

L'annuncio
dell’avvenuta clonazione di un essere umano allo stadio embrionale ha riaperto
la discussione sull’origine dell’esistenza umana: quando iniziamo ad esistere?
Può dirsi uomo a pieno titolo un “clone”? Il clone ha un’anima? Domande a
prima vista ragionevoli, ma che spesso celano equivoci linguistici, “crampi
mentali”, passaggi indebiti da nozioni scientifiche ad espressioni filosofiche.
Senza aver la pretesa di esaurire il dibattito sull’inizio dell’esistenza
umana, può però essere utile fare qualche chiarimento terminologico. Non si
può, infatti, discutere, laddove non è chiaro di che cosa si sta discutendo.
Anche chi ama appellarsi ai fatti, ai dati empirici, alla concretezza delle
“cose”, non può ignorare che per farlo ha bisogno di “parole”. Le parole “pesano”,
come i fatti che esse vogliono (o pretendono di) descrivere.
Mi limiterò a due esempi: l’uso della nozione di embrione e quello di anima
umana.
L’ordine delle parole
La clonazione, intesa come riproduzione agamica di un organismo (e perciò
non semplicemente come la riproduzione di una serie di cellule), ha riaperto
la questione della definizione dell’embrione umano. Ma già l’uso della nozione
di embrione umano o, poniamo, di embrione murino, può generare equivoci: l’embrione,
infatti, non è qualcosa in sé, ma la fase di sviluppo di qualcosa o di qualcuno.
A rigore, infatti, si dovrebbe parlare di uomo allo stadio embrionale, o di
topo allo stadio embrionale.
L’ordine delle parole non è irrilevante. L’uso dell’espressione “embrione
umano” può far sorgere la domanda: quando un embrione diventa o è umano? Questa
domanda è improponibile se si usa l’espressione “uomo allo stadio embrionale”.
E’ linguisticamente evidente che un topo, un cane, un acero, un uomo, allo
stadio embrionale sono già topo, cane, acero, uomo. Il termine embrione, predicato
di un vivente appartenente ad una specie, crea l’impressione che l’embrione
sia qualcosa in sé. Ma è solo ad opera di un’astrazione, metodologicamente
legittima, che possiamo isolare l’idea dell’embrione dal suo essere già da
sempre qualificato, come una fase di sviluppo di una specie determinata. Per
esigenze descrittive, la biologia tende a isolare le fasi di uno sviluppo
continuo coniando termini che possano indicare e determinare gli aspetti che
vengono studiati. Zigote, pre-embrione, embrione, feto, sono perciò concetti
che indicano fasi di uno sviluppo continuo. Ma questa continuità non è una
continuità generica.
Esiste, infatti, una differenza empiricamente rilevante tra lo sviluppo di
una cellula, di un organo e quella di un organismo. Quando la biologia usa
le nozioni di zigote, o di pre-embrione, intende descrivere lo sviluppo di
un organismo, e non soltanto di una cellula o di una serie di cellule. La
differenza tra una singola cellula e un organismo, monocellulare o pluricellulare,
segna la differenza tra qualcosa di vivo e un vivente.
Con la clonazione (a partire da quella di Dolly) la questione non è affatto
mutata. Ci si è chiesti se il clone può essere definito o no embrione, visto
che non deriva dalla fecondazione di un ovocita tramite uno spermatozoo. In
questo pseudo-dibattito si confondono due problemi: quello di definire quando
c’è uno stadio embrionale e quello di stabilire come si forma uno stadio embrionale.
Nella clonazione (quella con trasferimento di nucleo), l’embrione non si forma
con la penetrazione dello spermatozoo nell’ovocita proprio perché è un procedimento
che, applicato tecnologicamente ai mammiferi, imita i processi riproduttivi
delle specie meno evolute biologicamente, che non prevedono la presenza dei
gameti maschili e femminili. Il come indica le modalità riproduttive di una
specie, mentre il quando indica la fase di sviluppo di un determinato organismo.
Certo, occorre riflettere sul fatto che noi possiamo stravolgere le modalità
riproduttive degli animali e dell’uomo. Ma questo è un altro problema, di
ordine morale. L’anima del clone Altri equivoci sorgono quando si discute
dell’anima: parola che ci è familiare, ma che è gravata da una storia di significati
differenti. Per la tradizione aristotelica, l’anima indica semplicemente il
principio vitale che presiede, per così dire, all’organizzazione del vivente
stesso. Vegetali, animali, uomini, hanno un’anima proprio perché non sono
“vita”, ma organismi vivi. Questo principio vitale è quello che permette attività
differenti alle singole specie. Definire l’uomo animale razionale significa
allora affermare che il principio unificatore di tutte le funzioni vitali
dell’uomo è anche la fonte della sua attività conoscitiva.
Laddove c’è un organismo umano vivo, lì c’è l’anima razionale. L’attività
razionale non coincide con l’anima razionale: si può essere uomini anche senza
esercitare questa attività (quando mancano le condizioni di sviluppo, nelle
fasi iniziali dell’esistenza, o quando si dorme). Non ha perciò senso chiedersi
quando l’anima entra nel corpo umano, perché se c’è un corpo umano vivo c’è
già l’anima umana. Non c’è nemmeno bisogno di essere materialisti per fare
questa affermazione. Lo spiritualista ritiene, infatti, che il principio unificatore
della vita umana sia spirituale, cioè non materiale, ma sia la fonte di unità
della materia vivente. In questo contesto teorico perciò non ha senso chiedersi
se il clone abbia o no un’anima: se il “clone” appartiene alla nostra specie,
è, a pieno titolo “uno di noi”, indipendentemente dal modo con cui è stato
generato.
Diverso è il caso di chi pensa che l’anima sia una caratteristica solo umana
e ritiene, magari rifacendosi a Cartesio, che coincida con la “res cogitans”,
con la mente. In questo caso, però, l’anima finisce con l’essere sinonimo
di un’attività (quella mentale) e perciò non può esserci in assenza di uno
sviluppo dell’uomo stesso. Intesa come attività razionale, l’anima non c’è
ancora né nel clone né nello stadio embrionale, né in quello infantile (né
quando dormiamo). Questa impostazione, a prima vista più spiritualista, finisce
spesso con ritenere che sia il cervello (che è un organo di un organismo)
a produrre il pensiero (come lo stomaco produce i succhi gastrici). Ovviamente,
se si segue questa linea, si deve negare che gli animali abbiano un’anima
e si deve spiegare in termini meccanicistici la vita non umana. Ma questa
nozione di anima è però inutilizzabile quando si discute dell’inizio e della
fine dell’esistenza umana, che è la condizione stessa dell’attività del pensare.
Dalla chiarificazione all’argomentazione
Queste osservazioni,
estremamente sintetiche, ci permettono di comprendere perché spesso i dibattiti
di bioetica diventino interminabili. Da una parte c’è la complessità delle
questioni, che mettono in campo linguaggi e competenze differenti, dall’altra
c’è un uso non sempre controllato dei termini e del loro specifico significato.
Ovviamente non si tratta semplicemente di scegliere, a piacimento, un certo
uso dei termini piuttosto che un altro, occorre, infatti, tornare alle argomentazioni
che hanno giustificato una certa impostazione filosofica rispetto ad un’altra.
Ma tutto ciò è possibile se, prima di tutto, evitiamo di confondere i termini
e sfuggiamo alle trappole tese da pseudo-domande. La prima condizione per
comprendere e discutere è quella di chiarire i termini. Il termine “clone”,
attribuito all’uomo, analogamente con il termine “gemello”, non indica un
nuovo, speciale, tipo di vivente, ma un uomo che è biologicamente (quasi)
uguale ad un altro. Rispettare le parole può forse essere la premessa per
farci rispettare di più i nostri simili.
Adriano Pessina
Cattedra di Bioetica Università Cattolica di Milano


