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La
morte non è la sconfitta della medicina, è una delle condizioni stesse
della vita ed è il segno della nostra finitezza.
La
perdita di questa consapevolezza, alimentata dall’idea che si possano
razionalizzare e gestire tutte le fasi della vita secondo una propria
progettualità, è una, anche se certamente non la sola, delle ragioni
che oggi stanno alle spalle del larvato consenso che si sta instaurando
intorno al tema dell’eutanasia.
Se
la natura non è altro che un neutro, seppur complesso, sistema di funzioni
e di informazioni, se la dimensione biologica e fisiologica dell’umano
non ha senso fuori del progetto dell’uomo stesso, allora si rischia
di credere che non ci siano più cause naturali del morire e che tutto
dipenda dalla volontà umana.
Anche
decidere come e quando morire. Il rifiuto di riconoscere i limiti biologici
dell’esistenza, e la capacità che essi hanno di illuminarci sul senso
dell’esistenza umana, porta, per così dire a neutralizzare ed addomesticare
la questione dell’eutanasia. Che resta peraltro una questione che ha
molteplici risvolti, morali, sociali, culturali, giuridici, perché implica
che anche in fin di vita si possa derogare al principio, che ha valenza
giuridica e sociale oltre che morale, del “non uccidere” e si attribuisca
questo potere alla classe medica.
Del
resto ci sono delle analogie tra i problemi dell’inizio e della fine
della vita, perché in entrambe le situazioni la medicina ha a che fare
con pazienti che necessitano in modo costitutivo della “cura”, cioè
della dedizione. Il dibattito sull’eutanasia ha una sua storia e un’attenta
analisi del problema richiede che si facciano alcune distinzioni, al
fine di individuare con una certa esattezza che cosa si intenda per
eutanasia. Non è difficile notare, infatti, come spesso il significato
di questo termine copra azioni tra loro differenti. In questa sede,
per permettere una riflessione esplicita, che sfugga alla pressione
dell’emozione e controlli l’uso retorico dei termini, intendiamo indicare
con eutanasia solo ed esclusivamente quegli atti che sono volti direttamente
ed immediatamente a provocare la morte di un paziente, peraltro già
in fase terminale.
Da
questo punto di vista, l’eutanasia non può essere assimilata né al rifiuto
di praticare l’accanimento terapeutico, né, propriamente con l’abbandono
terapeutico (temi che meritano una riflessione a parte). Sono, queste
ultime, situazioni differenti, che hanno in comune con l’eutanasia l’esito
del processo, che è la morte del paziente, ma che, a differenza dell’eutanasia
in senso proprio, non ne sono la causa diretta ed immediata. Ma quali
sono, oggi, le ragioni a favore dell’eutanasia? Di fatto sono riconducibili
a due cespiti: la compassione nei confronti del morente e la rivendicazione
dell’autonomia decisionale del paziente. Nel primo caso le ragioni,
sono, per così dire, dello spettatore: di chi si prefigura la propria
o altrui fine e di fatto esprime l’angoscia di fronte ad una sofferenza
che non sembra aver “senso”. Nell’altro caso, invece, il riferimento
è all’autonomia del paziente, e ad un presunto diritto dell’uomo a disporre
della propria vita. Queste motivazioni, peraltro, dovrebbero servire
ad indirizzare l’azione del medico, configurando una differenza reale
tra l’eutanasia e il cosiddetto suicidio assistito. Detto altrimenti:
sebbene si voglia fondare la richiesta dell’eutanasia sulla volontà
del paziente, o di chi può legittimamente interpretarne la volontà,
l’atto eutanasico resta di fatto l’atto del medico e di questo atto
deve assumersi le responsabilità morali e giuridiche. Conviene esaminare,
anche se in sintesi, questi argomenti a favore della cosiddetta “dolce
morte” .
Prima
però va fatta un’osservazione: nessuno, oggi, presenta l’eutanasia come
un atto di discriminazione nei confronti dei malati e degli handicappati
e nessuno, quindi, si spingerebbe a difendere le tesi, improntate ad
un forte darwinismo sociale, espresse nel 1895 da Adolf Jost, nel libro
Das Recth auf den eigenen Tod (Il diritto alla propria morte),
testo che fece scuola all’interno delle prospettive eugenetiche del
nazismo. I cespiti teorici dell’attuale difesa del diritto all’eutanasia
fanno capo alla cultura cosiddetta “liberal” ed esprimono, a diverso
titolo, una morale del sentimento e della compassione, che si è però
tinta di un certo soggettivismo. Se queste sono le intenzioni, e cioè,
eliminare il dolore, evitare una fine non consona alla dignità umana,
rispettare il morente, bisogna valutare se la scelta dell’eutanasia
sia coerente con queste intenzioni o se, invece, non le contraddica.
Nel
dibattito sull’eutanasia il tema che diventa dominante è quello del
dolore, ed è spesso trascurata la questione della sofferenza, che può
sorgere anche in assenza di dolore fisico. La sofferenza, infatti, esprime
il profondo disagio esistenziale di chi, in prossimità “della fine”
della vita, si interroga su quale sia “il fine”, cioè il senso, la direzione
ed il significato della vita.
Oggi,
grazie agli sviluppi della medicina, è certo più facile che in passato
rispondere con le cure palliative alla dimensione del dolore, ma resta
aperto il problema della sofferenza. Mentre il medico ha un dovere primario,
ed anche una competenza specifica, in ordine alla cura delle componenti
fisiche e biologiche dell’esistenza umana, quando si tratta di esprimere
il senso della vita umana si trova, per così dire, nelle stesse condizioni
del suo paziente, cioè non può vantare una specifica competenza, perché
anche lui deve attingere la risposta alla fonte della religione o della
filosofia.
Nella
richiesta della cosiddetta “dolce morte” si manifesta, quindi, una duplice
domanda: eliminare o attenuare la componente fisica del processo del
morire, e comprendere il senso di questa nostra condizione di mortali.
Indubbiamente
la condizione del morente ha una forte carica evocativa nei confronti
di tutti noi, perché è in qualche modo il richiamo alla nostra condizione
reale, di mortali.
La
morte, nella civiltà della tecnologia, assume un aspetto angosciante
anche perché sembra drasticamente smentire tutte quelle promesse di
felicità e di benessere sulle quali si è costruita la medicina del desiderio
e della guarigione. Si resta mortali, malgrado tutto.
E
nella condizione del morente, come anche nell’esperienza della vecchiaia
e dell’infermità, emerge quella dimensione di passività che si affaccia
nella nascita, quando si è bisognosi di cura per poter continuare a
vivere. Esiste una sorta di simmetria tra il nascere ed il morire: così
come nessuno può decidere per sé l’evento del suo nascere, analogamente,
anche qualora qualcuno decidesse di togliersi la vita, sarebbe sottratto
a se stesso.
Questa
“passività” dell’esistere ci permette di comprendere quale sia il senso
adeguato dell’autonomia, che non è mai un’autonomia assoluta. Anche
senza accedere ad una visione religiosa della vita e della morte, la
vita dell’uomo resta un bene indisponibile anche per il soggetto (cioè
di cui non si deve disporre) perché è la condizione stessa per esercitare
l’autonomia e la libertà. Non è togliendosi la vita, o facendosela togliere,
che l’uomo può affermare la propria libertà, perché la morte è la contraddizione
stessa della libertà e dell’autonomia. Accettare la morte, come evento
che non dipende da me, significa, in ultima analisi, iniziare a comprendere
qual è la condizione umana. Si comprende, perciò, quanto sia complessa
la questione dell’eutanasia e come non possa essere liquidata in termini
di procedure mediche con le quali offuscare, in nome dell’autonomia,
del consenso, e così via, il problema che riguarda la stessa natura
della medicina nell’epoca della tecnologia. L’argomento che si basa
sulla difesa della dignità umana per legittimare l’atto medico dell’eutanasia
è costruito su un equivoco.
La
dignità umana, infatti, non risiede semplicemente nell’esercizio di
questa autonomia (che è sempre relativa e variabile), ma nell’essere
uomini, “malgrado” si sia malati, morenti, oppure si sia incapaci di
intendere e volere. Questo “malgrado” indica il limite oggettivo della
condizione storica dell’uomo, l’ambito in cui può essere offuscata,
ma mai eliminata la sua intrinseca dignità. Possono essere differenti
i percorsi in base ai quali si può giustificare questa dignità intrinseca:
possono essere di stampo filosofico o di natura religiosa. Ma in una
società civile e pluralistica l’affermazione dell’intrinseca dignità
di ogni uomo deve diventare, al di là delle discussioni su come fondarla
adeguatamente, un postulato: soltanto in questo modo non si vanifica
il principio di uguaglianza tra gli uomini, che non è un asserto descrittivo,
ma valutativo, capace di guidare la prassi medica.
C’è
poi un concetto sociologico di dignità, che attiene alle aspettative
della singola società, ai suoi parametri di efficienza e di valore:
ma questo concetto non può essere posto a fondamento della dedizione
per il malato e rischia di promuovere delle autentiche discriminazioni
ispirate a criteri salutistici. Il rischio, infatti, sulla base di criteri
empirici e sulla lettura del rapporto costo/benefici in termini quantitativi,
è quello di descrivere non soltanto la vita dei morenti, ma anche quelle
dei disabili, come “vite prive di senso”, che comportano soltanto costi
sociali e disagi per coloro che li assistono.
Spesso
la difesa dell’eutanasia trascina con sé una serie di pregiudizi sulla
vita del disabile, di chi non ha mai esercitato la sua autonomia decisionale,
di chi ha dovuto dipendere per tutta la vita dall’opera degli altri.
Le ragioni per la cosiddetta “buona morte” possono favorire anche la
“morte civile” di chi, pur non essendo in fase terminale, rientra nelle
descrizioni fatte dai difensori del diritto a morire per promuovere
l’eutanasia. Oggi possediamo molti modi per rispondere alle esigenze
espresse da coloro che sono favorevoli all’eutanasia senza dover giungere
ad eliminare il sofferente per togliere la sofferenza. Ma un degno accompagnamento
del morente, che è profezia, comunque, anche della nostra futura condizione,
richiede un recupero di ragioni etiche in grado di bilanciare lo sviluppo
tecnico e scientifico della medicina.
Ancora
una volta, peraltro, si evidenzia come nella medicina attuale vengano
alla luce problemi di senso che trascendono la medicina stessa, e che
perciò non possono essere risolti con argomenti che restino nel campo
della medicina.
Adriano
Pessina
Docente
di Filosofia Morale
e
Bioetica Università Cattolica di Milano
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