopo, l’11 dicembre, fu consegnato a Montale l’assegno in corone
svedesi, equivalente a 97 milioni di lire. Venerdì 12, Montale tenne la conferenza
prevista per i vincitori, all’Accademia di Svezia.
Titolo della conferenza: “E’ ancora possibile la poesia?”. “Per me, disse
Montale, la poesia è un invito alla speranza”.



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Emil
v. Behring
Wilhelm
C.Rontgen
Pearl
Buck
Eugenio
Montale